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Sunny day.

English Lesson no. 1: Swear Words.

Fuck as a verb stands for “to have a sexual intercourse with someone”; as a noun it could be a reference to a sexual partner or to an unwanted person; as an adjective or an adverb is an intensive.

Twat is vulgar slang for female genitals. It often used as an insult to someone who acts like an idiot, vulgarly known as a “pain in the ass” as well.

e.g. – Beppe Grillo is a gigantic fucking twat. [*]

Giornata di sole.

Cercando di organizzare una gita fuori porta per lunedì, ho scoperto che il sito delle FFSS ha di nuovo, oltre la veste grafica, anche una discreta dose di sole. Nella ricerca di un treno che parta da Modena per Padova le soluzioni possibili sono quelle legate alle nuovissime Frecce, ovvero le più costose. Tenendo presente che nel tragitto è previsto un cambio a Bologna e cercando solo il tragitto Bologna-Padova improvvisamente le soluzioni raddoppiano e fanno la loro comparsa anche i più economici regionali. Mi sembra giusto. Intanto sembra confermato che neanche quest’anno riuscirò ad andare alla notte bianca di Firenze. Karma is a bitch.

Giornata di pioggia. E’ tornato il freddo proprio quando ho iniziato a fare il cambio dell’armadio.

Vogliamo parlare della nuova moda dei supermercati, quella delle figurine?

In principio erano i bollini adesivi, tutti argentati e tutti luccicanti, quelli che, quando la cassiera te li allungava mentre eri intento a sollevare due buste di plastica stracolme di qualsiasi cosa, non sapevi mai che fartene ma sapevi che dovevi decidere prima che la vecchietta in fila dopo di te allungasse il muso e, con finta spontaneità, dicesse “Giovanotto, se non sa che farsene, li posso prendere io”, perché, a quel punto, dire “Taci, vecchia, e fatti gli affaracci tuoi!” non sarebbe stata più un’opzione praticabile. E allora te li mettevi in tasca confidando nella passione di tua madre per la raccolta di ogni cosa, salvo poi scoprire che no, non raccoglieva i punti di quel supermercato, perché c’era bisogno di troppi bollini argentanti per quel premio che le interessava o perché i premi erano proprio brutti brutti e dovevi aggiungere duemila lire oltre ai bollini, ma tu mettili da parte che li dò a quella mia amica. E puntualmente rimanevano a prendere polvere sul mobile in sala fino alla naturale scadenza del concorso, data in cui finivano nella spazzatura.

Oggi la situazione è pressoché rimasta invariata, ma oggi con la spesa ti danno il sacchetto di figurine.

Ti ricordi quando eri piccolino e giocavi a “celo/manca” con i tuoi amichetti di scuola?

Ricordi quando la mamma ti obbligava ad andarle a comprare il latte (insieme a tutta una lista di altre cose che si era ben guardata dal dirti ad alta voce ma che aveva scritto su un biglietto con una grafia minuscola) e la cassiera ti chiedeva se volevi anche i bollini?

Bene, quelli dei supermercati hanno deciso di puntare sull’effetto nostalgia – strano! che moda insolita! – per creare fidelizzazione con i propri clienti, soprattutto con i trentaqualcosa, quelli che oggi possono spendere ricordandosi com’era bello fare la spesa da piccoli.

Alla Coop si fa “Il giro del mondo in 180 figurine” con tanto di giornate dedicate allo scambio tra collezionisti per arrivare il prima possibile al completamento dell’album. Il tutto sotto il marchio del WWF.

All’Esselunga, ho scoperto oggi, si punta sui più giovani o almeno questa dovrebbe essere l’idea. Le figurine da collezione sono quelle dei cantanti che piacciono ai giovani (Britney Spears, Alessandra Amoroso, Biagio Antonacci…) ed in ogni bustina – sorpresa! sorpresa! – c’è un codice per scaricare un brano dal portale messo su per l’occasione. Meno male che c’è qualcuno che pensa ai più giovani, si sa, senza uno stipendio fisso, come potrebbero permettersi di aggiungere musica al loro hard disk altrimenti?

Giornata nuvolosa.

Il nuovo amore musicale si chiama Maria Antonietta.

