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Da un paio di mesi – e per un’altra decina di giorni – lavoro all’interno di un centro commerciale. Sì, in uno di quelli dove si va d’estate a rinfrescarsi le membra sotto il getto dell’aria condizionata e dove l’italiano medio spende, è proprio il caso di dire, almeno un pomeriggio alla settimana alla ricerca di aggeggi per lo più inutili. In uno di quei posti dove una persona è disposta ad indebitarsi pur di ottenere l’ultimo modello di un televisore ultrasottile e grande come una parete del proprio monolocale. Dove, se non trovi quello che cerchi, lo puoi ordinare comodamente tramite computer, da solo o con la complicità di un addetto, e nell’arco di sette giorni l’agognato prodotto è pronto per il ritiro. C’è anche un miniasilo; lasci i pargoli per tutto il tempo che vuoi e puoi goderti il tuo shopping ossessivo-compulsivo senza troppe distrazioni; l’importante è che tu ti dia una mossa a scaricare il pupo ché i posti sono pochi e vanno via come il pane. Altrimenti, puoi sempre prendere un carrello a forma di macchina, vedrai come si divertirà quel futuro pilota di tuo figlio! Che poi ai bambini serve poco per crearsi le loro avventure. Ho visto di tutto all’interno di quei carrelli, da piloti d’astronavi a comandanti di navi da porto, da novelli Robin Hood dispensatori degli acquisti di mammà a mostriciattoli un po’ troppo cresciuti che occupavano tutto l’occupabile. E i genitori non sono certo da meno; puoi vedere le loro facce infiammarsi di fronte ad un cellulare di ultima generazione o riempirsi di profondo orgoglio aprendo un frigorifero no-frost. I giocattoli degli adulti costano solo molto di più di quelli dei loro figli (cit.).

Lavorando a turni, ho visto il CC in diverse ore della giornata. La pausa pranzo è il momento più smorto, adatto agli asociali e agorafobici come me per fare la spesa in tutta tranquillità, per cercare i croccantini del gatto senza dover aspettare che due persone prima di te decidano a quale marca affidarsi, per trovare sempre due guanti per raccogliere la frutta, per andare in cassa a pagare, non ad aspettare che la fila scorra. L’apertura e la chiusura, al contrario, sono i momenti di maggiore affluenza. Ci sono clienti che entrano all’ultimo minuto e si mettono a fare la spesa per l’intera settimana, incuranti de La Voce che annuncia l’imminente chiusura o delle cassiere che, dopo una giornata lavorativa, sono costrette a farsi una mezz’ora di straordinari per occuparsi dei ritardatari. E non puoi dire certo di no ché rischi il posto di lavoro, e non puoi certo mollare tutto lì ché poi ti arriva una nota di demerito, e devi essere sempre sorridente ché il cliente ha sempre ragione. Il cliente ha comprato un prodotto, l’ha usato per sei giorni e poi, stufo, l’ha portato indietro con tanto di scontrino? Tu sei costretta a riprendertelo e a dargli i soldi indietro. Il cliente si lamenta della lunga attesa alle casse? Tu devi invitarlo a portare pazienza e non cedere alle provocazioni. Ti rendi conto che esiste una larga fascia della popolazione che si presenta al centro commerciale solo per litigare. E’ tangibile il desiderio di quest’ultimi di aspettare una scintilla, spesso innescata proprio da loro, per riversare i propri problemi sul commesso di turno. Tu, invece, non devi reagire. Primo, perché sei consapevole che ti stai giocando il posto di lavoro. Secondo, perché non vuoi servire a quelle personcine piccole piccole la chance di essere proprio tu la fine delle loro repressioni. Eh no, bello mio, vuoi una panacea per i tuoi mali? Ritenta da un’altra parte, sarai più fortunato.

Il mio momento preferito resta l’apertura. In quei dieci minuti prima che le stalle si aprano, come ha maliziosamente commentato una collega, hai la possibilità di vedere un mondo nascosto. Un mondo nel quale si rendono visibili coloro che di solito non lo sono agli occhi dei più; piccoli folletti, quasi tutti con passaporto straniero, guidano veicoli per la pulizia o muletti. Iniziano a (pre)disporre il tutto alle cinque del mattino e finiscono cinque minuti prima dell’orario di apertura al pubblico. In questi momenti, l’atmosfera è quasi surreale. Avete presente la Londra di 28 giorni dopo? Tutto è deserto, le luci soffuse. Poi, improvvisamente, i reparti s’illuminano, La Voce annuncia l’imminente apertura e tu, dalla tua postazione, puoi vedere le saracinesche alzarsi e i clienti, soprattutto nei periodi di promozioni, scatenarsi in una corsa all’ultimo respiro per accapararsi il magnifico prodotto di pagina 20. Un altro giorno è iniziato.

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