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Tra il 1303 e il 1305 Giotto realizza una serie di affreschi per la Cappella degli Scrovegni a Padova. Enrico Scrovegni era l’uomo più ricco della città, anche se non dev’essersi procurato il suo denaro in modo del tutto onesto (suo padre viene citato da Dante nel girone degli usurai, nell’Inferno). Forse perché sentiva l’effettivo avvicinarsi di un Giudizio Finale, forse per un reale spirito di espiazione, il nostro Scrovegni decise di costruire un oratorio come ex-voto: la fondazione religiosa avrebbe dovuto espiare i peccati al posto suo. Fin qui non ci sarebbe nulla di anormale: dall’antichità l’uomo cerca di aggraziarsi le divinità costruendo templi e statue o celebrando sacrifici in loro favore; e risale già all’antichità la pratica di sfruttare politicamente gli dei (è noto che i Sumeri cambiassero dio al quale riporre le proprie speranze a seconda della città da conquistare – sarebbe interessante chiedersi dove finisse la fede ed iniziasse l’occasione politica -, una cosa simile fecero anche i Greci, per non parlare dei conquistadores in epoca più recente o di Bush junior che rafforza la sua presenza militare in Iraq con simpatiche allocuzioni del tipo “Dio lo vuole”).

Il caso dell’oratorio padovano è, per certi aspetti, diverso.

Ricapitoliamo: Enrico Scrovegni, in soli due anni, costruisce una cappella e la fa consacrare e, se questo non bastasse, si fa anche ritrarre all’interno della stessa nell’atto di donarla letteralmente agli angeli. E’ talmente convinto che abbia espiato le sue colpe d’aver la sicurezza che le porte del Regno dei Cieli gli si spalancheranno e, a quanto pare, questa scelta doveva essere accettata dalla Chiesa, visto che diede il via libero alla consacrazione – immagino che con la Cappela sia arrivata anche una lauta donazione. Con questo non voglio condannare un’abitudine che all’epoca doveva essere alquanto diffusa, quello che mi preme è sottolineare il fatto che l’uomo, soprattutto di potere, abbia sempre cercato di sfruttare la religione per fini esclusivamente personali – in fin dei conti non è quello che facciamo noi stessi nel momento in cui ci rivolgiamo ai santi? E cioè chidere, tramite la preghiera, la loro intercessione affinché modifichino una situazione esistente sulla terra. Certo, c’è chi può permettersi di costruire cappelle, chi solo pregare. Nell’opinione pubblica dell’epoca, l’affresco fece scandalo: anche se con il beneplacito della Chiesa, Enrico Scrovegni si era autopunito ed autoassolto nello stesso tempo, sostituendosi così all’Insostituibile.

9 luglio 2006, il primoministro spagnolo José Luis Zapatero accoglie il Papa in visita a Valencia, ma si rifiuta di assistere alla messa celebrata dall’erede di Pietro. Gran parte dell’opinione pubblica si schiera in difesa del Papa e, con essa, buona parte dei rappresentanti politici e non solo quelli di destra.

Scandalo.

Un altro uomo (sempre di potere) ha osato l’inosabile: non calarsi i pantaloni di fronte al Pontefice nel Paese più cattolico d’Europa (Italia esclusa, of course).

Non voglio insinuare che Zapatero sia un moderno Scrovegni, tutto è completamente diverso, dal contesto geopolitico, al ruolo da loro assunto, dai messaggi che i due vogliono mandare attraverso i loro gesti, alle diverse reazioni. Quello che mi preme sottolineare è la novità del gesto di aperta rottura fra Spagna e Chiesa, rottura che non è politica, bensì culturale. Il governo di Zapatero ha deciso di dare un nuovo assetto alla nazione virando verso una maggiore laicità e, in questa direzione, va letta la non presenza alla messa: per coerenza con se stessi e soprattutto con le proprie scelta politiche.

Zapatero, come Scrovegni, non teme condanne da parte di autorità terrene, ma non osa neanche mettersi al di sopra di quelle extraterrene; non ha la superbia di Scrovegni, ma ne condivide la determinazione.

GIOTTO: L’offerta di Enrico Scrovegni – affresco – 1303-05 – Padova, Cappella degli Scrovegni 

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