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Archivi Categorie: Sfogliando il giornale

In the reality show that is today’s Italy, Mr. Berlusconi is the clear winner. His rivals are doing little more than throwing tomatoes on stage. The actor is showing signs of fatigue, but the audience is glued to its seats. Après lui, le déluge.

In Italy, Questions Are From Enemies, and That’s That – The New York Times

Sapevate che a Torino dal 17 al 19 ci sarà il G8 delle università? No? Sapevatelo (pagina 20; è un .pdf moooolto pesante): “Il tema principale dell’evento sarà lo sviluppo sostenibile articolato secondo le cinque E inglesi: energia, economia, etica, educazione e ambiente. Parteciperanno 50 atenei…”. Il rettore ha deciso di chiudere agli studenti l’accesso a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, dalle otto di stamane alle venti di martedì 19 per non precisate “ragioni eccezionali”, come si legge nella homepage del sito dell’università. Peccato che l’informazione sia stata diffusa solo ieri sera ed un gruppo di studenti si sia recato in università questa mattina, convinto di poter andare a lezione. Non solo, ma neanche tutto il personale docente era stato informato della temporanea chiusura, tanto che alcuni professori si sono presentati regolarmente all’ateneo. A quel punto, gli studenti hanno deciso di andare al Rettorato e di bloccare il traffico per protesta.

Io proporrei di chiudere la Benetton ogni volta che esce un nuovo modello di tanga; di chiudere la tangenziale se vi entra un suv immatricolato nell’anno corrente; di spegnere il segnale della televisione ogni volta che va in onda una nuova puntata del pomeriggio della Balivo. Se poi volete oscurare la Balivo a prescindere per me va bene lo stesso, eh.

“Queste sono cose private, privatissime, che non dovrebbero finire sui giornali.”

Peccherò d’ingenuità, ma se se si tratta realmente di questioni personali che non dovrebbero riempire le pagine dei quotidiani, perché rilasciare un’intervista sull’argomento al Corriere ed una alla Stampa?

La cosa più schietta l’ha detta Larry King: te la sei andata a cercare con tutte le droghe di cui hai abusato; dopo anni di eroina, cocaina e Lsd, il minimo che ti potevi aspettare era l’epatite C.

Natalie Cole ha fatto quella che trovo essere il più vigliacco dei gesti, sfruttare il suo potere mediatico per salvarsi il culo.

A febbraio dello scorso anno le viene diagnosticata l’epatite C, inizia una cura che comprende anche la chemioterapia, ma che compromette in maniera irrimediabile i reni. Tre mesi dopo arriva la dialisi, tre volte alla settimana; a questo stadio della malattia, però, solo un trapianto può fare la differenza.

E qui si arriva all’altra sera.

Ospite dello show di Larry King, la signora Cole racconta la sua storia, non nasconde il suo passato da tossicodipendente, ammette che è proprio a causa di quel passato se è costretta in dialisi, dice che non ha “mai pensato di passare davanti agli altri o di comprare un organo al mercato nero, in India”, ma che necessita di un donatore; poiché il figlio non è compatibile per un problema di pressione, la Cole ha bisogno di un donatore “perfettamente in salute”.

E da lì le risposte non tardano a farsi sentire. Nell’arco di qualche minuto lo show riceve una serie di e-mail di telespettatori disposti a farsi visitare e a cedere un rene per la cantante.

E da lì che m’iniziano a girare, perché non tutti possono permettersi il lusso di essere ospitati in un talk televisivo alla ricerca di un donatore di rene, non tutti possono scavalcare le liste d’attesa grazie alla loro popolarità, non tutti se la cavano con un anno di dialisi. Allora, anche se è vero che la Cole non l’ha mai chiesto esplicitamente (non dice “mi serve un rene”, ma “sono in lista d’attesa per un trapianto, ma l’elenco è molto lungo. Ecco perché cerchiamo dei donatori.”), è anche vero che sfruttando la popolarità del suo nome riesce a mettere i piedi in testa a centinaia di persone. In dieci minuti ha trovato un donatore in tv; voi riuscireste a fare altrettanto?

