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Archivi Categorie: Dieci centimetri

Credo che la rivoluzione debba partire dal basso.

Bisogna smetterla col dare per scontato che, se l’arrivo è previsto per l’ora X, l’arrivo effettivo coincide con X più un numero imprecisato di ore comprese tra una ed infinito. Bisogna smettere di programmare i propri impegni in funzione degli inevitabili ritardi che si accumuleranno nell’arco delle giornate - devi essere in un tal posto alle dieci? non contare sul fatto che l’intercity delle nove e quaranticinque arrivi in orario, perché non sarà certamente così; questo è l’atteggiamneto da combattere, perché, cazzo, è un servizio che paghiamo per intero; ogni singolo centesimo che sborsiamo serve per garantire un minimo di decenza e, quindi, ti devi aspettare la decenza. Devi pretendere la decenza.

Negli ultimi anni, il costo dei biglietti delle ferrovie è considerevolmente aumentato; molti treni regionali sono stati sostituiti da intercity, i quali costano di più. Ad un aumento del prezzo dovrebbe corrispondere un aumento della qualità del servizio. La prima classe costa più della seconda perché mi offre dei comfort in più per sfruttare i quali elargisco una somma di denaro maggiorata. Nessuno mi regala niente. Pago per usufruire di una serie di servizi aggiuntivi. Una volta pagato, quei servizi ci devono essere.

Lunedì scorso avrei dovuto essere a Milano alle tre del pomeriggio.

Ho consultato l’orario sul sito delle ferrovie: partendo alle 13.07, l’arrivo è fissato per le 14.50. Perfetto, mi dico.

Una volta arrivato in stazione, controllo il tabellone delle partenze: nessuna segnalazione. Faccio il biglietto per l’intercity 582 Vesuvio, lo timbro, ricontrollo il cartellone. Cinquanta minuti di ritardo. Cinquanta minuti che, nel corso della successiva ora, passerranno dai quaranta ai trentacinque per poi tornare agli iniziali cinquanta con estrema facilità.

“Un guasto tecnico”, argomentava la voce impostata dello speaker.

“Ma che guasto e guasto! - ha ribattuto un viaggiatore salito nella Capitale qualche ora prima e mio compagno di viaggio - Questo è partito da Roma cinquanta minuti dopo e nun s’è visto un controllore!”

15.50, arrivo a Milano.

Ritorno in serata previsto per le 21.52.

Arrivo reale: 00.20.

Stesso scenario del mattino. Controllo il tabellone, faccio il biglietto, lo timbro, torno a controllare il tabellone: un’ora di ritardo. Prendiamola con filosofia, ho la scusa per fermarmi a mangiare qualcosa, per respirare un altro po’ dell’aria milanese, per osservare i televisori al plasma che mandano in continuazione gli stessi quattro spot fino alla fine dei tempi.

Mancano pochi minuti al termine dell’ora di ritardo ed inizio ad insospettirmi: il tabellone non indica ancora il numero del binario.

Di lì a poco il ritardo dell’intercity 549 Malatesta raggiungerà le due ore.

Tra cori generali di protesta e solenni “ma stiamo scherzando?”, mentre la fila al servizio clienti aumentava e l’irritazione era palpabile, il ritardo segnato in tempo reale diminuiva sospettosamente ad un’ora e mezza. Quaranta minuti dopo, la scritta “2h” faceva la sua ricomparsa.

A quel punto non mi rimaneva altro da fare che cercare il primo treno disponibile e partire. L’anonimo 833 per Salerno mi ha riportato a casa, dopo aver maturato venti minuti di ritardo, ça va sans dire. Ma, soprattutto, dopo essersi mangiato la differenza tra un biglietto per un intercity e quello per un espresso. Per non parlare delle fermate aggiuntive.

Ecco, dunque, il mio piano: smettiamo di prendere il treno.

Disarmante, vero?

Non dico che nessuno d’ora in poi salga su un convoglio, dico che basterebbe che ad una determinata ora, in una determinata stazione, nessuno si mettesse in fila per comprare un biglietto. Mezz’ora, dài. Vuoi mettere mezz’ora di mancate vendite in stazione centrale a Milano quanto peserebbe sul fatturato delle ferrovie dello stato? Facciamo in modo che perdano dei soldi, come fanno loro con i nostri.

