Giornata di sole.
Disturbante è l’aggettivo che mi è venuto in mente più volte durante la visione dello spettacolo “Un tram che si chiama desiderio” a teatro. Disturbante è la luce sparata contro la platea da una decina di riflettori perennemente immobili e da un proiettore più potente manovrato dagli stessi attori. Disturbante è la luce in sala che rimane accesa per la quasi totalità del tempo, disturbante e inaspettata a tal punto che una maschera ha dovuto chiedere a due spettatori di prendere posto per poter permettere al primo attore – già sul proscenio – di iniziare il suo monologo d’apertura. Disturbante è il rumore che irrompe e copre il litigio di Eunice con il marito al piano superiore, quel rumore dei vecchi televisori quando perdono il segnale dell’antenna, lo schermo si riempie di pallini bianchi e neri e l’audio è a mille. Disturbante è la musica dei System of a Down (mai nome fu più appropriato) lanciata a tradimento. Disturbante è l’amplesso di Stella e Stanley portato in scena così esplicitamente.
La scenografia è scarna, tutti gli elementi della rappresentazione sono già sul palco. Non ci sono cambi di scena, non c’è un sipario che si apre e si chiude. Oltre ai riflettori ci sono un tavolino con alcune sedie, una specchiera senza lo specchio, un frigorifero, due microfoni con l’asta, una porta sullo sfondo. Tutto ridotto all’osso. La vasca nella quale Blanche cerca di rilassare i nervi è una sedia. L’idea è quella della mancanza di privacy – in un ennesimo sfogo isterico Blanche si lamenta di riuscire a sentire i rumori selvaggi provenienti dalla stanza della sorella e del cognato. L’idea è quella dello spazio ristretto. L’idea è quella di una comunità che conosce anche i più intimi dettagli del vicino e, in virtù di questo, può giudicarlo. L’idea è rafforzata dal fatto che gli attori (sei in tutto) sono sempre in scena, anche quando non hanno battute e non dovrebbero essere li. L’idea mi ricorda il film “Dogville” di von Trier dove la violenza delle azioni viene amplificata dalla scarna scenografia che rende il contesto più cruento perché accade lì, a pochi metri dalla vita degli altri personaggi.
Come in “Dogville” anche qui c’è un narratore. Il primo attore che entra in scena è anche colui che ha il compito di raccontare al pubblico la vicenda. In un modo piuttosto didascalico ci introduce nella vita dei personaggi, annuncia il loro nome prima che recitino la propria battuta suscitando un senso di irritabilità nella reiterazione dell’operazione, esplicita le indicazioni alla regia presenti nel testo di Williams - “si alza”, “prende una sigaretta”, “nasconde sorpresa” -; a volte, di fronte a queste indicazioni, non corrisponde nessun gesto dei personaggi, altre volte è lo stesso narratore a compierle al loro posto. Verso la fine della rappresentazione scopriamo che dietro l’identità del narratore si nasconde il dottore che ha in cura Blanche dopo il crollo nervoso, anche se viene lasciato intendere che il narratore non sia altro che una sorta di “voce” che riesce a sentire solo Blanche, una personificazione della coscienza della donna che impone la sua presenza nella mente della protagonista e, di conseguenza, sulla scena. Un supporto emotivo che culla letteralmente il corpo provato fisicamente e psicologicamente di Blanche Du Bois. Che si tratti di un viaggio nella psiche di una donna fragile viene anche esplicitato dalla scelta del regista Antonio Latella di anticipare nelle prime scene il monologo finale di Blanche, quello che la condurrà alla clinica per malati mentali. Creando una cornice così forte che lega il finale con l’inizio della rappresentazione è chiara la volontà di raccontare la vicenda interessandosi ai risvolti psicologici di una personaggio che parte già con un vissuto personale che l’ha segnata (il suicidio del marito omosessuale quando Blanche aveva solo sedici anni, l’abuso di alcol, la ninfomania, l’espulsione dalla scuola nella quale insegnava dopo essere andata a letto con uno studente) e che vorrebbe lasciarsi alla spalle dando inizio ad una nuova parte della sua vita nella casa di Stella e del marito Stanley, una scelta che invece si rivela l’ultima goccia che la condurrà al definitivo tracollo.
Ottimi gli attori, soprattutto le due ragazze, Laura Marinoni (Blanche) e Elisabetta Valgoi (Stella), brave nel dare credibilità a due personaggi che rischiano di essere al di sopra delle righe. Stanley è invece interpretato da Vinicio Marchioni, già interprete del Freddo in “Romanzo criminale – la serie”. Accento polacco marcato, anche se a me ha ricordato quello del mio vicino albanese, un ragazzo buono come il pane, difficilmente identificabile nel ruolo del violento e ubriacone Kowalski. Bravi, ma soprattutto coraggiosi nell’accettare di prendere parte ad una rivisitazione di una pièce classica in chiava più moderna e più pop (penso anche alle magliette che indossano Stella e Stanley, la prima con l’immagine di Marilyn Monroe, il secondo con quella di Marlon Brando) che ha richiesto al pubblico un maggior sforzo interpretativo.