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Leggendo questo post di Ivo sullo stigma, mi è tornato in mente questo blog. Il tenutario Joe si prende la briga di scrivere un resoconto settimanale sui crimini commessi da componenti del clero di tutto il mondo e per crimini s’intende una gamma piuttosto ampia di nefandezze: dalla condanna a tre anni per aver abusato di un quattordicenne all’accusa di violenza contro una ragazza di quindici anni, dalla confessione di riciclaggio di denaro al possesso di porno raffigurante minorenni. Non solo viene citato il luogo nel quale ogni singolo caso è stato commesso, ma ne viene anche nominato l’autore. Nome e cognome (compresa la carica che ricopre: padre, pastore, vescovo, cardinale, rabbino…). Così, in qualsiasi parte del mondo abitiate, potrete conoscere in qualunque momento il nome del cattivone di turno. E mi vengono in mente quei siti che mettono online i dati personali e i luoghi di residenza di chi torna in libertà dopo aver scontato anni di carcere per condanne di pedofilia, perché un buon genitore deve sapere se nei paraggi abita un molestatore, deve tenere lontano il figlio dall’abitazione del reo o picchettarne la casa nella speranza che se ne vada da un’altra parte, lontano dalla quiete delle famiglie per bene. La condanna delle istituzioni non è sufficiente, deve rimanere impresso sui condannati un marchio d’infamia, spingendoli all’isolamento dalle comunità. E non sto cercando di sminuire un reato così turpe come quello della violenza sui bambini, né intendo mettere una parola in difesa dei preti che abusano del loro ruolo di educatori per appagare i loro bassi istinti. Sto dicendo che trovo profondamente sbagliato il metodo con cui quest’operazione viene fatta, mettendo in un unico calderone sia chi è stato condannato in via definitiva sia chi è stato denunciato senza che le autorità abbiano avuto la possibilità di riscontrare l’effettiva veridicità di tali accuse e, soprattutto, spingendo le persone “comuni” a erigersi giudici e a farsi giustizia con le proprie mani, laddove la legge è imperfetta e non condanna il reo all’ergastolo o alla pena capitale.

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