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Per due anni prendere la tratta ferroviaria Torino Bologna a/r ha significato per me una serie di situazioni per lo più simili tra loro, una routine da viaggiatore, per così dire. Una routine che iniziava dalla preparazione della valigia, mezz’ora prima di uscire di casa, passando per la lunga pausa alla fermata dell’autobus in attesa del 57 o del 27 (puntualmente arrivava il secondo dal momento che il primo aveva un percorso più breve), farcita da altrettanto lunghe menate mentali del tipo, “perché non ho fatto il biglietto ieri?” o “allora esiste davvero il karma”, e finiva con il solito tossico appollaiato vicino alla macchinette self service in cerca di un minimo di solidarietà ché proprio non gli bastavano i soldi per pagarsi il treno. Ha significato anche ostinarsi a tentare di timbrare il biglietto nella stessa obliteratrice, l’ultima prima dei binari, che, data la posizione, si decideranno bene a sistemarla ed invece; ha significato correre fino alle prime carrozze ché la routine è tale perché ti obbliga a fare sempre le stesse cose e, se il primo viaggio lo fai nella carrozza in testa, anche tutti le altre volte dovrai andare in testa, pena un profondo malumore; ha significato riuscire a sedersi dai due ai dieci minuti prima della partenza (il bus era poi arrivato ed in un secondo erano spariti i propositi antipigrizia ed i dubbi filosofici) e vedere arrivare il tossico di cui sopra che ancora invocava la solidarietà flantropica. Ha significato vedere le facce degli stessi controllori; quelle dei viaggiatori, no, non ne ho mai viste due uguali. Tra Piacenza e Fidenza, significava vedere salire un ragazzo biondino sordomuto, almeno così si presentava nei foglietti plastificati che lasciava vicino ai finestrini, insieme ad un accendino o ad un portachiavi di una pacchianeria disarmante, oggetti che recuperava una volta raggiunta la fine dello scompartimento. Il biglietto invitava al loro acquisto, cosa che non avveniva mai.

Ieri, dopo due anni, ho rifatto lo stesso percorso. A Fidenza ho visto un braccio posare alcuni oggetti che mi hanno distolto dalla lettura del mio libro. Inizialmente non l’avevo riconosciuto, la fronte era molto più spaziosa ed era leggermente ingrassato; poi, mentre si avvicinava alla porta dello scompartimento, ho provato un profondo senso di malinconia.

Ed ho comprato un portachiavi.

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