Lo scorso 5 marzo una donna, originaria della Costa d’Avorio ma clandestina sul territorio italiano dal momento che le sue due richieste di asilo politico sono state entrambe rifiutate, ha partorito un bimbo al Fatebenefratelli di Napoli.

Poche ore dopo il parto, la polizia di Posillipo ha ricevuto un fax, anonimo ma proveniente dall’ospedale napoletano, nel quale si richiedeva “un urgente interessamento per l’identificazione di una signora di Costa d’Avorio”; uno zelante cittadino ha voluto mettere in pratica la norma contenuta all’interno del “pacchetto sicurezza” che prevede la possibilità per un medico di denunciare un paziente non in regola con i documenti di soggiorno, un clandestino per l’appunto. Peccato che il pacchetto sicurezza sia stato approvato dal Senato, ma non sia ancora diventato una norma effettiva.

La notizia è stata raccontata oggi da Repubblica (in un articolo, a mio avviso, fin troppo patetico, nel senso di “pieno di pathos”) e solo dopo la sua diffusione, ovvero 26 giorni dopo, i medici del Fatebenefratelli, hanno diramato una smentita dichiarando che non c’è stata nessuna denuncia, bensì una richiesta di verifica dell’identità della donna che aveva presentato come unico documento una fotocopia del passaporto. La prima conseguenza della denuncia segnalazione è stato l’allontamento del bimbo dalla madre per dieci giorni, il tempo necessario affinché venisse confermata l’identità della donna. Per dieci giorni il bimbo non è stato dimesso e la madre non se l’è sentita di lasciare l’ospedale senza di lui.

L’aspetto più interessante resta il fatto che la donna, seppur clandestina, era presente in Italia dal 2007, di conseguenza era già in Italia quando è iniziata la gravidanza, ed è stata seguita per tutto il suo iter dal personale medico di un altro ospedale napoletano, il San Paolo, presso il quale avrebbe dovuto partorire inizialmente, ma, la sera in cui sono iniziate le doglie, al San Paolo non c’erano posti disponibili. Il parto al Fatebenefratelli è stata una pura casualità. Una pura e sfortunata casualità.

La battuta di Berlusconi sull’abbronzatura di Obama è il classico segno della mentalità media che connota, non solo la sfera politica cui il Presidente del Consiglio appartiene, ma anche l’elettorato che in tale schieramento si riconosce. Il fatto, poi, che il Premier non abbia sentito il bisogno di fare marcia indietro, di chiedere scusa, ne è in qualche modo la conferma; Berlusconi, anzi, ha liquidato la faccenda parlando di “carineria” e di “battuta spiritosa”, accusando l’opposizione di non aver “proprio niente da fare”; come dire, “il problema non si pone, è solo nella mente bacata dei miei avversari politici, passiamo oltre”.

Dietro a quella battuta si cela l’atteggiamento medio nei confronti dell’extracomunitario. Ritenere possibile scherzare sul colore della pelle di un individuo significa legittimare alcuni comportamenti nei confronti di determinate categorie sociali, significa non andare oltre all’apparenza e concentrarsi solo su ciò che rimane in superficie.

Gli episodi di cronaca che hanno coinvolto gli extracomunitari negli ultimi mesi e la boutade di Berlusconi si collocano sullo stesso piano, gli uni inseguono l’altra e viceversa. Un negro – o un abbronzato, se preferite – può essere ucciso a sprangate o picchiato dai vigili perché, in Italia, ci sono persone che mettono in mano agli aggressori le armi, non quelle canoniche, ma sotto forma di giustificazioni morali.