Nome d’arte di Letizia Cesarini, venticinque anni, di Pesaro, molti la stanno già bollando come “la nuova Carmen Consoli”. Ecco, io non lo so se mi piace perché mi ricorda Carmen Consoli, ne dubito – perché, se tale regola fosse vera, che mi piace un cantante se ricorda Carmen Consoli, allora dovrebbero piacermi anche i Negramaro, cosa mai più lontana dalla verità – ma so che da qualche giorno non faccio altro che ascoltare il suo omonimo disco. Disco che contiene una massiccia dose di frasi da riempirci la Smemoranda, se la usassi ancora e se avessi sedici anni. “Perché io ti odio, ma fingo bene/sono molto intelligente, quando mi conviene”. “Cosa volevo fare, Giovanna d’Arco? Che il mondo ti mette al rogo in ogni caso”. “Che poi tutte le mie canzoni parlano di un solo cazzo di argomento/della mia incapacità di accettare la realtà”. “Questa è la mia festa, questo è il mio vestito nuovo/questo è il mio martini cocktail e non sarà il solo”. “Che poi chi l’ha detto che la verità rende liberi/voglio restare prigioniera/e avere bei vestiti dentro cui morire giovane/in una vasca di motel”. “Tu dicevi come sono belle le persone una volta che se ne sono andate”. “Avrei voluto solo dirti che la sola cosa al mondo/che volevo era essere felice ad ogni costo/era essere felice ad ogni costo/era essere felice ad ogni costo/ma bevo il martini con l’aspirina/abbracciata a un uomo che non assomiglia a te”. Forse il livello di “citazionabile” è confrontabile solo con quello di Dente.

(Tutto l’album è in streaming qui.)

Giornata di sole.

Madre mi ha chiesto di guardarle la pensione di marzo sul sito dell’Inps (ex Inpdap); nonostante abbia passato il pomeriggio – più o meno – ad accedere alla pagina con le diverse mensilità, mi è sempre comparsa una avviso che diceva che “l’applicazione richiesta non è disponibile”. Ho persino provato a riesumare Internet Explorer – nella mia esperienza i siti per così dire “istituzionali” funzionano *solo* con Internet Explorer -, ma ciccia. Ora, se fossi un cospirazionista, penserei che la cosa non sia casuale all’indomani della “stangata di primavera” e che si voglia allontanare il momento in cui i pensionati si renderanno conto del peso delle nuove addizionali. Ma siccome cospirazionista non sono, scommetto che domani riuscirò ad accedere alla pagina dell’Inps senza particolari problemi.

Gentile navigante che ti avvicini a questo blog chiedendoti “quando posso rivedere il serale di amici 2012 visto che il sabato sera lavoro?”, la risposta è “quando vuoi”, basta collegarsi al sito di Mediaset – che non è mediaset.com bensì mediaset.it - e cliccare sulla puntata che ti sei perso. Ah, devi anche aver installato Silverlight, lo so, è un pacco, ma, ehi, chi ti ha detto di lavorare il sabato sera?

  1. Vai sul sito dei Kaiser Chiefs.
  2. Scegli dieci tra le venti canzoni proposte, puoi ascoltare degli estratti da ognuna.
  3. Scegli l’ordine di esecuzione inserendo il primo jack nella canzone che vuoi che sia la prima, il secondo jack nella seconda canzone e così via.
  4. Scegli la copertina, gli oggetti, la grandezza, i colori.
  5. Compri l’album. Il digital download costa 7,50 sterline. Ti devi creare un account per farlo.
  6. Poi ti offrono una pagina web con l’album appena creato/acquistato in vendita per chi fosse interessato. Ogni volta che qualcuno scarica la tua compilation tu guadagni una sterlina. Dopo otto volte rientri con le spese.

Il titolo dell’album invece è fisso. Si chiama “The future is medieval”.

Nel TG5 delle 13 di oggi hanno mandato in onda un servizio (video e testo, quasi integrale) sulla RU486.

In un minuto e tredici secondi, il giornalista Marco Palma:

  • sottolinea il patetismo dell’uso del farmaco, il quale “blocca il nutrimento dell’embrione”;
  • nota che la prescrizione della pillola comporta “almeno un giorno di ricovero”;
  • dà voce ad Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, la quale sostiene di aver avuto le mani legate in questa faccenda, in quanto l’introduzione del farmaco nei nostri ospedali sarebbe da rincodurre ad accordi del governo precedente con l’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, e che si tratta di “una vera truffa dire alle donne che è sicura e che rende l’aborto facile”;
  • ricorda la condanna del Papa, solo due giorni fa;
  • conclude buttando lì un “costo e modalità di prescrizione ancora da stabilire”.

