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Quando ero piccolo – vale a dire negli anni Ottanta – la cronaca era talmente piena di casi di rapimento (da Faruk a Casella Superstar a De Megni) che nella mia mente di bambino aveva trovato spazio la convinzione che qualsiasi momento sarebbe stato buono per vedere irrompere in casa l’Anonima Sarda che, dopo aver legato i miei genitori alle sedie con scadente nastro adesivo, mi avrebbe portato, ancora in pigiama, in qualche anfratto sperduto nell’Aspromonte, dove mi avrebbero tagliato le orecchie se non fosse stato pagato un lauto riscatto.

Ripensandoci oggi, rivedo tutte le fobie e le paranoie di un bambino che sta crescendo e che ha paura di allontanarsi da mamma e papà e ripenso all’ingenuità di quei giorni: eventuali rapitori avrebbero potuto ottenere una cifra piuttosto esigua dal mio sequestro.

La fobia da ratto (non l’animale, evidentemente) è terminata con la fine degli anni Ottanta: il numero dei sequestri è significativamente diminuito e sui media hanno trovato sempre meno spazio; la generazione degli anni Novanta non è di certo cresciuta con questo spauracchio e negli anni Duemila le paure sono di diverso tipo: dal dirottamento di aerei con annessa distruzione su palazzi cittadini, al deragliamento più o meno ricercato di treni, dalle armi di distruzione di massa, ai kamikaze.

La Santanchè si è vista assegnare una scorta in tempi record per aver pronunciato la fatidica frase “il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto dal Corano” e Saviano è sotto protezione già da qualche settimana per il suo “Gomorra” (piccola polemica: lo scrittore era stato intervistato dalla Bignardi in primavera, come mai si è pensato di proteggerlo soltanto ora?).

Due riflessioni.

Prima. Il fatto stesso che ci sia bisogno di assegnare scorte implica una grave – e dolorosa – sconfitta dello stato di diritto; significa, cioè, che le libertà di opinione e di espressione non esistono, significa che non si possono liberamente manifestare i propri pensieri senza che questi scatenino le ire di coloro i quali non prendono neanche in considerazione ipotesi diverse dalle proprie verità; significa portare indietro la società nella quale viviamo di mille e più anni.

Seconda (che poi è una domanda aperta). Davvero la mafia può essere messa in crisi da un libro? È un eccesso di cautela, quella nei confronti di Saviano, o è bastato il suo reportage romanzato per aprire realmente qualche crepa in Cosa Nostra?

Postilla finale. Esiste un blog nato per sostenere Roberto Saviano in questo momento della sua vita quantomeno delicato; non ne conosco in appoggio della Santanchè, liberi di segnalarlo.

PABLO PICASSO: Ritratto di Ambroise Vollard – 1909-1910. Olio su tela, 92x65cm. Mosca, Museo Puskin

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5 Comments

  1. Ricordo anch’io di aver avuto paura da piccino per le stesse ragioni di cui hai parlato. Ricordo benissimo anche l’impressione che mi fece l’agonia del piccolo Alfredino, anche se quella vicenda ha poco a che fare con la questione.
    Non riesco a mettere a confronto Saviano con la Santaché. Il primo s’è guadagnato le minacce facendo il suo lavoro con coscienza e senso civico, l’altra con l’ignoranza più bieca della classe politica che rappresenta.

    Viva te!

  2. Sinceramente non ricordo la vicenda del piccolo Alfredino, dovrò fare una piccola ricerca.
    Saviano e la Santanchè sono accomunati dall’aver ricevuto la scorta più o meno contemporaneamente, poi le motivazioni non sono paragonabili; comunque è meglio un eccesso di niente

  3. Alfredino era il bimbo caduto nel pozzo che non si è riusciti a estrarre in tempo. E’ stato uno strazio e forse una delle prime collettive angosce televisive. Forse sei troppo giovane per ricordare.

  4. Visto che si parla di minacce e paure, passo ai fatti, caro Marco. Se posti a pezzi e devo cliccare per continuare a leggere, smetto di leggerti nel giro di pochi post. Ecco, l’ho detto.

  5. Sai perché l’ho fatto, onestamente? Perché mi dispiaceva che il post sui comici si vedesse meno: mentre lo scrivevo è andata via la luce e mi sono fatto due palle a riscriverlo


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