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Sarà anche banale ma, nel momento in cui si parla di depressione, il pensiero corre quasi immediatamente a questo dipinto; il male del secolo trova la sua maggiore espressione in un artista che aveva trent’anni sul finire dell’Ottocento, quando Freud non aveva ancora fondato la sua scuola a Vienna e quando il sentore di una guerra planetaria ed autolesionista non era nemmeno nell’aria.
E’ giocoforza ricercare nella vita dell’autore episodi drammatici che possano spiegare la violenza dell’inquietudine dei soggetti e – soprattutto – delle forme dei suoi quadri: la TBC, che porterà alla morte la madre (quando il figlio aveva solo cinque anni) e la sorella (nove anni dopo); la salute cagionevole, che sarà una costante anche della sua vita (nonostante questo piuttosto longeva, si concluderà a ottantun anni); i continui spostamenti in Europa e non solo; dal punto di vista artistico, la stroncatura da parte della critica ufficiale della prima mostra a Berlino nel 1892 e la persecuzione da parte del regime hitleriano che lo porteranno a rifugiarsi negli U.S.A. nel ’40. Affianco a queste tristi vicende, bisogna annoverare i (frequenti) successi: prende parte a tutte le mostre d’avanguardia europee a partire dalla Secessione di Vienna del 1899 (l’Espressionismo tedesco avrà un grosso debito con lui), diventa Membro dell’Accademia tedesca delle Arti e socio onorario dell’Accademia bavarese di Arti figurative. Quello che colpisce, anche da così poche notizie biografiche, è l’incapacità di riuscire ad apprezzare i propri risultati.

Esistono persone il cui ego raggiunge livelli abnormi, spesso basati più su di un autoconvincimento che su effettive doti – o almeno così ci piace credere – e, accanto ad esse, ce ne sono altre: quelle che stanno in disparte alle feste, quelle che non hanno mai nulla da dire, quelle che, quando ci riusciamo, facciamo in modo di evitare, quelle di cui non ci poniamo nemmeno il problema di cosa stiano facendo, pensando o dicendo. A tal punto diamo per scontata la vita che non ci accorgiamo della superficialità di alcuni nostri pensieri (“E’ il dono più grande che ci sia stato fatto, perché non dovrebbe essere così per tutti?”); a questo punto arriva una tale Edvard Munch che, se non altro, ci obbliga a porci delle domande.

Nel dipinto, la figura centrale (oltre ad avere l’aspetto di un sopravissuto ad un’esplosione atomica; oltre ad essere solo, nonostante la presenza degli amici alle sue spalle; oltre ad essere inondato da un cielo rosso sangue; oltre ad essere sopra un ponte senza inizio né fine) è un uomo i cui tratti somatici non sono minimamente definiti. Il suo è un corpo privo di identità: non ci sono capelli su quel volto, gli occhi sono vuoti ed inespressivi, la bocca abbandonata spalancata, lo stesso volto è più simile ad un teschio come tanti che ad una faccia, il busto è una forma serpentina che si mischia con il nero della stoffa del vestito.

“Depressione” è una parola estremamente abusata del nostro vocabolario, basta talmente poco per tirarla in ballo (sei ugualmente depresso se la tua squadra perde una partita, se la ragazza ti pianta per un altro, se hai bucato una gomma, se ti è morto il cane o se scopri d’aver terminato le scorte di carta igienica) che ha finito per perdere la propria valenza e profondità.

Lo stesso dicasi per le persone che ne sono sofferenti. Un depresso è diventato uno che se la prende comoda, uno che ha troppe balle, uno che si lamenta sempre, uno che ha perso l’obbiettivo e che non si accorge che esistono veri problemi, uno al quale basta ingoiare qualche pillola per andare avanti, uno che medita troppo e che agisce poco perché, se avesse realmente qualcosa da fare, non penserebbe certo così spesso alla morte, come dire: se non pensi ai tuoi problemi, questi cesseranno di esistere.

EDVARD MUNCH: Il grido – 1893 – Olio, tempera e pastello su cartone – 91×73,5 cm – Oslo, Nasjonalgalleriet

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2 Comments

  1. Purtroppo la maggioranza di coloro che hanno la fortuna di non soffrirne non capisce che la depressione fa tabula rasa di tutto ciò che è azione, agire, agire per vivere. Non puoi re-agire perché in te non esiste più la spinta vitale, sei come un pupazzo, una marionetta senza fili. Dire al depresso ‘Ma perché non ti trovi qualcosa da fare? Perché non esci e vai a fare una passeggiata? O vai a vederti un bel film?’ significa offrirgli acqua fritta come soluzione al suo male.

  2. E’ esattamente quello che penso anch’io. C’è chi non considera la depressione neanche una malattia, ma uno stile di vita; poi ci si stupisce se uno che appariva felice si butta giù dal balcone…


One Trackback/Pingback

  1. By A volte capita che… « Piove con il sole on 31 Ago 2006 at 10:22 pm

    […] …un quadro che aveva dato il suo addio alle scene faccia una sorprendente quanto inaspettata rentré. A volte è piacevole farsi sorprendere. (Verrebbe comunque da chiedersi chi mai avrebbe comprato quell’opera, considerando quanto sia di inestimabile valore e soprattutto quanto sia conosciuta – non è la prima volta che ne parlo anch’io -; sorvolo sulla polemica che potrei fare su quanto sia efficiente il sistema di sorveglianza del Munchmuseet, chissà, la butto lì, magari è coinvolta più gente di quanto si pensi…) […]

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