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L’ho visto poco più di tre giorni fa e non sono ancora riuscito a togliermelo dalla testa. Mi riferisco allo spettacolo teatrale, non al serial televisivo del quale ho seguito solo la prima puntata e, sempre che mi ricordi, guarderò la terza stasera stanotte (meglio puntare subito il videoregistratore).

Sono state quattro ore intense (si, tre atti spalmati in ben quattro ore, all’interno di un teatro afoso che, grazie alla sua intimità, è riuscito a rendere la narrazione ancora più tangibile; per di più, ero in prima fila), quattro ore che iniziano con un inganno: tu, spettatore, penserai di assistere ad eventi tragici narrati con leggerezza ed ironia, magari farcita di quell’umorismo tipico degli ebrei, à la Woody Allen, per intenderci, non avendo la minima idea di quanto sarai lontano da ciò che ti attende. Poi arriva il secondo atto ed il dramma si palesa in tutte le sue dimensioni: la malattia, la paura, la pazzia, la perdita del potere, delle certezze, della stabilità. Ma, soprattutto, è un dramma della solitudine: l’essere emarginati a causa di una malattia mortale o a causa della pazzia che può portare una moglie frustrata a rifugiarsi in un mondo tutto suo o a causa della paura che la propria essenza, se palesata, sia motivo di scontri e rotture irreparabili con la società e con la religione; sono temi che emergono con il loro pesante macigno d’inquietudine.

L’incapacità di comunicare e di conoscere profondamente la persona che ci sta accanto.

E, nel frattempo, il rumore assordante, e che s’imprime nella memoria indelebilmente, di un battere d’ali (la figura dell’angelo, a differenza della serie tv, non è una presenza visibile e questo, per assurdo, rende la sua presenza-assenza più marcata).

Gli attori sono tutti molto bravi (c’è poco da fare, il teatro può essere fatto solo da chi è competente) e riescono a dare credibilità a personaggi che, per la loro scrittura, facilmente avrebbero potuto sconfinare in macchiette – la pièce prende una serie di luoghi comuni per rimescolarli all’interno di un calderone senza sapere quale sarà l’impasto finale – al contrario, si ha l’illusione di conoscere almeno una di quelle personae nella vita reale, anzi, si ha l’illusione che quelle personae ed il dramma della loro solitudine esistano realmente, anche solo per (quasi) quattro ore.

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