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Arianna (Love in the Afternoon), regia di Billy Wilder (1957). Chi ha inventato la parola “delizioso” deve essersi ispirato a questo film. Il regista è abilissimo nel celare le sequenze più “scabrose”, lasciando intuire gli incontri amorosi dei due protagonisti senza però togliere un tocco di malizia alla vicenda, anzi, è proprio attraverso il non visto che la curiosità del pubblico (e di qualche produttore) può prendere vita. Mi stupisce che la differenza di età non abbia sollevato polveroni: all’epoca Gary Cooper aveva compiuto 56 anni, mentre la Hepburn ne aveva esattamente la metà, anche se il suo personaggio è più vicino ai venti che ai trenta. Frank Flannagan è il classico tombeur de femmes che gira il mondo lasciandosi una donna in ogni porto, Arianna (Ariane, in originale, giacché la storia si sviluppa a Parigi) la sua nemesi, una studentessa di violoncello in cerca del primo vero amore. L’incontro è inevitabile e il finale non è poi così scontato come potrebbe sembrare.

Gli inesorabili (The Unforgiven), regia di John Huston (1960). Il fatto che mi sia addormentato per tutta la durata della parte centrale del film non ha inficiato il mio giudizio, a dire il vero questo potrebbe già essere considerato un giudizio. Siamo nel Far West e Rachel è una ragazzotta tutta casa e chiesa che nasconde un terribile segreto di cui nemmeno lei a conoscenza, anche se la quantità eccessiva di fard dovrebbe insospettirla: la sua bianca madre non è la sua vera madre e il suo bianco padre non è il suo vero padre, in realtà la ragazza è stata adottata ancora in fasce dopo che i suoi genitori pellerossa sono stati ammazzati probabilmente dagli amici dei pallidi genitori adottivi. Quando il segreto smette di essere tale, è il via libera a qualsiasi tipo di lotta: all’interno della sua stessa famiglia, tra la famiglia e il resto del villaggio e tra la famiglia ed i pellerossa, arrivando ad uno scontro epico che vede la casa di Rachel accerchiata dai pellerossa – che vedono schierato anche il fratello biologico della ragazza – da una parte e dall’altra i bigotti wasp. State già dormendo?

Quelle due (The Children’s Hour), regia di William Wyler (1962). Le parole “omosessuale” e “lesbica” non vengono mai citate, ma la vicenda, che ruota intorno alla diffamazione di due insegnati nonché direttrici di una scuola femminile da parte di una loro giovane alunna, descrive il lento ed inevitabile sgretolarsi delle vite delle giovani donne accusate di intrattenersi in una relazione clandestina e, di conseguenza, di trasmettere alle loro scolare un insegnamento “deviato” – in compenso, si abusa del termine “anormale”. Uno ad uno, i genitori delle studentesse ritirano le figlie dalla scuola privata senza dare delle vere e proprie spiegazioni, quasi che anche parlare dell’accusa sia un modo per rendersi complici. Clima angosciante che confluisce nell’assurdo finale.

Sciarada (Charade), regia di Stanley Donen (1963). Che delusione! I primi trenta minuti sono un tripudio di dialoghi ben scritti e recitati brillantemente; la coppia Hepburn/Grant è a proprio agio nei battibecchi e nella schermaglie tra (futuri) fidanzati; si scherza con gli archetipi della spy story fin dall’inizio e la sequenza in chiesa con la processione di spie che vengono ad accertarsi dell’effettiva morte di Charlie strappa più di un sorriso, ma la restante ora e mezza vira verso toni più drammatici e pecca di troppa serietà e anche il MacGuffin finale risulta essere più che scontato. Il troppo prendersi sul serio ha minato la leggerezza e la qualità dell’intera pellicola, purtroppo.

Gli occhi della notte (Wait Until Dark), regia di Terence Young (1967). Nei contenuti extra del dvd, Alan Arkin racconta di come nella sequenza clou del film, quella in cui lo schermo rimane letteralmente nero per alcuni minuti, ogni spettatore al cinema sia stato costretto a confrontarsi con le proprie paure: nulla si vede, quindi ognuno è libero di immaginare che prendano forma i propri demoni (dai ragni agli spazi chiusi, dalla claustrofobia a Renato Balestra) realizzando una riuscita immagine de paura proprio quando da quest’oscurità emerge il più grande pericolo per Susy, la protagonista, una donna cieca che, rimasta a casa da sola, come vuole la più classica cinematografia di genere, si ritrova invischiata suo malgrado in una storia di droga, morte e ricatti. Susy riesce ad affrontare ogni situazione con sorprendente intelligenza regalando alla Hepburn un ruolo più che riuscito. Davvero un bel film.

(Tutte le locandine sono tratte da questo meraviglioso sito qui.)

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