Nel Paese dei CPT, dei disegni di legge sulle classi ponte e sulle modifiche al sistema sanitario per permettere ai nostri medici (bianchi) di poter puntare l’indice sull’irregolare al grido di “non passa lo straniero”, diventa lecito far cerchio intorno ad un uomo che si prende queste libertà in nome di un innocuo scherzo fra compagni di giochi.

Se da un lato, una fitta schiera di sostenitori del PdL potrà sentirsi autorizzata ad aver un sentimento di scherno verso le comunità straniere in Italia, sentimento alimentato in primis dal leader politico di riferimento, dall’altro, il Premier troverà un forte appoggio proprio da parte di chi lo ha sostenuto e continua a sostenerlo alle elezioni.

Enjoy it.

Ma all’Independet leggono il Corsera (qua e, soprattutto, qua)?

Ecco, per me, interrompere l’alimentazione forzata è un gesto di una cattiveria ben peggiore del mantenere in vita Eluana Englaro attaccata ad un respiratore artificiale.
E’ cattiveria perché significa lasciar morire di fame quella donna e non si muore di fame dalla mattina alla sera; i tempi sono lunghi ed il fisico scava tra le sue mille risorse prime di lasciarsi andare.
E’ cattiveria perché significa accanirsi ancora una volta sulle qualità della vita dell’Englaro.
E’ cattiveria perché significa umiliare il suo spirito e la sua carne (o quello che ne rimane) fino all’ultimo.
E’ cattiveria perché significa protrarre la sofferenza del padre, nonché tutore, e del resto dei familiari ed amici di una donna la cui morte è già avvenuta sedici, se-di-ci, anni fa, ma la cui agonia non sembra avere una fine.

Se anche i tuoi alleati iniziano a prenderti per il culo, qualcosa vorrà pur dire.

Il partito che ho votato sia in Camera che non in Senato non ha passato la soglia di sbarramento, il che significa che non ho rappresentanti in Parlamento. In compenso, Ferrara si è fermato sotto lo 0.4% ed ammette la sconfitta (la “catastrofe”), la Santanché sottolinea che un milione e mezzo di voti è da considerarsi un ottimo risultato (Daniela? Hai capito, dài; tira fuori un po’ di classe e manda giù; il rospo, s’intende). La Lega ottiene un numero spropositato di voti; la Sinistra Arcobaleno crolla e Bertinotti annuncia il ritiro; l’UDC si prende le ultime briciole. Chiesaioli, xenofobi, il servilismo è il nosro pane quotidiano, ci piace identificarci con chi ha in mano il potere, disposti a chiudere tutt’e due gli occhi pur di raggiungere i nostri scopi, siamo collegati con la mafia? Non direttamente, ma si è sempre fatto così e così si continuerà a fare. Sempre. Non c’è via di fuga. La destra va al governo e fa cose da destra, la sinistra va al governo e cerca di fare il meno peggio. Non viene messo in discussione il conflitto d’interessi, non si riasetta la Rai, non si butta via la zavorra dell’Alitalia e della Fiat. Non vorrai mica mandare a casa tutte quelle persone? Non vorrai mica investire in nuove realtà? Ché la situazione politica non è delle migliori, ché non vogliamo disturbare il can che dorme, ché la figlia di un amico di tua moglie che lavora proprio lì ce l’abbiamo tutti. E si va avanti così, fino allo stremo. Quando c’era il Duce, sì che si stava bene; tornassero quei tempi. Ed è inutile che ti chiedi, ma come? Non si accorgono a chi stanno dando il loro voto? Non si accorgono che ci sta infilando un coltello dritto nel costato, un coltello che abbiamo comprato con i nostri soldi, l’abbiamo lavato, asciugato e gliel’abbiamo messo in mano? Prego, prenda pure. Vuole anche una tazza di caffé? O preferisce del tè? Prenda, prenda… Come dice? Non le devo dare certo l’autorizzazione per ottenere quello che vuole? Quello che vuole se lo prende. E basta.

Evergreen, dicono quelli di Blob.