Skip navigation

L’11 settembre 2001 alle 14.40 ero stravaccato sul divano con poca voglia di fare e molta noia in circolo. In casa c’erano soltanto mia madre e mia nipote, la prima era in cucina a lavorare all’uncinetto, la seconda chiusa in camera sua a fare lei solo sa cosa; stavamo aspettando un amico di famiglia che ci avrebbe accompagnato – all’epoca non avevo ancora la patente – in un centro commerciale per comprare una scrivania per il pc, ma ritardò il suo arrivo. Si era perso a guardare la televisione, come tutto il resto del mondo.

Sono passati cinque anni e due giorni dall’attacco terroristico alle Torri Gemelle, ma il tempo sembra essersi fermato e dilatato: anche oggi continua ad essere martedì 11 settembre 2001; quella data, con i suoi tremila morti, è impressa in maniera indelebile nelle nostre coscienze ed è giusto che sia così.

Il parallelismo, che nasce quasi spontaneo, è con l’Olocausto; in entrambi i casi sono state colpite delle persone innocenti con l’unico scopo di procurare del male fine a se stesso e, soprattutto, l’opinione pubblica degli anni successivi si è concentrata nello sforzo di non dimenticare l’accaduto. Se con lo sterminio di massa degli ebrei nei campi di concentramento la spinta a non dimenticare è connotata dall’enorme senso di colpa che il mondo “civilizzato” ha tuttora su di sé, nel caso del crollo delle Torri Gemelle sono altri i motivi che spingono a non dimenticare.

L’attentato al cuore di New York (sarebbe interessante indagare come mai un gruppo di estremisti islamici abbia deciso di colpire proprio la città degli U.S.A. più aperta al confronto e all’integrazione culturale) ha segnato un tragico record: per la prima volta gli Americani sono stati colpiti direttamente sul loro territorio; gli Stati Uniti, la maggiore potenza del XXI secolo, ha visto crollare nell’arco di un’ora il mito del tutto personale della propria sicurezza nazionale. L’Americano medio ha dovuto fare i conti in maniera tragicamente rapida con una realtà fino ad allora ignota; sono emersi termini come terrorismo islamico, jihad o armi di distruzione di massa, dei quali il John Doe di turno ha dovuto fare presto conoscenza; soprattutto, però, è emersa la paura. La paura di un nuovo attacco terrorista, sulla quale l’amministrazione governativa ha fatto leva per giustificare il pasticcio iracheno, è stato (ed è) il motivo trainante del ricordo della strage di New York. Pensandoci, abbiamo avuto tutti, chi più chi meno, il sentore che qualcosa di analogo potesse accadere anche nella nostra città – e in alcuni casi è davvero successo – e questo ha fatto sì che si sviluppasse in noi un forte senso di solidarietà. Siamo tutti Americani, titolavano alcuni giornali europei e, in effetti, è stato così. La retorica di quelle parole si è ben presto trasformata in fatti con l’attacco in Afganistan prima e in Iraq poi, nel disperato tentativo di catturare il mandante della strage americana; è stato perfino creato un mazzo di carte con le effigi dei terroristi da ricercare (come se si trattasse di un gioco tra bimbi dell’asilo).

Il non è mai terminato perché non c’è la disposizione d’animo affinché ciò accada: le madri, i padri, i figli, le mogli e mariti che hanno perso i loro cari nell’attentato (e magari hanno dato sepoltura solo ad un dito) potranno vedere cessare quel giorno solo quando avranno risposte certe e definitive.

311a1.jpg GIORGIO DE CHIRICO: L’enigma dell’ora – 1911 – 71×55 cm – Milano, collezione privata

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: