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C’era una volta un re.

Il re in questione non era diventato tale per diritto di nascita; il padre, infatti, era un umile contadino. Il re di questa favola aveva faticato duramente per riuscire a porre, da solo, le basi di quello che sarebbe stato considerato (da lui per primo) il più florido regno della sua epoca.
Allevato da una famiglia semplice, ma di sani principi, generosa, ma non stupida, rigida, ma sensibile ai bisogni dei figli, il nostro re venne educato al rispetto e al sacrificio, intesi come strumenti attraverso i quali raggiungere i propri obbiettivi e coronare i propri sogni. Ciò nonostante, il futuro re, fin da piccolo, aveva sviluppato una particolare predisposizione per le situazioni al limite dell’ambiguo; in cuor suo, il ragazzo sapeva che le sue scelte non sarebbero state approvate dai genitori e, soprattutto, si rendeva conto che le sue infelici azioni avrebbero finito per essere la causa della sua stessa fine. A dire il vero, però, all’epoca il giovane non si curava molto delle conseguenze dei suoi atti, il successo era la sua unica preoccupazione, il successo immediato, in particolare.

Abbandonati gli studi in giovane età, per mantenersi il re decise di seguire le orme del padre, ma, ben presto, si stancò di pecore al pascolo e di frutti da raccogliere: aveva fretta di allontanarsi da quella famiglia che ormai iniziava a stargli stretta e desiderava crearne una tutta sua. Si disse che la bella mora figlia del vicino sarebbe stata una moglie perfetta, a messa gli era perfino sembrato che, nei momenti di disattenzione della madre, lei lo guardasse con insistenza dietro a quel suo velo nero che la rendeva, se possibile, ancora più intrigante.

Il re era pronto per chiedere la mano della sua amata al di lei padre, l’unica remora che lo tratteneva dall’acquisto dell’anello era la sua seconda e segreta occupazione. Facile immaginare l’estremo sollievo che provò quando si accorse che la sua seconda e segreta occupazione era il primo quotidiano pensiero della bella mora. Non solo. Il re scoprì ben presto che i familiari della bella mora si erano tramandati da generazioni i trucchi per eccellere nella segreta arte.

Il matrimonio si celebrò entro la fine dell’anno; il novembre successivo nacque la primogenita, che, due anni dopo, divenne sorella di una vispa bambina. Il primo maschio vide la luce tre anni dopo e, dopo altrettanti, nacque un’altra bambina (incidentalmente, dissero i più informati). Le figlie maggiori vennero iniziate ben presto all’arte segreta e, d’altrocanto, non parvero restie all’uso degli insegnamenti di mamma e papà. La pratica dell’arte segreta permetteva un vantaggio immediato che attirava loro inesorabilmente: il facile guadagno. Quello che il padre aveva negato loro durante l’infanzia erano decise ad ottenerlo da adulte: abiti costosi, macchine sportive, lenzuola di seta, gioielli ingombranti; sapevano bene, però, che non sarebbero state in grado di ottenere tutto questo bendiddio lavorando semplicemente i campi o tenendo la testa china sui libri; per questo abbandonarono prematuramente vanga e penne e decisero d’impiegare tutto il loro tempo nell’apprendere l’arte segreta.

In paese tutti erano a conoscenza di quello che avveniva fra le mura del re, ma si guardavano bene dal farlo presente alle autorità: non perché avessero paura di particolari ripercussioni da parte dei familiari della bella mora, riuscivano semplicemente a vedere le cose per quello che erano e il re si limitava ad essere, ai loro occhi, una persona piccina che, davanti alla lente dell’arte segreta, finiva per sembrare più grande di quello che in realtà non era; solo il diretto interessato credeva che la lente potenziasse il suo ego; il resto del mondo sapeva che sarebbe stata solo una questione di tempo ed il re della spiga sarebbe diventato il re della cella; si trattava solo di un piccolo pesce, in fin dei conti.

L’arte segreta consisteva nel coltivare enormi campi di grano che venivano lasciati essiccare. Si era diffusa, in quegli anni, la convinzione che la spiga essiccata avesse proprietà allucinogene; così si sviluppò un ampio mercato che, dal piccolo paese di periferia del re, si estendeva in tutte le grandi metropoli.

L’unico a non essere a conoscenza dell’occupazione segreta del re era il padre, il quale non volle mai entrare in argomento con nessuno; gli incontri, radi, tra padre e figlio si limitavano ai convenevoli e alla reciproca promessa che sarebbero stati più lunghi la volta successiva. Il padre, dal canto suo, riteneva di aver fatto tutto il possibile per educare il figlio nel migliore dei modi possibili e sapeva che quella frusta, che aveva usato ben volentieri durante la giovinezza del ragazzo, non avrebbe avuto più raggiunto il suo scopo ora che il ragazzo era marito e padre a sua volta.

Gli anni passarono. Il re viveva nell’agio e nel lusso, pur dichiarandosi disoccupato agli occhi del fisco; il re aveva avuto l’accortezza di costruire una casa per sé e per la sua famiglia (alla quale si era aggiunta, una volta rimasta vedova, la madre della bella mora) lasciando incompiuti i muri esterni e dotando l’interno di quanto di più costoso fosse in commercio; credeva così di rendere felici le figlie.

