Ho appena finito di leggere I Simpson e la filosofia, una raccolta di saggi di autori vari divisa in quattro parti (I personaggi, Temi simpsioniani, Non sono stato io: l’etica dei Simpson ed I Simpson e i filosofi), anche se, a mio avviso, i testi potrebbero essere divisi in due categorie: la prima comprende gli scritti che trattano prettamente di argomenti filosofici e, tanto per giustificare la loro presenza all’interno di un volume dal titolo I Simpson e la filosofia, buttano qua e là il nome di un personaggio del cartoon - vedi, per esempio, Che cosa significa pensare secondo Bart di Kelly Dean Jolley o Homer e Aristotele di Raja Halwani -; la seconda si occupa di diversi aspetti del cartone animato in quanto tale e credo che sia la parte più interessante.
Occupandosi della figura di Marge, per esempio, il saggista si preoccupa d’inserirla all’interno del filone televisivo “mamme di famiglia” e nota, tra le altre cose, come la mamma Simpson - nata nel 1989 - si rifaccia ad un tipo di serial che sul finire degli anni Ottanta non era più in voga, ovvero quello della mamma chioccia stile Marion Cunningham, mentre in quegli anni iniziavano a diffondersi sul piccolo schermo delle famiglie non più basate sul classico schema padre-madre-figli (possibilmente un maschio e una femmina), ma su situazioni ben più “aperte”, come l’esemplificativo I miei due papà.
Molto interessante anche il saggio dedicato a Ned Flanders (Ned Flanders e l’amore verso il prossimo di David Vessey); partendo dall’episodio Casa dolce casettina-uccia-ina-ina nel quale viene tolta la patria potestà a Marge e Homer ed i figli affidati proprio ai vicini iper-religiosi, si pone l’interrogativo se sia giusto battezzare i bambini che non hanno ancora ricevuto tale sacramento, sapendo che quest’atto sarà la condicio sine qua non poter accedere alla vita eterna, o se sia lecito lasciare piuttosto la scelta ai bambini, una volta cresciuti.
Infine, merita un’attenzione particolare la scelta degli autori del cartoon di riempire le sceneggiature di citazioni e di omaggi televisivi, cinematografici e letterari. La peculiarità che ha fatto sì che I Simpson riuscissero a raggiungere il diciottesimo anno di vita consiste proprio nell’inserire ed amalgamare riferimenti “alti” che possono essere tranquillamente tralasciati da uno spettatore non particolarmente colto e, allo stesso tempo, apprezzati da uno più attento, arrivando ad ottenere il medesimo risultato: la risata (il primo capendo che c’è qualcosa di cui ridere in quella specifica situazione, il secondo collegando la battuta alla situazione originale).
Va da sé che alcuni riferimenti/situazioni si perdono nella versione italiana, o a causa della traduzione o a causa del diverso background, anche televisivo (in un episodio, Homer lancia una palla da bowling in alto canticchiando la parafrasi della sigla d’apertura di un popolare show USA; la sigla in questione viene cantata dalla presentatrice che, ad un certo punto, lancia in aria il cappello).
La traduzione italiana, in questo caso mi riferisco a I Simpson e la filosofia, pecca per un numero imprecisato di refusi e di errori grossolani (nella stessa pagina il commisiario viene chiamato indistintamente Wiggum o Winchester).
Infine, a chi potrebbe interessare, online c’è il completo The Simpsons Archive al quale il volume fa ampio riferimento.


