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Mi ha appena suonato un informatore cristiano (si è proprio presentato così), Davide; voleva sapere perché, secondo me, Dio permette che al mondo ci sia ancora tanta malvagità; aveva quella voce tra l’acuto ed il grave che si ha nel periodo della pubertà – almeno, noi maschietti l’abbiamo avuta così e c’è anche chi continua ad avercela nonostante non sia più un adolescente. Non gli ho detto quello che pensavo realmente, ché a me d’infrangere i sogni dei tredicenni non è mai piaciuto.

Io, a quell’età, dissi a mia madre: “Guarda che la cresima non la voglio fare perché tanto Dio non c’è e, sotto sotto, ci credi poco pure te”. Lei mi guardò piuttosto schifata e, dopo essersi fatta il segno della croce, sentenziò che lei nutriva rispetto per isuoi genitori e, in nome di quel rispetto, credeva nelle tradizioni che le avevano trasmesso. Allora andai da mio padre, “Ma tu credi in Dio?”, gli chiesi; “Chiamalo Dio, Coscienza, Anima, Buon Senso, ma in Qualcosa bisogna pur credere.”

Alle medie avevo per compagno di banco Luca, un testimone di Geova. Luca mi passava, di nascosto da mia madre, le Torri di Guardia. Non so se vi è mai capitato di leggerle, ma le Torri di Guardia sono la traduzione letterale dell’originale americano; si riesce a capire da certe problematiche che affronta e da certe situazioni, per non parlare della provenienza delle lettere (Buffalo, Chicago, Boston…). All’epoca mi facevano molto ridere le risposte che venivano date a queste lettere; lettere che ponevano dubbi più o meno diffusi (“Provo attrazione per la figlia dei vicini; è molto grave il fatto che desideri baciarla?”; “Il mio migliore amico ha bisogno di una trasfusione; il mio gruppo sarebbe compatibile con il suo…”; “Quanta televisione posso far guardare ai miei figli?”) e che venivano sfruttate per fornire esempi morali altamente improbabili da condurre nella vita di tutti i giorni. Luca, dopo un paio di anni, mi chiese se avessi voluto assistere ad uno dei loro incontri; gli dissi che ne avrei parlato a casa, cosa che puntualmente feci con tutta tranquillità. Mia madre si oppose categoricamente. Disse che c’era una sua amica, anche lei testimone, che le chiedeva da anni la stessa cosa e, per rispetto nei confronti di questa sua amica alla quale aveva sempre detto di no, negava anche a me il permesso di partecipare ad una di queste assemblee. Quando glielo dissi, Luca credeva che mi fossi inventato tutto e, a mia insaputa, telefonò a mia madre; il giorno dopo mi disse, sconsolato, “Quando tua madre dice no è no, vero?”.

Anni dopo, partecipai ad una riunione degli evangelisti; ero stato invitato, insieme ad altri nostri amici, da una nostra compagna di classe. Per l’occasione, intervenne un pastore in trasferta dal Sud Italia. Tutta l’orazione era incentrata sll’amore che Dio avrebbe nutrito nei nostri confronti, se solo l’avessimo lasciato entrare nelle nostre vite. Ci fu anche anche un canto, con tanto di battito di mani a tempo, il cui ritornello ripeteva “Sorridi ché Gesù ti ama, sorridi ché Gesù ti da la vita”. Quando il pastore riprese il suo discorso, una ragazza, forse a causa dell’eccessiva calura di quella sera d’inizio estate, perse i sensi. Il pastore, che senza ombra di dubbio doveva essersi accorto dell’accaduto, continuò la sua predica senza batter ciglio. Alla fine della serata, riferii alla mia amica i miei dubbi circa il comportamento del pastore, quantomeno privo di sensibilità nei confronti della ragazza svenuta; lei andò a chiamare il pastore in persona, il quale mi disse che “la salute della ragazza era l’ultimo dei suoi pensieri; nulla poteva essere anteposto alla mia predica, anzi, per quanto ne so, lo svenimento potrebbe anche essere stato uno strumento del Diavolo per interrompere la diffusione del verbo di Dio”.

Nel mondo ideale nel quale vorrei vivere, i genitori non battezzano i figli poche settimane dopo la loro nascita; non li mandano, una volta adolescenti, a suonare i citofoni dei condomini la domenica pomeriggio; non inculcano nella loro testa l’idea che la fine del mondo è prossima; non li obbligano ad operazioni chirurgiche devastanti per il loro apparato genitale. Nel mondo ideale nel quale vorrei vivere, i genitori lasciano ai figli la libertà di scegliere quale religione professare, insegnano loro che esistono tante sfaccettature della stessa medaglia e che, una volta raggiunta l’età per poter pensare con la propria testa, potranno scegliere a quale di queste sfaccettature dedicare una parte (importante) della propria vita e se dedicargliela o meno.

In un mondo ideale, s’intende.

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2 Comments

  1. Non si può dire che non abbia esplorato le vie del cristianesimo… il Signore ne terrà conto, vedrai!

  2. Interessante il tuo articolo…. comprendo il tuo profondo desiderio di libertà… soprattutto in un ambito come questo che è così intimo e personale…
    Eh già…. perchè credere in una religione non serve a nulla… io credo… se non a tapparsi la coscienza per un pò… “La religione è l’oppio dei popoli”…
    La vera differenza per me l’ha fatta l’incontrare questo Dio personalmente nella mia vita… fino a quando non ti trovi faccia a faccia con Lui non Lo puoi realizzare… è inutile 😉


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