Il padre del re morì alcune settimane successive alla nascita del terzogenito; prima di morire, rivelò al figlio che tutte, dalla prima all’ultima, le decisioni che aveva preso in vita erano state studiate per mettere in luce le doti della sua prole. Il re considerò gli eventi come un chiaro segno: qualcuno gli stava dicendo che era ora di cambiare prima che fosse troppo tardi. Ne parlò allora con la moglie. Le spiegò che c’era qualcosa d’insano nel loro stile di vita, cercò di farle capire che quelle scelte avrebbero finito per rivoltarsi loro contro, le ventilò persino l’ipotesi di un trasferimento in tempi brevi. La bella mora si dimostrò subito accondiscendente. Disse che lei, ancor prima di essere una donna, era una moglie e compito di ogni moglie era quello di seguire la volontà del marito. Si decise che, la settimana successiva, mentre tutto il paese era intento ad osservare i fuochi d’artificio in onore del patrono, loro sarebbero spariti.

La festa del patrono arrivò e con essa anche una gamba fratturata, due costole piegate e tre denti scheggiati. Il re non era pronto a giurarci e non ne fece mai parola con anima viva, ma gli parve di riconoscere, fra i suoi aggressori, il fratello minore della bella mora. Fu allora che il re si accorse di non aver mai posseduto alcuna corona.

Più vedeva crescere il figlio, più il re non riusciva a darsi pace: quel bambino, che una volta era piccolo ed indifeso, si stava trasformando in un uomo recettivo e molto intelligente; presto avrebbe voluto conoscere i segreti dell’arte di famiglia nella quale madre e sorelle eccellevano. Avrebbe fatto qualunque cosa in suo possesso per impedirlo, si disse il re.

Con la scusa dell’educazione, il figlio venne mandato in un prestigioso collegio ad oltre mille chilometri di distanza dal suo paese natale. Il re non aveva voluto sentire ragioni. “Il mio unico maschio, quello che un giorno diventerà il patriarca di questa famiglia, – proclamò – deve studiare nelle migliori scuole ed avere la cultura che io non avrò mai”. Il resto della famiglia non mise in discussione quella che, a prima vista, poteva sembrare come la scelta di privilegiare il maschietto di casa: le sorelle maggiori videro allontanarsi l’eventualità di dividere i proventi dell’arte segreta in più parti; la madre, dal canto suo, considerava una perdita di tempo e di denaro la scelta del marito, ma i sensi di colpa le impedivano di confessaglierlo.

Passarono appena tre mesi, poi, il ragazzo decise di scappare dal collegio e si presentò a casa dei suoi genitori spaurito ma deciso: avrebbe imparato l’arte segreta.

Come avevano previsto i concittadini del re, la sua vita di lussi e di sotterfugi ebbe termine. Un giorno, tre uomini si presentarono nel suo campo e, con il pretesto di comprare della semenza di spiga, si rivelano per quello che erano, agenti in missione la cui missione consisteva nel suo arresto.

Il re si addossò tutte le colpe; disse che era riuscito a mettere in piedi diversi ettari di spiga; si vantò di aver costruito il suo regno da solo, tenendo all’oscuro persino i suoi familiari. I giudici dovettero credergli perché lo rinchiusero in prigione e non aprirono altre indagini.

Negli anni di prigionia furono i figli del re a portare avanti l’arte segreta che tale non era più. Sarebbero stati più furbi del padre e si sarebbero mossi più lentamente e più nascostamente, pensarono in un momento di particolare euforia. Nel frattempo, la primogenita si sposò con un uomo che aveva il doppio dei suoi anni. Fin dall’infanzia sapeva che quello sarebbe diventato suo marito; questo, infatti, era stato deciso dalle rispettive famiglie per rafforzare i reciproci affari. La sorella, una volta vispa bambina, ora abile imprenditrice, divenne moglie del cognato. Durante il ricevimento di nozze venne arrestato, assieme a quest’ultimo, l’unico figlio maschio del re; pare che i loro spostamenti fossero seguiti già da parecchio tempo.

Il re ora si trova ai domiciliari. In carcere ha iniziato a leggere. I primi tempi, impiegava più di una giornata per mettere insieme le parole di una pagina, accompagnando la lettura con lo spostamento dell’indice destro sulla carta; il più delle volte, arrivato alla fine della proposizione, non riusciva a comprendere il significato di ciò che aveva appena letto ed era così costretto ad iniziare da capo. Non ha più rapporti con la moglie pur condividendo la stessa casa; c’è chi è pronto a giurare di averlo visto in compagnia di una donnaccia dell’est. Le figlie sposate abitano nei piani superiori della casa che aveva costruito con le sue stesse mani, i generi si sono occupati del completamento della facciata esterna. “I soldi vanno goduti fin che ci sono”, gli hanno spiegato. I figli minori vivono nelle stanze affianco alla sua. Raramente s’incontrano.

Dicono che presto il re diventerà nonno.

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2 Comments

  1. è molto simile a tante storie di “furbetti” che si sentono qui da noi (e non solo), però lui alla fine sembra essersi un pò pentito.

  2. E’ un pentimento senza cognizione di causa. E’ capitato. Punto.


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