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E, niente, riflettevo che a prova del fatto che Ci sfiorano: ma toccano gli “altri” c’è l’abitudine dei nostri mezzi d’informazione televisivi (telegiornali, ma anche contenitori d’intrattenimento che si appoggiano a testate giornalistiche) di identificare i casi di cronaca con il solo nome proprio della vittima e/o del carnefice. Abbiamo (avuto) una Sarah, uno zio Michele, una Chiara, un’Erika e così via – temo che non rientrino le Maricica e le Nosheem perché fin troppo esotici, in compenso c’è già pronto un Alessio pronto a scalciare, metaforicamente e non – una sorta di grandefratellizzazione della nera per cui “Pietro del Grande Fratello” o “Alessandra di Amici” vengono sostituiti da “Sarah di Avetrana” o da “Anna Maria di Cogne”. Il che, da una parte, fa sì che ci sia un maggior coinvolgimento da parte dello spettatore che ha più possibilità di riconoscere sé stesso o un amico nella vittima nella triste vicenda (chi non ha tra il giro di amicizie una Sarah? o non conosce un adolescente o il genitore di un adolescente? E’ già più complicato essere amico di una “Sarah Scazzi”), dall’altra si tratta di un’operazione che finisce inevitabilmente per togliere alla vittima una parte di personalità (è di quella Sarah lì che si sta parlando, nata e cresciuta in un determinato contesto familiare, all’interno di un dato periodo storico, con un vissuto riferibile solamente a lei, e non di una Sarah qualsiasi) e che autorizza, a sua volta, il via libera a tutta una serie di possibili generalizzazioni.

E’ sufficiente guardare una qualsiasi puntata di “Forum” che si occupi di giovani, per esempio. I ragazzi vengono descritti come sfattoni, dediti all’alcol che consumano in discoteca a tarde ore della notte, se non nelle primissime ore del mattino; i baristi, complici, vendono facilmente alcolici chiudendo un occhio sull’età, altrimenti i “giovani” riescono a procurarseli da soli nei supermercati, riempiendo il cofano della macchina di chissà dio quali e quante bottiglie. Ci si aspetta il peggio da loro perché Erika ha dimostrato che si può uccidere il fratellino e la madre a diciassette anni, cosa ci potrebbe far dubitare che anche nostro figlio non faccia lo stesso? Sono gli stessi “giovani” dei quali ci mostriamo stupiti per l’eccessiva ed improvvisa aggressività (“E’ sempre stato un bravo ragazzo”) e che siamo pronti a difendere a spada tratta anche se in evidente torto.

 

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