Prima di salire sull’espresso 833, ho controllato il tabellone delle partenze per l’ultima volta; il ritardo era salito a tre ore.

Tipo che stamattina ho alzato la tapparella per vedere se avesse smesso di piovere.

Tipo che il vecchio del primo piano di fronte - quello che passa le estati urlando contro la moglie, la quale, per tutta risposta, si limita ad un “ssshhhh”, molto sussurato e molto lungo, invece di un “ma vedi di andare a fare in culo”, molto sonoro e molto squillante - stava in balcone a svuotare i sottovasi delle sue piante.

Tipo che, proprio in quel momento, una bambina stava camminando sul marciapiede, sotto al balcone del primo piano.

Tipo che il vecchio l’ha presa in pieno e lei, con voce rotta dalle lacrime, ha iniziato a lagnarsi con la nonna, “ma qui piove acqua dal cielo”.

Tipo che la nonna le ha detto, “passa di qua, ché è meglio”.

Tipo che io, nei momenti in cui oggi si presume che dovrei essere serio, non ci riesco perché mi scappa troppo da ridere.

Io confessoL’ho fatto.

Sono artefice di una cosa che qualunque persona un minimo sana di mente non dovrebbe mai compiere nella propria vita e, men che meno, fissarlo nero su bianco su di un blog. Il problema è che non mi sono mai del tutto liberato dal senso di colpa ché ho bisogno di trovare un modo per confessare. Non divaghiamo.

L’ho fatto. Ho approfittato della mia posizione lavorativa per scoprire che fine avesse fatto un’ex.

Ora, all’apice dei nostri momenti più interessanti, la nostra era capo chef in un prestigioso hotel in città; oggi, riscalda panini part time in bar che definire squallido sarebbe un complimento, ma questa è la nomea che ha il luogo, forse non del tutto meritata, ma, sapete come si dice, no?, in ogni leggenda, eccetera eccetera. Il locale in questione, tra le altre cose, si trova nelle vicinanze della casa di un caro amico; roba che almeno una volta alla settimana ci passo a fianco. Anvedi il destino.

A questo punto, la domanda è: la prossima volta che vado dall’amico di cui sopra, anticipo l’uscita di qualche ora e mi faccio un caffé, putacaso, proprio in quel bar? Lo farei per fare una buona azione, che pensate? Ché lo spirito della crocerossina svizzera nipote del re langue nel mio profondo e sta cercando di emergere.

Lo farei solo per quello, sia ben chiaro.

Ovvero: oddio, a fine marzo scade tutto.

Ore 14.58, arrivo all’Esselunga. Spesa composta da un pacco di caffè Kimbo in offerta (perché all’Esselunga puoi comprare solo i prodotti in offerta, a meno che tu non ti chiami Rockefeller) e da una confezione da quattro di Ferrero Rocher (buonissimi). Il tutto con l’unico scopo di ottenere uno scontrino col saldo punti che sono in scadenza. 863. Ah, però. La gentilissima commessa adetta alla prenotazione regali, che aveva tanta voglia di lavorare il sabato pomeriggio quanta quella di farsi investire da un tir, mi ha informato - sempre gentilmente, s’intende - che “no, oggi è solo l’ultimo giorno utile per prenotare i regali della collezione 2007-08″ e “sì, i punti di quest’anno possono essere utilizzati anche l’anno prossimo”. Bene, all’anno prossimo, allora, a meno che il tuo contratto a tempo determinato non finisca prima, con mio sommo dispiacere.

Ore 15.35, arrivo all’E.leclerc. Spesa un po’ più ricca (tre chili di pasta) e ben 2683 punti, quantificabili con due insalatiere di vetro che più brutte non si può. “Scusi, signora, non ho ben capito perché ci sono due cartelli: uno dice che la raccolta termina il 24 aprile, l’altra il 17 maggio. Scelgo io la scadenza, in base alle mie esigenze?” “No, guardi, la raccolta termina il 24 aprile, la prenotazione dei regali il 17 maggio; però, se lei prenota dal 31 marzo al 17 aprile, ha diritto a 200 punti extra”. Ah, però. “Bene, ho capito. Mi può lasciare un catalogo, così me lo guardo con comodo a casa?” “Certo. Eccolo, sono 50 cent” “Come dice? Credo che le sinapsi del mio cervello abbiano scioperato negli ultimi trenta secondi, ha devvero detto che debbo pagare per qualcosa che, fino a poche settimane fa, era gratis?” “Se vuole, può visionare gratis una copia del nostro catalogo qui a fianco. Si metta pure in fila”.

