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“Il dono che dio ha fatto ai falsari.”

Penultimo film del regista Orson Welles, basato sul materiale raccolto dal produttore François Reichenbach, si occupa d’indagare il rapporto tra l’arte e la menzogna. E’ un documentario o una “docu-fiction” – se si vuole utilizzare un terribile termine moderno – inizialmente concepito intorno alla figura di Elmyr de Hory (un falsario di origini ungheresi che nel corso del secolo scorso riuscì a spacciare per vere alcune riproduzioni di quadri di artisti del calibro di Modigliani o di Picasso, in realtà da lui stesso disegnate), che viene raggiunto dalla troupe del regista nell’isola di Ibiza dove risiede presso la casa di un amico. Nella fase di preparazione del film viene intervistato anche Clifford Irving in qualità di esperto della vita del falsario poiché autore di Fake! The Story of Elmyr de Hory, the Greatest Art Forger of Our Time del 1969. Le riprese, tuttavia, subiscono una virata quando viene alla luce la colossale truffa di cui Irving è artefice insieme alla moglie Edith e all’amico Richard Suskind, ovvero la falsa biografia del magnate texano Howard Hughes (vicenda narrata nel film del 2006 L’imbroglio – The Hoax con Richard Gere). A Welles non interessano particolarmente i dettagli della vicenda (anche se sembra divertito dal fatto che la signora Irving sia riuscita ad incassare in Svizzera un assegno intestato a tale “Helga R. Hughes” semplicemente indossando una parrucca), l’aspetto sul quale si concentra è la credibilità dell’operazione. E qui entra in scena la figura del critico d’arte, il cui compito, attraverso l’expertise, dovrebbe garantire l’originalità del lavoro altrui, ma che fallisce clamorosamente sia nel caso di Elmyr (in diversi punti del documentario si lascia intendere che in giro per i musei d’Europa ci siano alcune opere attribuite a grandi artisti ma realizzate dal falsario) sia in quello di Irving (Life pubblicò in esclusiva alcuni brani tratti dalla biografia di Hughes). Nel caso di Elmyr è facile intuire il movimento di liquidi che tale operazione comporta. Nel caso della frode di Irving si vede particolarmente bene come la truffa fosse destinata a trovare terreno fertile nell’opinione pubblica dei contemporanei proprio a causa della figura del magnate, a tal punto schivo e riluttante alla vita mondana da imporsi un autoesilio forzato.

All’interno di questo percorso tematico, Welles riesce ad inserire l’autocitazione di quella che fu la sua personale truffa che mise sotto scacco un’intera nazione quando, nel 1938, venne trasmessa la falsa radiocronaca dello sbarco con successiva invasione sul suolo americano da parte dei marziani. Ancora una volta, la truffa poté sembrare credibile in quel particolare periodo storico in cui il conflitto bellico era imminente.

“L’arte è una menzogna che ci fa capire la realtà”, disse Picasso e al celebre pittore spagnolo viene dedicata la parte finale del film. Welles si rivolge direttamente al suo pubblico per narrare di come la sua compagna Oja Kodar avesse conosciuto Picasso in giovane età e di come avesse posato per lui in ventidue dipinti. Dopo aver lasciato i quadri alla donna con la promessa che non sarebbero mai stati venduti, Picasso venne a sapere che a Parigi erano stata inaugurata una mostra di alcune sue opere, ma che lui non aveva mai realizzato. Recatosi di corsa in Francia con la convinzione che dietro alla truffa ci fosse Oja, Picasso venne a sapere dalla donna che i dipinti erano opera del nonno di lei che il pittore riuscì ad incontrare sul letto di morte. Il vecchio si vantò di essere riuscito a truffare nientemeno che il grande Picasso e di esserne uscito indenne, da vivo. Ma, a questo punto, Welles ci ricorda quello che ci aveva detto nell’introduzione del film, ovvero che per un’ora avrebbe raccontato solo la verità, nient’altro che la verità, ma quell’ora è ormai passata da diciassette minuti…

Questa è la sequenza, in inglese, di Picasso appena descritta (inizia al minuto 4:32 e continua qui), notevoli le scelte di montaggio; mentre nel canale YouTube di VomBear potete trovare l’intero film.

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4 Comments

    • Francesco
    • Posted 18 maggio 2010, martedì at 19 : 36
    • Permalink

    Non vorrei essere scortese con chi ha scritto l’articolo, ma da quanto mi risulta, questo è l’ultimo film “compiuto” per il grande schermo da George Orson Welles e non il penultimo come viene riportato. Se quello che dico è esatto, vi prego di correggerlo, se invece mi sono sbagliato, mi scuso. Per il resto trovo che l’articolo sia sintetico, ma efficace a discrivere questo film, che per me è un capolavoro.

  1. A me risulta “Girando Otello” essere l’ultimo film “compiuto”.

    • Francesco
    • Posted 20 maggio 2010, giovedì at 16 : 12
    • Permalink

    Gentile Marco, è vero che “Girando Otello” viene messo anche dai dizionari di cinema come ultimo film della produzione cinematografica di Orson Welles, ma è stato prodotto per la seconda rete della televisione tedesca, non per il grande schermo, e risulta essere un mix di immagini di repertorio e di rievocazione scenica della lavorazione del film incompiuto “Othello”. Perciò in questa ottica andrebbero aggiunte le seguenti realizzazioni:
    – The Orson Welles show; serie tv del 1979
    – Filming the trial; documentario del 1981
    – The spirit of Charles Lindbergh; documentario del 1984
    in ogni caso non è nè il penultimo film per il cinema, nè il penultimo lavoro in senso assoluto, fatto da Welles.
    cmq non vorrei disturbarti ulteriormente, con gli appunti di un semplice “amatore” come sono Io.
    scusa ancora.
    Grazie per avermi risposto

  2. Niente scuse, anzi.
    Dunque, ho fatto i compiti:
    – “The Orson Welles Show” più che una serie tv è la puntata pilota di un talk show condotto dallo stesso Welles con interviste ad alcuni personaggi, compresi Angie Dickinson e Kermit la Rana; non è mai stato comprato da nessuna rete;
    – “Filming The Trial” venne accantonato dal regista nonostante la produzione fosse ad un livello piuttosto avanzato (tanto che i tedeschi ne realizzarono un montaggio successivo);
    – “The Spirit of Charles Lindbergh” dura la bellezza di tre minuti per cui, tecnicamente, è un cortometraggio;
    – “Girando Otello”, invece, è stato prodotto da e per la televisione, è vero, ma presentato comunque ad un importante festival del cinema come quello di Berlino; negli USA venne proiettato una sola volta al cinema, ma più per beghe legali tra la figlia di Welles, Beatrice, e Oja Kodar.


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