Skip navigation

Tag Archives: carlo emilio gadda

Giornata nuvolosa.

Fabrizio Gifuni ha portato un monologo interamente costruito intorno alle sue doti di attore; si chiama “L’ingegner Gadda va alla guerra” ed è diviso sapientemente in due parti.

La prima prende spunto dalle lettere dello scrittore stesso raccolte nel “Giornale di guerra e di prigionia” (1955) nel quale racconta della vita militare durante la Prima Guerra Mondiale e dell’arresto in seguito alla sconfitta di Caporetto. La narrazione è lenta, quasi giorno per giorno, viene sottolineato l’aspetto psicologico della vicenda, come l’ambiente militare influenzi la mente di un giovane che soffre nel combattere una guerra della quale si era detto favorevole (Gadda si era arruolato volontario) ma priva dei mezzi adeguati per portarla a termine. E si parla di questioni molto pratiche, da un equipaggiamento adeguato alla costante mancanza di igiene dei commilitoni, dalla presenza disturbante delle zanzare al fastidio causato dalla facilità con la quale i ministri si riempiono la bocca di belle parole senza conoscere la reale situazione dei militari in trincea. Non manca neanche un certo malumore verso le gerarchie militari. La narrazione procede con il racconto della battaglia di Caporetto, con i giorni della prigionia e con il rientro a casa, una volta liberato, e la scoperta della tragica morte del fratello. Il tutto intervallato da brani dell’Amleto di Shakespeare che, solo apparentemente aiutano a dare al racconto uno sfondo epico, in realtà contribuiscono a creare un clima di disillusione e di critica verso il racconto mitico della guerra.

La seconda parte viene introdotta da alcuni inni fascisti ed è incentrata sul saggio “Eros e Priapo” (1967). Poco dopo l’inizio di questa seconda fase, però, Gifuni chiede di accendere le luci in sala e sembra prendersela con un ragazzo in platea che giocava con il telefonino e fa partire un’invettiva e, insieme, un’analisi sul suo lavoro di attore. Si chiede che senso abbia che un attore cerchi di dar corpo a fantasie, a che scopo metterci tutta la propria passione nel cercare di far passare un messaggio, nel cercare di raccontare un periodo buio della storia italiana se poi il pubblico non riesce a capirne a fondo il significato. A questo punto è emersa tutta l’abilità dell’attore Gifuni. Un raschio in gola, il rumore della plastica di una bottiglia, l’illuminazione di un telefonino, tutto diventa pretesto per esemplificare il saggio di Gadda, per raccontare come Mussolini sia stato abile nel creare una sorta di supereroe che metteva al centro della propaganda fascista il proprio fallocentrismo e di come gli italiani – e le donne soprattutto – ne siano rimasti affascinati senza riuscirne a comprendere la pericolosità. A farla da padrone era un immaginario di forza e di potenza virile che trovava la sua massima rappresentazione nella propaganda a favore della famiglia (più sei uomo, più volte la tua donna rimarrà incinta), con il grande non detto che la nuova generazione verrà utilizzata come carne da macello per la prossima guerra. Non mancano i parallelismi con il recente “ventennio” italiano, anche se non viene mai fatto il nome del penultimo PresDelCons, soprattutto a livello di sberleffo (i tacchi alti, la supremazia della minchia sulla ragione, i capelli cascanti).

Applausi a scena aperta.

(Note to self: evitare la prima fila in futuro se non si vuole incrociare lo sguardo accusatorio di Gifuni.)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.