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Anzi, uno su due.

Corriere.it sostiene che il 25% dell’elettorato italiano non abbia ancora deciso per chi votare; mentre il 50% avrebbe deciso l’area politica, ma non il partito. Io rientro tra quest’ultimi, dal momento che, parliamoci chiaro, non ho mai dato la mia preferenza al centrodestra – e non prendo nemmeno in considerazione l’ipotesi in questo giro – dando la precedenza al cosidetto “voto utile” al centrosinistra. In suo onore, ho scelto Rutelli nel 2001 e Prodi nel 2006. Il primo ha avuto l’indecenza di perdere, il secondo ha inserito nella sua Unione un numero così elevato di partiti da ridursi all’immobilismo pur di evitare di contrariare una delle parti, con tutto quello che ne è conseguito che conosciamo fino alla nausea e con la conseguenza del tutto personale che ne ho fin sopra le scatole del “voto utile” e ne farei volentieri a meno.

Farei.

Perché i problemi, almeno i miei, iniziano proprio qua. Perché, continuiamo a parlarci chiaro, la sfida se la giocano il Popolo delle Libertà e il Partito Democratico, i numeri non hanno il senso dell’umorismo; l’unico che avrebbe qualche chance di battere Berlusconi è Veltroni. A logica, quindi, il mio voto dovrebbe andare a lui: un voto al PD aumenterebbe la distanza dal PdL, ché con l’attuale legge elettorale anche due voti fanno la differenza, soprattutto al Senato, e si dia il caso che Walter sia comunque “meno peggio” di Silvio. Ma si può votare sempre in nome dell’antiberlusconismo? No. Almeno, io passo. Esigo qualcosa di più; temo troppe divisioni in una stessa coalizione che vede tra i suoi candidati la Binetti e Scalfarotto; inoltre, Veltroni e il suo programma non mi hanno convinto del tutto e, soprattutto, il PD mi ricorda troppo un’Unione sotto mentite (?) spoglie. No, sono quasi del tutto convinto di non votare per il PD. Allo stato attuale, l’unico motivo che mi spingerebbe al PD sarebbe la presenza dei Radicali nelle loro liste, anche se, sempre a causa dei numeri, sembra che non sia garantita la presenza dei nove candidati radicali, in caso di vittoria del PD.

Non mi resta, quindi, che sondare altri lidi. Mi sono preso dieci minuti e ho letto i quattordici punti della Sinistra Arcobaleno. Programma condivisibile, niente da dire, finora quello che ho trovato più adatto a me, ma. Ma, mi chiedevo, punti come il 3 (grassetto originale):

[…] La Sinistra l’Arcobaleno vuole fissare per legge il salario orario minimo per garantire una retribuzione mensile netta di almeno 1000 euro; propone un meccanismo di recupero automatico annuale dell’inflazione reale; propone di elevare le detrazioni fiscali per i lavoratori dipendenti. La Sinistra l’Arcobaleno vuole introdurre, come avviene in tutta Europa, un reddito sociale per i giovani in cerca di occupazione e per i disoccupati di lungo periodo, costituito da erogazioni monetarie e da un pacchetto di beni e servizi. La Sinistra l’Arcobaleno propone di diminuire il prelievo fiscale per i redditi più bassi portandoli dal 23 al 20%, contemporaneamente di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20%, di redistribuire il reddito ai lavoratori e alle lavoratrici attuando immediatamente quanto previsto dalla Finanziaria di quest’anno, che destina loro tutto l’extragettito maturato.

obbietivamente, come riesci a metterli in pratica? Da dove ricavi i soldi necessari per renderlo attuabile? Oppure, l’abbandono di “progetti inutili e dannosi come il Ponte sullo Stretto, il Mose a Venezia, la TAV in Val di Susa” (punto otto) è davvero la strada giusta? O, come sosteneva Di Pietro qualche mese fa, interrompere i lavori tra Messina e Reggio significherebbe un danno maggiore all’erario quantificato in multe ed ammende? E la mancanza della TAV non metterebbe un limite ai collegamenti con il resto d’Europa?

Morale della favola? Ho poco meno di un mese per farmi andare bene qualcosa.
O qualcuno.

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