Ore 16.10, dal cruscotto della macchina spuntano misteriosamente tre buoni sconti del Conad. Scadenza: oggi (ieri, ndr).

Ore 16.45, arrivo al Conad. Tre acquisti col 30% di sconto: buste per la gatta, pile per il lettore e crackers. “Scusi, non è che mi darebbe un catalogo dei premi?” “Guardi, li abbiamo finiti, ma torni la prossima settimana ché ci arrivano.” Ah, però.

Lunedì scade lo sconto della Coop. Ah, però.

Io sono qui

(e non serve a togliermi dei dubbi).

Anzi, uno su due.

Corriere.it sostiene che il 25% dell’elettorato italiano non abbia ancora deciso per chi votare; mentre il 50% avrebbe deciso l’area politica, ma non il partito. Io rientro tra quest’ultimi, dal momento che, parliamoci chiaro, non ho mai dato la mia preferenza al centrodestra - e non prendo nemmeno in considerazione l’ipotesi in questo giro - dando la precedenza al cosidetto “voto utile” al centrosinistra. In suo onore, ho scelto Rutelli nel 2001 e Prodi nel 2006. Il primo ha avuto l’indecenza di perdere, il secondo ha inserito nella sua Unione un numero così elevato di partiti da ridursi all’immobilismo pur di evitare di contrariare una delle parti, con tutto quello che ne è conseguito che conosciamo fino alla nausea e con la conseguenza del tutto personale che ne ho fin sopra le scatole del “voto utile” e ne farei volentieri a meno.

Farei.

Perché i problemi, almeno i miei, iniziano proprio qua. Perché, continuiamo a parlarci chiaro, la sfida se la giocano il Popolo delle Libertà e il Partito Democratico, i numeri non hanno il senso dell’umorismo; l’unico che avrebbe qualche chance di battere Berlusconi è Veltroni. A logica, quindi, il mio voto dovrebbe andare a lui: un voto al PD aumenterebbe la distanza dal PdL, ché con l’attuale legge elettorale anche due voti fanno la differenza, soprattutto al Senato, e si dia il caso che Walter sia comunque “meno peggio” di Silvio. Ma si può votare sempre in nome dell’antiberlusconismo? No. Almeno, io passo. Esigo qualcosa di più; temo troppe divisioni in una stessa coalizione che vede tra i suoi candidati la Binetti e Scalfarotto; inoltre, Veltroni e il suo programma non mi hanno convinto del tutto e, soprattutto, il PD mi ricorda troppo un’Unione sotto mentite (?) spoglie. No, sono quasi del tutto convinto di non votare per il PD. Allo stato attuale, l’unico motivo che mi spingerebbe al PD sarebbe la presenza dei Radicali nelle loro liste, anche se, sempre a causa dei numeri, sembra che non sia garantita la presenza dei nove candidati radicali, in caso di vittoria del PD.

Non mi resta, quindi, che sondare altri lidi. Mi sono preso dieci minuti e ho letto i quattordici punti della Sinistra Arcobaleno. Programma condivisibile, niente da dire, finora quello che ho trovato più adatto a me, ma. Ma, mi chiedevo, punti come il 3 (grassetto originale):

[...] La Sinistra l’Arcobaleno vuole fissare per legge il salario orario minimo per garantire una retribuzione mensile netta di almeno 1000 euro; propone un meccanismo di recupero automatico annuale dell’inflazione reale; propone di elevare le detrazioni fiscali per i lavoratori dipendenti. La Sinistra l’Arcobaleno vuole introdurre, come avviene in tutta Europa, un reddito sociale per i giovani in cerca di occupazione e per i disoccupati di lungo periodo, costituito da erogazioni monetarie e da un pacchetto di beni e servizi. La Sinistra l’Arcobaleno propone di diminuire il prelievo fiscale per i redditi più bassi portandoli dal 23 al 20%, contemporaneamente di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20%, di redistribuire il reddito ai lavoratori e alle lavoratrici attuando immediatamente quanto previsto dalla Finanziaria di quest’anno, che destina loro tutto l’extragettito maturato.

obbietivamente, come riesci a metterli in pratica? Da dove ricavi i soldi necessari per renderlo attuabile? Oppure, l’abbandono di “progetti inutili e dannosi come il Ponte sullo Stretto, il Mose a Venezia, la TAV in Val di Susa” (punto otto) è davvero la strada giusta? O, come sosteneva Di Pietro qualche mese fa, interrompere i lavori tra Messina e Reggio significherebbe un danno maggiore all’erario quantificato in multe ed ammende? E la mancanza della TAV non metterebbe un limite ai collegamenti con il resto d’Europa?

