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Non lo sopportavo, giuro.

Non lo sopportavo come non sopporto i cani. E c’è anche un motivo piuttosto valido per entrambe le mie intolleranza, si chiama “trauma infantile”.

Da piccolo, passavo molto tempo con la figlia della vicina, mia coetanea; abitava in una casa multifamiliare (come ci aveva spiegato il maestro), in una villetta divisa in tre appartamenti: al primo piano, vicino alla strada, viveva la mia amica con i suoi genitori; dalla parte diametralmente opposta, c’erano gli zii; infine, al secondo piano, la nonna. Gli zii erano proprietari di un enorme animale da caccia che loro chiamavano amorevolmente “cucciolo” ma che tutto aveva tranne l’aspetto di un esserino indifeso. Per me, bambino di sei anni, gracile e sottopeso, quella era una belva pronta ad addentare le giugulari degli ospiti. La belva, o chi per lui, si doveva divertire molto a giudicare dalla sua costante presenza al mio arrivo.

Tutto sommato, il mio sospetto nei confronti dell’amico a quattro zampe si è notevolmente ridotto negli ultimi vent’anni, anche se fa la sua ricomparsa in momenti inaspettati: durante una passeggiata al parco o per le vie del centro, tanto per fare alcuni esempi.

Simile, il mio rapporto con Mario Merola.

Il periodo storico è più o meno lo stesso.

Mio padre si era messo in testa che la televisione facesse perdere la concentrazione, di conseguenza, ascoltavamo più o meno a ciclo continuo la radio, anzi, il mangianastri. Papà, da buon meridionale, ha sempre avuto una collezione di tutto rispetto di cassette di musica partenopea, in particolare dei due rappresentanti più fortunati: Mario Merola e Nino D’Angelo.

A tradimento, magari sotto la doccia o mentre si apparecchiava (era sufficiente un attimo di distrazione perché accadesse l’inevitabile), faceva la sua apparizione la voce graffiante del primo o quella malinconica dell’altro e non c’era verso di metterli a tacere.

“Papà, devo fare i compiti” “Se li hai finiti un’ora fa”

“Papà, i vicini si lamentano” “A quest’ora posso ascoltare ‘O zappatore quanto mi pare, non c’è regolamento condominiale che tenga”

“Papà, ascolti sempre la stessa canzone” “Non è una canzone, è Poesia, P-O-E-S-I-A”

“Papà… Niente”

Ed è andata avanti così per anni, finché il mangianastri si è rotto e papà ha smesso di considerare la televisione il demonio travestito e poi è arrivato il Vespone nazionale.

Non lo sopportavo, giuro. Era la quintessenza dei luoghi comuni su Napoli, da manuale: baciamo le mani, il sangue di San Gennaro, l’onore, il rispetto…

Eppure, quando una decina di giorni fa si è diffusa la notizia del suo coma farmacologico, qualcosa in me si è fermato; quel qualcosa che è scomparso definitivamente tre giorni fa: una parte di me ancorata a quei ricordi (e a quella vita).

La stessa sensazione che provai l’estate scorsa quando vidi abbattere la casa della mia amica d’infanzia.

Ttag: Mario Merola

Alexander Sacharoff

ALEXEJ VON JAVLENSKIJ: Ritratto del ballerino Alexander Sacharoff – 1909 – Olio su cartone – 69.5×66.8 cm – Monaco, Stadtische Galerie im Lenbachhaus

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One Comment

  1. Ieri è morta la sorella di una mia zia. Un altro tassello di quegli anni è venuto meno.


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