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Lo scorso 5 marzo una donna, originaria della Costa d’Avorio ma clandestina sul territorio italiano dal momento che le sue due richieste di asilo politico sono state entrambe rifiutate, ha partorito un bimbo al Fatebenefratelli di Napoli.

Poche ore dopo il parto, la polizia di Posillipo ha ricevuto un fax, anonimo ma proveniente dall’ospedale napoletano, nel quale si richiedeva “un urgente interessamento per l’identificazione di una signora di Costa d’Avorio”; uno zelante cittadino ha voluto mettere in pratica la norma contenuta all’interno del “pacchetto sicurezza” che prevede la possibilità per un medico di denunciare un paziente non in regola con i documenti di soggiorno, un clandestino per l’appunto. Peccato che il pacchetto sicurezza sia stato approvato dal Senato, ma non sia ancora diventato una norma effettiva.

La notizia è stata raccontata oggi da Repubblica (in un articolo, a mio avviso, fin troppo patetico, nel senso di “pieno di pathos”) e solo dopo la sua diffusione, ovvero 26 giorni dopo, i medici del Fatebenefratelli, hanno diramato una smentita dichiarando che non c’è stata nessuna denuncia, bensì una richiesta di verifica dell’identità della donna che aveva presentato come unico documento una fotocopia del passaporto. La prima conseguenza della denuncia segnalazione è stato l’allontamento del bimbo dalla madre per dieci giorni, il tempo necessario affinché venisse confermata l’identità della donna. Per dieci giorni il bimbo non è stato dimesso e la madre non se l’è sentita di lasciare l’ospedale senza di lui.

L’aspetto più interessante resta il fatto che la donna, seppur clandestina, era presente in Italia dal 2007, di conseguenza era già in Italia quando è iniziata la gravidanza, ed è stata seguita per tutto il suo iter dal personale medico di un altro ospedale napoletano, il San Paolo, presso il quale avrebbe dovuto partorire inizialmente, ma, la sera in cui sono iniziate le doglie, al San Paolo non c’erano posti disponibili. Il parto al Fatebenefratelli è stata una pura casualità. Una pura e sfortunata casualità.

12 dicembre 2007

Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e – seconda ipotesi di reato – per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, “in altri episodi non ancora identificati”.

(da Repubblica.it)

Reazioni.

“Telefoni intercettati continuativamente, parlamentari sotto controllo e filmati mentre si recano ad un appuntamento, cittadini privati del loro diritto fondamentale alla privacy. Sembra il Cile di Pinochet.” (Paolo Bonaiuti)

“Violazione sistematica della legge e di veleni che periodicamente vengono inoculati nel corpo della nostra democrazia.” (Sandro Bondi)

“Mi pare il solito dejà vu. Tutte le volte che c’è una situazione politica particolare interviene un provvedimento giudiziario.” (Ignazio La Russa)

“Si è ingenerata la convinzione che ci siano dei giudici che hanno deciso che Berlusconi deve essere colpevole. I giudici non sanno di che cosa, ma Berlusconi deve essere colpevole.” (Rocco Buttiglione)

“Non c’è alcun fatto di rilevanza penale, sentono aria di elezioni e l’armata rossa della magistratura si rimette in moto.” (Silvio Berlusconi)

20 dicembre 2007. L’espresso pubblica in esclusiva l’audio di un’intercettazione telefonica tra Berlusconi e Saccà.

Reazioni.

[La pubblicazione delle intercettazioni è] “Una cosa che umilia tutte le regole parlamentari e processuali di un paese civile.” (Carlo Giovanardi)

“Al di là degli aspetti legali, in questa vicenda si è superato il limite della decenza.” (Gianfranco Fini)

”Ho sempre ritenuto e piu’ volte apertamente dichiarato che la riservatezza sia un diritto costituzionale da garantire a tutti senza eccezioni.” (Clemente Mastella)

“Un attacco criminale alla privacy”

“Sono stato esposto al pubblico ludibrio senza motivo. Non c’è niente di preoccupante, salvo il fatto che siamo in un paese in cui non c’è più libertà”

“In Rai non c’è nessuno che non sia stato raccomandato, a partire dal direttore generale che non è certo stato scelto attraverso una ricerca di mercato”. “Io ho fatto diversi interventi solo per segnalare personaggi che non sono di sinistra e che sono stati messi completamente da parte in Rai”

“Quindi adesso andremo al governo perché credo che tutti gli italiani non possano più dare il loro voto a chi permette queste cose in Italia”

“Il mio appello è a chi non si sente più libero e sicuro quando parla al telefono: uniamoci, tutti insieme, per portare al governo del Paese il Popolo delle libertà che come prima legge metterà la possibilità per questi signori della pubblica accusa di intervenire con le intercettazioni soltanto per quei reati veramente gravi, e cioè con una pena da 15 anni in su”

“[...] al telefono si hanno delle libertà e si usa un linguaggio che non si userebbe in pubblico: il telefono ha delle zone oniriche e se le telefonate sono pubblicate sul giornale possono esporre una persona al pubblico ludibrio” (Silvio Berlusconi)

Ora mi chiedo: va bene tutto, ma del contenuto delle intercettazioni e delle inchieste s’inizierà mai a dibattere?

(Postilla. A pagina 47 del Corriere della Sera di sabato scorso, Paolo Di Stefano se la prende con la regia di “Annozero”, colpevole di aver mandato in onda, assieme all’audio dell’ormai famosa intercettazione, la trascrizione della stessa corredata da grossolani errori di ortografia, del tipo: “io non centro”, “daccordo”, “stà” ed “un pò”. A ben guardare, anche nel testo pubblicato dall’espresso sono presenti gli stessi errori, il che fa presupporre che la redazione di Sant’Oro – come lo ha prontamente ribattezzato Di Stefano – abbia fatto un banale copia/incolla dal sito. Nell’articolo, tra l’altro, il dialogo è preceduto dalla descrizione:

VERBALE: di trascrizione di conversazioni telefoniche in arrivo ed in partenza sull’utenza avente il numero XXX XXXXXXX in uso a Saccà Agostino, come da decreto del 05.06.2007 emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli a firma del Dott. Dr. Vincenzo PISCITELLI
Data: 21/06/2007
Ora: 18:40:09 Durata: 0:07:17

il che implicherebbe che chiunque abbia riportato il testo dell’intercettazione sull’espresso si sia limitato, a sua volta, ad un copia/incolla dal verbale originale.

Morale della favola: se proprio Di Stefano se la vuole prendere con qualcuno, questo qualcuno dovrebbe essere l’autore del verbale di Napoli; al massimo con il giornalista dell’espresso che non ha avuto la piangeria di controllare l’ortografia del verbale.)