Ovvero, tu, giovane (ma anche no) donna che tra qualche mese avrai la possibilità d’interrompere la tua indesiderata gravidanza attraverso un metodo meno invasivo del raschiamento, sappi che: farai morire di fame un bimbo; dovrai sorbirti, come minimo, un giorno di ospedale chiedendo al tuo capo un permesso e spiegando alle tue amiche e conoscenti il perché di questo improvviso ricovero; quei brutti cattivoni della sinistra ti hanno preso in giro dicendoti che sarà una passeggiata; spenderai in ogni caso un bordello di soldi perché, se anche non pagassi direttamente tu, sarebbe a carico del contribuente, te compresa. Tutto chiaro, finora?

Naturalmente sarai dannata per l’eternità, nel caso te lo fossi chiesta.

La politica irrompe nella saga e prende posizione contro la pena di morte. Ne Harry Potter e il prigioniero di Azkaban per ben due volte l’esecuzione capitale si dimostrerà una scelta sbagliata, sommaria ed ingiusta.

L’Ippogrifo di Hagrid deve essere soppresso, sentenzia il Ministero della Magia, a causa del suo comportamento violento nei confronti del giovane Malfoy – anche se era stato quest’ultimo a stuzzicare l’animale facendo sì che si scatenasse la sua reazione violenta, ma avere un padre nei piani alti permette l’apertura di molte porte. L’animale viene giustiziato, ma, grazie alla GiraTempo di Hermione, un viaggio nel passato della ragazza con Harry cambierà le sorti di Fierobecco, l’Ippogrifo, e di tutti gli altri personaggi, Harry in primis. Harry che si vede alle prese con una scelta difficile: assecondare o meno il suo desiderio di vendetta nei confronti di Black. Nell’arco del romanzo, infatti, il maghetto scoprirà che il motivo per cui Sirius Black era stato incarcerato ad Azkaban è legato alla vicenda personale e familiare di Harry stesso: Black, un tempo amico e confindente dei signori Potter, avrebbe tradito la loro fiducia consegnandoli letteralmente a Voldemort. Nel momento in cui Harry si troverà faccia a faccia con il fuggiasco, in un emozionantissimo ed imprevedibile capitolo 17, esiterà più di una volta prima di fidarsi di Black e prima di non cedere al fascino di un agoniato autogiustizionalismo; scelte che si riveleranno più che felici, vista l’innocenza dell’uomo. La Rowling ci dice, insomma, che un libro non si giudica dalla copertina (non perché ti chiami Black devi essere per forza malvagio) e introduce ai suoi giovani lettori temi più delicati, più “da grandi”, considerando che la loro età anagrafica cresce assieme a quella di Harry Potter stesso.

Leggendo, infine, mi è successa una cosa un po’ particolare: ho realizzato che, se lo incontrassi nella vita di tutti i giorni, io, quel Ron lì, proprio non lo sopporterei.

(Spoiler – anche se penso di essere uno dei pochi ad essersi avvicinato ad H.P. solo ora)

Ho letto i primi due capitoli della saga.
Dal primo sono stato piacevolmente travolto, dal secondo inevitabilmente deluso.

Harry Potter e la Pietra Filosofale racchiude in sé diversi generi: è un romanzo di formazione di un bambino che si avvicina all’adolescenza attraverso diverse prove da superare; è un giallo e, come tale, riesce a spostare l’attenzione dal reale colpevole al presunto; è un fantasy con maghi, orchi, streghe ed incantesimi; è una fiaba con tanto di morale (“non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere”); è una parabola della vita.

La caratteristica principale del giallo è quella di disseminare indizi nell’arco delle pagine, magari anche indizi minimi, ma che, arrivati in fondo, facciano pensare al lettore, “cavoli, era sotto i miei occhi e non me ne sono accorto!” e, al tempo stesso, incolpare un altro personaggio che, si scoprirà, assolutamente estraneo alle vicende. Agatha Christie lo fa continuamente: l’investigatore di turno ha un ventaglio di probabili assassini sul quale concentra le proprie attenzioni, tutti con un movente più che convincente; tutti innocenti, l’omicida è un altro, infatti. L’unico sul quale non sono caduti i sospetti dell’investigatore, almeno non inizialmente, e, con i suoi, quelli di noi lettori, si rivela un dispensatore di morte a sangue freddo. E non te la puoi prendere con l’autrice ché lei non poteva mettere un cartello “leggi qui con attenzione ché ti sto facendo capire chi è il colpevole”, perché il suo compito è proprio il contrario, semmai, farti passare per inosservato qualcosa che dovrebbe richiamare la tua attenzione.

