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Il disegno di legge sul testamento biologico, così come è formulato, è una vera e propria presa in giro, un modo per dare un contentino a chi chiedeva una legislazione specifica in materia e, al tempo stesso, un modo per far sì che non cambi nulla de facto.
Per cominciare, la validità di tre anni non è giustificabile. Il testamento per antonomasia, quello dei beni personali, “vale” finché non ci sia un nuovo scritto che escluda il precedente, il che semplifica la procedura, si fa una volta per tutte – salvo ripensamenti – e non ci si deve più occupare della questione. “Ti togli il dente e sei a posto”, direbbe mia madre. Nel caso del testamento biologico, il limite di tre anni nasconde aspetti molto subdoli. Prendiamo il caso di Caio che, a gennaio, si rechi da un notaio con il suo documento, regolarmente firmato dal medico curante, e lo depositi. Supponiamo ancora che a marzo al nostro Caio venga diagnostica una malattia degenerativa che, nell’arco di pochi anni, lo porterà alla completa perdita dell’autosufficienza fisica e mentale. Caio aveva espresso un’opinione validando un testamento biologico tre anni prima, un’opinione che a questo punto della sua vita necessita di essere riconfermata o cambiata radicalmente. Ma Caio non può alzarsi dal suo letto e non può neanche esprimere un parere. Che fare, allora? Magari il nostro Caio, uomo previdente, ha pensato bene di nominare un fiduciario, Tizio, che porti avanti le sue scelte. Il ddl prende in esame anche questa possibilità e dice che sì, Caio ha diritto ad avere una persona che faccia da garante delle indicazioni dell’atto da lui regolarmente registrato prima di ammalarsi. Il ddl, però, è molto democratico: offre a Caio una possibilità, ma lascia aperta una porta anche a Tizio, ovvero non lega Tizio a nessun vincolo; se vorrà rispettare il testamento biologico dell’amico Caio, libero di farlo, in caso contrario, libero uguale. A lui – e solo a lui – spetta l’ultima parola sulla vita dell’amico, non importa come Caio si sia espresso a riguardo. Se per convinzioni personali, religiose o etiche del fiduciario, le scelte del depositario non fossero ritenute idonee o consone alla propria morale, il fiduciario potrà dire: “Fermi tutti, quello che ha deciso il mio amico a proposito del suo corpo e della sua vita è irrilevante, qui comando io”. Dio? Chi è costui?
L’alimentazione e l’idratazione artificiali, infine, sono considerate “forme di sostegno vitale”, di conseguenza la loro mancanza non può essere presa in considerazione nel momento di redazione di un testamento biologico. Bloccare l’alimentazione di Eluana Englaro, ad esempio, non sarebbe tecnicamente possibile, sarebbe considerato alla stregua di toglierle la vita (!). Il sondino che la tiene artificialmente ancorata alla vita sarebbe una condizione irrinunciabile, alla quale nessuno potrebbe opporsi neanche in pieno possesso delle proprie facoltà psicofisiche. Il tuo corpo non reagisce agli stimoli esterni? Il tuo apparato fonatorio non è più in grado di formulare una frase di senso compiuto? Il tuo cervello ha smesso di svolgere qualsiasi attività? Le tue gambe non muovono un muscolo? Non importa; un sondino si occuperà di somministrarti un surrogato del cibo e dell’acqua dei quali non riesci nemmeno a ricordare i sapori, perché il tuo corpo non ti appartiene più e, a quanto pare, neanche le tue idee hanno poi molta importanza.
Ecco, per me, interrompere l’alimentazione forzata è un gesto di una cattiveria ben peggiore del mantenere in vita Eluana Englaro attaccata ad un respiratore artificiale.
E’ cattiveria perché significa lasciar morire di fame quella donna e non si muore di fame dalla mattina alla sera; i tempi sono lunghi ed il fisico scava tra le sue mille risorse prime di lasciarsi andare.
E’ cattiveria perché significa accanirsi ancora una volta sulle qualità della vita dell’Englaro.
E’ cattiveria perché significa umiliare il suo spirito e la sua carne (o quello che ne rimane) fino all’ultimo.
E’ cattiveria perché significa protrarre la sofferenza del padre, nonché tutore, e del resto dei familiari ed amici di una donna la cui morte è già avvenuta sedici, se-di-ci, anni fa, ma la cui agonia non sembra avere una fine.

