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Presentato al Festival di Berlino nel 2008 e candidato dalla Danimarca come miglior pellicola straniera agli Oscar dell’anno successivo, To Verdener (in inglese tradotto con Worlds Apart) racconta di una fase delicata della vita di Sara Dahl, una giovane ragazza cresciuta all’interno di una famiglia di Testimoni di Geova che vive lo scontro quotidiano tra le pulsioni e le aspirazioni naturali da adolescente e le rigide regole imposte dalla sua religione.

All’inizio della vicenda Sara viene presentata come la classica brava ragazza, attenta ad assecondare i voleri dei genitori e ad essere una devota che non trascura i suoi doveri. Ma il quadretto familiare che viene proposto – i titoli di testa si aprono sulla sequenza del battesimo della sorella minore Elisabeth che rende Sara piena di orgoglio – viene presto frantumato: i genitori di Sara sono in fase di separazione e chiedono ai tre figli con chi vogliono continuare a vivere. Inaspettatamente i tre ragazzi decidono di rimanere con il padre nella casa di famiglia. Nonostante l’uomo abbia tradito la moglie, infatti, di fronte al suo pentimento, la donna avrebbe dovuto perdonarlo a suo volta. E da questo momento le responsabilità di Sara verso la famiglia iniziano ad aumentare: si deve occupare dei due fratelli minori mentre il padre è al lavoro, deve provvedere ai loro pasti, assicurarsi che facciano i compiti, metterli a letto. Il ruolo vacante della madre viene, insomma, riempito dalla primogenita. Ma Sara è prima di tutto una diciassettenne che vive la propria adolescenza. Per questo si mette d’accordo con un’ amica per andare in un locale una sera, dove conosce Teis che diventerà il suo primo amore e che la porterà verso una maggiore autoconsapevolezza, anche se a scapito della sua vita all’interno della comunità religiosa.

Il film tratta il pianeta Testimoni di Geova mettendo in luce tutti i luoghi comuni sull’argomento: dal rifiuto delle trasfusioni di sangue alla messa in disparte di chi rinnega Geova come verità assoluta, dall’esaltazione della mancanza di un’istruzione se sacrificata in nome della predicazione della Parola di Dio alla morbosa curiosità sulla sfera affettiva e personale di Sara da parte degli “anziani”. Il fatto che il film sia basato su una storia vera, in questo senso, getta un maggiore ombra di angoscia sulla vicenda narrata.

(via Emidio, trovatevi un’oretta per leggervi tutto il suo blog, anche se chiuso da mesi, rimane molto interessante.)

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2 Comments

    • Massimo
    • Posted 21 agosto 2010, sabato at 21 : 49
    • Permalink

    La storia di Sara potrebbe essere quella di una qualsiasi
    adolescente di qualsiasi credo appartenente ad una qualsiasi
    comunità solidale e compatta. Sicuramente le ragazze e donne
    musulmane vivono disagi (e drammi!) di gran lunga superiori ai
    disagi vissuti da Sara Dahl. Ora, perchè non si fanno films
    ove vengono descritte le restrizioni che tali ragazze sono
    costrette a sopportare dalle loro comunità di riferimento?
    Forse perchè in Europa (o Eurabia) tali films denuncia oltre
    a comportare rischi fisici non sono “politically correct”?

  1. “Il cerchio” sulla condizione femminile in Iran, “Submission” dell’olandese Van Gogh (ucciso nel 2004 proprio per aver diretto questo corto) o “Viaggio a Kandahar” con le claustrofobiche riprese dall’interno del burqa sono i primi titoli che mi vengono in mente. I film ci sono, bisogna solo avere voglia di mettersi a cercarli. E, comunque, non mi è mai piaciuto molto il concetto “il mio mondo fa schifo, ma anche quelli degli altri non sono messi meglio”.


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