In Harry Potter, ci sono molti indizi che dovrebbero palesare la colpevolezza di Raptor: dal maleficio durante la partita di Quidditch, interrotto casualmente da Hermione che va a scontrarsi con il professore nel tentativo di fermare Piton; ai battibecchi tra i due insegnanti, lasciati volutamente ambigui. E il facile capro espiatorio diventa il professor Piton perché, diciamocelo, cosa c’è di più liberatorio che ritenere colpevole proprio la persona che detestiamo e che dimostra di provare gli stessi sentimenti nei nostri confronti?

Accattivante è anche la scelta di un undicenne come protagonista, un bambino che, come ogni favola che si rispetti, è un orfano cresciuto dagli zii all’interno di un ambiente al quale sente di non appartenere e che scoprirà non solo di essere un mago, ma anche uno dei più potenti, l’unico, insieme a Silente, in grado di fermare il più grande stregone dedito alle Arti Oscuri. Harry è anche un monello che non si tira indietro quando si tratta d’infrangere le regole della scuola di magia, nonostante un vago senso di colpa lo attanagli e nonostante i fatti gli daranno ragione.

Ho sentito persone dire che il film è la rappresentazione sullo schermo della magia del libro ed ora mi chiedo quale romanzo avessero letto all’epoca. Il film prende le mosse dalle pagine della Rowling, è vero, ma le differenze sono molte e molte anche le imprecisioni. Da quelle minime (il boa constrictor che Harry libera allo zoo nel libro si dirige verso il Brasile, nel film in Birmania) ad interi episodi modificati radicalmente. Nel film viene tagliata completamente la prova di logica che supera Hermione e che permette ad Harry di trovarsi faccia a faccia con Raptor/Voldermort, tant’è che, quando Silente assegnerà dei punti al Grifondoro per le gesta della ragazza, non si capisce bene quali siano le gesta in questione. La vicenda del drago allevato da Hagrid viene stravolta, mancano gli amici di Charlie Weasley che recuperano Norberto in cima ad una torre di Hogwarts, durante la discesa dalla quale, Harry e Ron vengono scoperti dalla McGranitt e puniti. Nel libro, inoltre, Hagrid rivela ad Harry le sue origini fin dal loro primo incontro.
Nel romanzo, s’insiste molto anche sul disprezzo di Malfoy nei confronti di Ron, disprezzo causato dall’umile famiglia di provenienza di Ron, con due genitori che non possono permettersi di spendere troppi soldi per comprare tutti gli anni libri nuovi ai sette figli, figli costretti anche a passarsi i vestiti. Anche nel secondo libro questo aspetto emerge spesso, c’è addirittura un intero capitolo, quello dedicato alla libreria Il Ghirigoro, nel quale la differenza sociale tra le famiglie Weasley e Malfoy risulta più che palese.

Il secondo romanzo, Harry Potter e la Camera dei Segreti, si diceva, è una completa delusione.

Innanzitutto, la struttura dei due libri è più che simile. In entrambi, c’è una prima parte dedicata alla vita dei Babbani e, in particolare, alle condizioni nelle quali Harry è costretto a vivere; c’è una parte ambientata a Dragon Alley, poi il binario nove e tre quarti, l’arrivo a scuola, la selezione del Cappello Parlante, Halloween, due partite di Quidditch, lo stesso astio di Piton verso Harry e viceversa. Nel primo, spetta ad Hagrid il ruolo del sempliciotto che si lascia scappare delle parole di troppo che, seppur accidentalmente, spingeranno Harry ed i suoi amici verso la soluzione del caso; nel secondo, lo stesso ruolo è affidato a Dobby. In entrambi i sospetti cadono su innocenti, anche se nel secondo s’insinuano dei dubbi verso lo stesso Harry. In entrambi, non dimentichiamolo, il colpevole è lo stesso.
Gli indizi di cui sopra sono al minimo sindacale – la faccia preoccupata di Ginny quando scopre che Harry possiede il diario di Riddle.
In entrambi, però, è presente un incontro tra Harry ed un suo professore prima dell’inizio della scuola, con Raptor nel primo e con Allock nel secondo, episodio, quest’ultimo, che mi aveva erroneamente fatto credere che Allock fosse il nemico, cosa che ho ritenuto plausibile fino agli ultimi capitoli.

Domani prenderò il terzo libro della saga, ma, se dovesse essere troppo simile ai precedenti, credo che la mia liaison col maghetto finirà qui.

Mi è appena arrivato “Harry Potter 7″.

Cosa faccio, lo leggo o prima mi metto in pari con gli altri sei?

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