Morale della favola? Ho poco meno di un mese per farmi andare bene qualcosa.
O qualcuno.

(sottotitolo: Ma la neve si deposita in fondo)

Ho cambiato il filo dell’antenna in macchina, quello che c’era prima era letteralmente marcio. Il risultato? Se prima non riuscivo a sintonizzarmi su nessuna stazione, adesso ne ricevo perfettamente due: Radio Pausini e Radio Stella. Per chi non fosse della zona, Radio Stella è un’emittente che trasmette le canzoni che andavano di moda trenta e più anni fa che, per i nostalgici, è una botta di gioventù, per tutto il resto degli ascoltatori, è una rottura di scatole a non finire. Da Radio Pausini, invece, ho scoperto che “Destinazione Paradiso” parla di un morto, mentre il verso “vi saluto a tutti” è quella che si suol definire una licenza poetica o il frutto della mente annebbiata da non si bene cosa, dipende dalle interpretazioni.

In una di quelle puntate di fine anno che tanto piacciono agli americani, John dice ad Ally che “se non ripensi all’anno passato senza né piangere né ridere, vuol dire che non è stato un anno ben speso”; stamattina mi è tornata in mente questa frase. Dell’anno agli sgoccioli salverei veramente poco, a parte qualche incontro negli ultimi mesi e qualche uscita fuori porta.

Salverei “Bruci la città” - sì, lo so che è scontatissima, ma io non sono Sofri, anche se - e Shirley Bassey che canta “Get the party started”. Salverei Glifo di Everett - non leggete la trama che vi rovina tutto - e il fatto che sia leggibile a più livelli (come romanzo, testo filosofico, metaletterario) m’intriga molto, come diceva un vecchio professore, “il lettore è un investigatore che deve cercare anche i minimi indizi che l’autore lascia qua e là”. Anche il Romagnoli di Non ci sono santi salverei. E poco altro.

Ma davvero poco altro.

Ho smesso di credere a Babbo Natale in quinta elementare.

Ero da un mio compagno di classe per festeggiare il suo compleanno e suo padre si stava preparando per accompagnare a casa me ed un’altra nostra amica; c’erano anche altri genitori che parlavano tra di loro, incuranti della nostra presenza. Ad un certo punto, uno di questi ha iniziato a pavoneggiarsi del fatto che erano passati diversi anni da quanto il suo pargolo aveva scoperto la verità sul vecchio barbuto; gli altri genitori lo seguivano a ruota. Poi, forse rendendondosi conto della nostra presenza, ci hanno guardati istupiditi e con finta nonchalance ci hanno chiesto se credessimo in renne volanti e gnomi acrobati. Un po’ tardi, direi. Noi tre monelli abbiamo finto spudoratamente.”Babbo Chi?”, “Ho smesso di crederci quando mi hanno tolto il pannolino”, “Scherziamo?”. Io, però, arrivato a casa chiesi conferma a mia madre e lei cercò di tranquillizzarmi, con scarso successo. Decisi allora che era arrivato il momento d’indagare. Scrissi una finta lettera al vecchio, nella quale chiedevo una generica “casa delle Micromachines, quella della pubblicità, per intenderci”, confidando nel fatto che lui tutto vedeva e, quindi, doveva sapere che desideravo avere la caserma dei pompieri. Quale delusione quanto trovai sotto l’albero, in una scialba carta gialla, un banale condominio! Ricordo che piansi per due giorni, mentre mia madre mi guardava preoccupata ed era costretta a sorbirsi dei laconici, “Tu non puoi capire”.

Quest’anno, con i regali ho risolto prendendo solo libri (Mamma Feltri ringrazia) che so già che scontenteranno tutti, pazienza; se qualcuno di voi fosse a corto di idee, suggerisco alcuni regali “ragionati”:

Quasi dimenticavo! Buone feste.

