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Ricordo che Il paziente inglese non finiva più. Lì, tra la convalescenza di Fiennes e le cure dell’infermiera Binoche – che per me resterà sempre la nuora/amante di Jeremy Irons – ho patito uno dei momenti di maggiore noia di tutta la mia vita cinematografica, paragonabile solo a Il paradiso all’improvviso di pieraccioniana memoria. Il che è tutto un dire.

Ritorno a Cold Mountain mi sono rifiutato di vederlo a priori, nonostante la Kidman; un polpettone storico-sentimentale, figuriamoci. Non ho mai visto nemmeno Via col vento, almeno, non dall’inizio alla fine.

Il talento di Mr. Ripley, invece, mi è rimasto impresso per dei mesi. E non per l’interpretazione naive di Fiorello, della quale, all’epoca dell’uscita del film, si fece un gran parlare per poi lasciare il pubblico interdetto di fronte alla scoperta che la fatidica scena in questione durava appena cinque minuti (cinque minuti ben concentrati, tra l’altro, nei quali un Fiorello dal caschetto ribelle cerca di portare via il microfono ad un allampanato Matt Damon), no, non per questa.

Ma perché, a me, le storie di “pazzi ben organizzati” son sempre piaciute.

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