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Mi sono dato ai telefilm.

Il motivo principale per cui latito da un po’ è solo questo. Niente di più scontato, a ben pensarci, uno si butta nella finzione per evadere dalla realtà che non gli garba. Distrazioni per non impazzire, credo. Il vecchio Jacopo aveva trovato una soluzione più radicale, io me ne ben guardo; mangio popcorn e mi dedico alla serialità.

E parliamone di questa serialità delle ultime settimane/mesi.

Californication è il ritorno di Mulder in tv. Dài, Mulder, quello che aveva impiegato solo dieci anni della sua (e nostra) esistenza per tentare un approccio con la collega, la quale, nonostante tutto, riusciva a rimanere incinta e a partorire come una post moderna Maria. Insomma, Mulder è tornato, ora si fa chiamare Hank Moody, è uno scrittore in piena crisi, un puttaniere, un padre che ci prova ed uno stronzo di marito, che marito in realtà non è perché non si è mai sposato. Ecco, Californication, oltre a battute geniali e sequenze memorabili, mi ha regalato il miglior finale di stagione dai tempi delle bombe di Kimberly. Né troppo scontato, né troppo zuccheroso; una di quelle puntate che ti fanno venir voglia di riavvolgere il nastro e rivedere. E rivedere. E rivedere. Uno di quei finali per cui pensi che, no, non vale la pena che ci sia un seguito perché è già perfetto così. E invece, no. Perché Mulder o Hank, Duchovny, insomma, vuole fare il regista e quindi c’è voluto poco per coinvincerlo a girare ancora.

In treatment è qualcosa che rasenta la perfezione. Cinque puntate a settimana. Otto settimane e mezzo. In ogni episodio, una seduta dallo strizzacervelli. Qualcosa di molto teatrale (leggi: molto parlato e poca azione); qualcosa di molto drammatico e terribilmente pesante e complicato. Ma neanche troppo. Lo strizzacervelli è Gabriel Byrne, quello che in una riduzione cinematografica particolarmente realistica di “Piccole donne” era il compagno di Winona Ryder/Jo. L’unica cosa che varrebbe la pena indagare sarebbe la mia identificazione con la sedicenne con impulsi autodistruttivi, Sophie – sedicenne che, in una delle ultime puntate, rivela di tenere un diario dall’età di nove anni, nel quale finge di scrivere nientemeno che a Hermione Granger, ma quanto sono vecchio? ma quanto sono vecchio? -, ma eviterò accuratamente di scendere nei dettagli. La battuta migliore della serie viene comunque detta da Laura, altra paziente del dottor Byrne, qualcosa del tipo, “non importa quanto provi ad essere diverso, finisci sempre per essere come gli altri, anche peggio”. Che altro? La puntata 36 è un pugno allo stomaco, improvviso e dritto; Byrne è bravissimo a rendere con gli sguardi il personaggio di quello che gli girano troppo i coglioni ma il ruolo impone di essere sopra le parti; il padre di Alex assume le stesse pose del figlio sul divano; la coppia è di un realismo disarmante; gli strizzacervelli usano il Mac; la moglie di Byrne era la moglie di Duchovny in “Kalifornia”, giusto per chiudere il cerchio; il finale è fin troppo aperto per i miei gusti, ma ho scritto che “rasenta la perfezione”, non che è perfetto.

In Brothers & Sisters c’è una rediviva Ally Mcbeal che si sarà ben stancata di accoppiarsi tutto il giorno con Indiana Jones, quindi cerca altri lidi (professionali). Pare che la serie vada in onda in Italia sul satellite da circa un anno ed io mi chiedevo dove fossi mentre Sky trasmetteva un telefilm il cui motto di lancio è “the people you love the most may be the ones yon know the least”, che detta così può sembrare di una banalità sconfortante, ma di banale ha ben poco. Un mix tra politica e famiglia fin troppo numerosa: la madre ce l’ha con Ally (Kitty) perché ha dato il suo appoggio al fratello affinché partisse soldato per l’Afghanistan; durante la missione, il ragazzo rimane particolarmente turbato al punto di buttarsi nell’alcol una volta rientrato in patria. Un’altra sorella è in crisi con il marito, pare a causa di un terzo uomo; un terzo fratello è gay e gli altri non si capisce bene che ruolo abbiano. Ah, lo zio di tutti quanti è Arvin Sloane.

Poi ci sono i pacchi.

The Tudors racconta delle vicende sentimental politiche di Enrico VIII, quello delle sei mogli. Dev’essere anche quello che hanno pensato gli sceneggiatori perché l’intera serie ruota intorno al sesso del re; quanto il re fa sesso; con chi il re fa sesso; con chi il re vorrebbe fare sesso; con chi fanno sesso gli amichetti del re. Un successone in Inghlterra.

New Amsterdam, serie interrotta dopo solo otto puntate e che quindi avrà buone possibilità di essere comprata in Italia, è a metà strada tra l’Highlander de “ne rimarrà solo uno” e “Via col vento”. Un ometto viene maledetto da un’indiana e costretto a vivere per sempre finché non troverà l’ammmore, quello vero. Ovviamente, in quattro secoli di vita, a nessuno può capitare d’innamorarsi e, infatti, il nostro eroe – che si chiama, guarda caso, Mr Amsterdam e che fa lo sbirro – dovrà aspettare d’imbattersi in una sconosciuta nella metro per sperare di avere qualche chance. Ah, però. Molto suggestiva la scena nella quale vengono mostrate in sequenza le fotografia che ritraggono New York anno dopo anno; perché New Amsterdam era il nome originale di New York, nonché un riferimento al protagonista, bla, bla, bla.

Le chicche, infine. Entrambe datate, ma anche Il prigioniero era bellissimo ed io l’ho scoperto solo qualche anno fa nelle repliche. E quindi?

Dexter è il supereroe della Miami del ventunesimo secolo. E’ uno sbirro anche lui, ma soprattutto è uno di quelli che crede che la giustizia abbia bisogno di una mano extra; di conseguenza, arriccia i suoi sensi da ragno e se un criminale non viene riconosciuto colpevole da un tribunale, passa Dex a fare pulizia. Letteralmente. Lunghe ore di preparazione per far sparire le tracce e il corpo del reato. In più c’è una vicenda che si dipana parallela ai piccoli omicidi, giusto per intrigare un po’ gli animi.

Nancy Botwin, infine, è la mamma. La mamma che pretende un alto rigore morale da parte dei figli; quella pronta a tutto pur di assicurare il bene della famiglia; quella che rompe le palle perché vengano tolte le bibite gassate dai distributori della scuola; quella che smercia erba. Alzi la mano chi non ne ha una così.

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One Comment

  1. Di Californication ho visto poche puntate (ma quelle giuste) e la prima mi ha un po’ annoiato. Un concentrato di luoghi comuni per stupire e farti pensare ‘ma quanto sono bastardi questi!’. Poi migliora, forse anche perché si iniziano a conoscere i personaggi. E la fine è bella, sì.
    Anche di New Amsterdam ho visto poche puntate e mi è piaciuto, come già sai. L’ammmore da inseguire nei secoli dei secoli e gli indizi svelati poco a poco mi hanno intrigato. Ritmo, atmosfera, costruzione dei personaggi, presente vs passato, l’ho trovato un bel mix.


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