*…e meno male.

Per due anni prendere la tratta ferroviaria Torino Bologna a/r ha significato per me una serie di situazioni per lo più simili tra loro, una routine da viaggiatore, per così dire. Una routine che iniziava dalla preparazione della valigia, mezz’ora prima di uscire di casa, passando per la lunga pausa alla fermata dell’autobus in attesa del 57 o del 27 (puntualmente arrivava il secondo dal momento che il primo aveva un percorso più breve), farcita da altrettanto lunghe menate mentali del tipo, “perché non ho fatto il biglietto ieri?” o “allora esiste davvero il karma”, e finiva con il solito tossico appollaiato vicino alla macchinette self service in cerca di un minimo di solidarietà ché proprio non gli bastavano i soldi per pagarsi il treno. Ha significato anche ostinarsi a tentare di timbrare il biglietto nella stessa obliteratrice, l’ultima prima dei binari, che, data la posizione, si decideranno bene a sistemarla ed invece; ha significato correre fino alle prime carrozze ché la routine è tale perché ti obbliga a fare sempre le stesse cose e, se il primo viaggio lo fai nella carrozza in testa, anche tutti le altre volte dovrai andare in testa, pena un profondo malumore; ha significato riuscire a sedersi dai due ai dieci minuti prima della partenza (il bus era poi arrivato ed in un secondo erano spariti i propositi antipigrizia ed i dubbi filosofici) e vedere arrivare il tossico di cui sopra che ancora invocava la solidarietà flantropica. Ha significato vedere le facce degli stessi controllori; quelle dei viaggiatori, no, non ne ho mai viste due uguali. Tra Piacenza e Fidenza, significava vedere salire un ragazzo biondino sordomuto, almeno così si presentava nei foglietti plastificati che lasciava vicino ai finestrini, insieme ad un accendino o ad un portachiavi di una pacchianeria disarmante, oggetti che recuperava una volta raggiunta la fine dello scompartimento. Il biglietto invitava al loro acquisto, cosa che non avveniva mai.

Ieri, dopo due anni, ho rifatto lo stesso percorso. A Fidenza ho visto un braccio posare alcuni oggetti che mi hanno distolto dalla lettura del mio libro. Inizialmente non l’avevo riconosciuto, la fronte era molto più spaziosa ed era leggermente ingrassato; poi, mentre si avvicinava alla porta dello scompartimento, ho provato un profondo senso di malinconia.

Ed ho comprato un portachiavi.

Alcune settimane fa ho sognato di essere in giro per Torino. Di perdermi a Torino. Raggiungevo una zona molto periferica in autobus e, convinto di essere arrivato a destinazione, scendevo dal mezzo pubblico per raggiungere la via che credevo fosse pochi metri dietro la fermata. Ovviamente mi sbagliavo. E così, in una calda giornata di metà estate, ho iniziato a gironzolare in un quartiere sconosciuto in una città (semi)sconosciuta nel vano tentativo d’incontrare qualche anima buona che mi desse un briciolo d’indicazioni stradali. Nulla. Ricordo il sudore scendermi dalla faccia, la gola secca, i piedi che iniziavano ad essere doloranti. Mi guardavo attorno alla ricerca di una fontanella a forma di toro o di un bar dove attaccarmi a qualcosa di fresco, ma niente.

Allo stremo delle forze, mi fermai presso un muretto in cemento, alto poco più di un metro. Dopo essermi seduto, mi misi a guardarmi attorno. Fu allora che lo vidi. In mezzo ad un’ampia collinetta, piena di fiori dai colori sgargianti, un enorme busto color pece che raffigurava Mussolini sovrastava tutta la zona circostante.

Un paio di sabato fa mi è capitato di assistere ad una parte di uno spettacolo mandato in onda su Rai2 a tarda notte, un adattamento teatrale del romanzo di Gadda “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, con la regia di Luca Ronconi. La versione televisiva - e, immagino, anche quella teatrale - iniziava con un balletto stilizzato di un gruppo di persone che muovevano arti inferiori e superiori in modo plastico. Alle loro spalle, ad intervalli regolari, passava, posto sopra un carrello, un busto del Duce, di profilo. Nero.