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(spoiler a go-go)


Francesca ha trent’anni, un lavoro fisso in una scuola materna, vive con la madre in un appartamento modesto ma non troppo fatiscente, frequenta lo stesso ragazzo da diverso tempo. La madre di Francesca aveva un sogno che trent’anni prima non ha avuto la forza di realizzare e che vorrebbe che la figlia portasse avanti: trasferirsi in Italia ed iniziare una nuova vita in un paese che dovrebbe garantire quantomeno l’agio economico. Grazie alla madre di un’amica, Francesca riesce ad ottenere un incontro in un bar con un uomo che le offre la possibilità di realizzare il suo sogno di migrante; in cambio di duemila euro (“non per lui, – si affretta a precisare l’uomo – ma per l’agenzia“) la donna potrà permettersi di pagare il viaggio in corriera e di arrivare a Sant’Angelo Lodigiano (“vicino Milano”), dove dovrà occuparsi di un ultraottantenne come badante. Ma questa è solo la prima parte del piano di emancipazione di Francesca. Dopo aver lavorato alcuni mesi presso questa famiglia italiana, la ragazza spera, infatti, di poter disporre di una piccola somma di denaro che le permetta di aprire un asilo rivolto esclusivamente alle famiglie romene residenti in città, attività nascente che pare essere destinata ad avere molto successo in un paese come l’Italia il cui numero di romeni è in costante aumento.

Francesca decide quindi di presentarsi dal padre, divorziato dalla madre da un tempo imprecisato, e di chiedergli i duemila euro. Ma il padre sembra contrario alla scelta della figlia, soprattutto per via delle sue idee sugli italiani e del disprezzo che questi hanno dimostrato nei confronti dei romeni. “Per loro siamo tutti Rom”. “Ci trattano come schiavi”. Il padre è anche molto informato su quello che accade nella politica italiana, critica le dichiarazioni del sindaco di Verona ed è lui a pronunciare la famosa frase che ha portato la Mussolini a chiedere che il film non fosse proiettato nelle nostre sale lo scorso novembre (richiesta rigettata ma che causò uno slittamento di una settimana dell’uscita della pellicola), “La Mussolini, una troia che vuole ammazzare tutti i romeni”. Nella discussione tra padre e figlia, interviene anche il nonno che rincara la dose, sentenziando che “una volta erano gli italiani a venire in Romania per prendersi le nostre donne, ore siete voi ad andare da loro”. Se il padre si rifiuta di darle una mano, la madre si dimostra più disponibile e nel giro di pochi giorni riesce a racimolare una discreta somma. Anche l’amico gay di Francesca, in uno slancio altruistico nonostante le pene d’amore che sta attraversando, le presta i suoi risparmi. Tuttavia, proprio quando i sogni di Francesca sono sul punto di realizzarsi, si scontrano con le vicissitudini più reali di Mita, il suo fidanzato.

Mita, grazie alla complicità di un funzionario del Comune, riesce ad entrare in possesso di un lotto di terreno, ma la falsificazione dei documenti necessari richiede più tempo del previsto e il ragazzo si ritrova nelle mani degli usurai che gli fanno pressione affinché restituisca la somma prestata per l’acquisto della terra. Per questo, Mita si mostra contento quando Francesca gli comunica la sua decisione di trasferirsi in Italia, ma, pochi giorni prima del viaggio, uno degli usurai si presenta nell’appartamento della donna in cerca del ragazzo, senza trovarlo. A questo punto, Mita è costretto a raccontare la verità a Francesca che decide di chiedere al padrino un prestito di mille euro da versare come anticipo agli strozzini. Il viaggio verso l’Italia può infine cominciare, non senza alcune complicazioni (il gruppo di migranti/turisti è troppo esiguo e viene immediatamente trasferito in un pullman più piccolo; il motore si guasta e costringe i viaggiatori ad una lunga sosta), ma al destino di Francesca tocca un tragico epilogo.

Tutti i personaggi (tutti) hanno una caratterizzazione in negativo, ironiche vittime per lo più dei loro pregiudizi verso gli italiani (oltre al padre e al nonno di Francesca, il tema viene ripescato anche dalla datrice di lavoro della donna che vede nei suoi vicini di casa di origine italiana uno sguardo agghiacciante e ricorda a Francesca che, in Italia, i romeni vengono rapiti per espiantare i loro organi, “i più sani d’Europa”), ma le loro azioni rivelano comportamenti più beceri (le opinioni del padre e del nonno si basano solo sul sentito dire; la datrice di lavoro spiega a Francesca come eludere la legge per licenziarsi senza preoccuparsi di avvisare per tempo – “Dai un preavviso di quindici giorni e poi ti metti in malattia; l’importante è che non pubblicizzi troppo la tua partenza per l’Italia”). L’uomo che dice di lavorare per l’Ufficio per l’Emigrazione (agenzia, la chiama per tutto il tempo) fissa un appuntamento con Francesca e i suoi amici in un bar, si rifiuta di parlare ad alta voce e, quando entra in campo l’argomento, chiede a Francesca senza remore se interessata alla prostituzione. La seconda moglie del padre si rivela preoccupata della scelta di Francesca di migrare in Italia perché questo comporterebbe il trasferimento della madre nella loro abitazione. Il padrino di Francesca accetta di prestarle i mille euro, applicandole un “onesto” tasso del cinque percento, solo dopo aver preso in grembo la ragazza ed essersi fatto raccontare una filastrocca, seconda una loro usanza abituale e consolidata negli anni; la segretaria dell’uomo si rifiuta dare a Francesca una copia del contratto appena stipulato, “Se ti servisse, vieni pure a chiedermelo quando vuoi”. La madre di Francesca riempie la testa della figlia con i sogni che lei stessa non ha mai tentato di realizzare. Da un dialogo con Francesca, veniamo informati che Mita ha lasciato un posto sicuro in un albergo per lucrare sul terreno di cui non è neanche proprietario. Anche la stessa Francesca, a ben guardare, mostra un lato oscuro. Si pone come la giovane donna degli anni Duemila che cerca di realizzare i suoi sogni e che, nel farlo, vorrebbe anche abbattere tutti i luoghi comuni che gli italiani hanno verso i romeni, vorrebbe fare la differenza, insomma, in nome di un costante ed onesto lavoro che darebbe agli italiani una nuova chiave di lettura, ma, quando si tratta di aiutare il fidanzato nei guai, non ci pensa due volte e si offre di mentire al suo padrino per ottenere il denaro per gli usurai; non convince, ad esempio, il ragazzo a rivolgersi alle autorità. Non ci prova neanche.

Francesca non arriverà mai in Italia (dove, senza dubbio, sarebbe finita su qualche marciapiede) e probabilmente le toccherà un destino simile, se non uguale, a quello del fidanzato.

Discutibili, infine, le scelte stilistiche. Quasi del tutto assente la mano del regista che ama piazzare la macchina da presa di fronte ai personaggi e riprendere la scena dando la sensazione della presa in diretta, senza troppi stacchi; probabilmente l’intenzione era quella di creare una sorta di documentario sui giorni precedenti al viaggio di Francesca, ma, dopo che l’effetto è stato abusato in tanti film, risulta piuttosto monotono.

(Sì, ricordo ancora la password del blog.)

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