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Kika

Dieci anni fa, a conclusione della prima edizione del “Grande Fratello”, andò in onda una puntata speciale di “Uomini e donne” – all’epoca non ancora luogo di ritrovo di tronisti e corteggiatrici, ma sede di dibattiti su argomenti sociali che vedevano contrapposti i due generi: se i maschietti vengono da Marte debbono pensare per ordine di cose ad A, mentre della stessa problematica le abitanti di Venere ritengono che B sia la soluzione migliore, soluzione diametralmente opposta ad A, ça va sans dire – con ospiti alcuni degli ex abitanti della “casa”. Il pubblico in studio, per una volta riunito nel nome del pettegolezzo, ebbe la possibilità di dare libero sfogo alla propria curiosità per scoprire che cosa avesse spinto il tal concorrente a comportarsi in un determinato modo nella puntata delle 18 del 56eisimo giorno o per informarsi sugli sviluppi dell’intreccio una volta conclusasi l’esperienza televisiva. C’erano stati altri incontri tra i ragazzi? La simpatia tra Ciro e Priscilla si era trasformata in qualcosa di più materiale? Se la tale rivista aveva pubblicato delle foto di Vilma che usciva guardinga dal portone di Evaristo alle tre di notte, qualcosa doveva pur dire, no? Ad un certo punto le domande erano diventate talmente insistenti e personali che una delle concorrenti, la pittrice sarda, credo si chiamasse Maria Antonietta, provò timidamente ad affermare che lei non era tenuta a rispondere a nessuna domanda sulla sua vita privata e che, sì, insomma, alla fine della fiera, era poi anche una vagonata di stracazzi suoi. Fu allora che la signora che aveva posto la domanda incriminata si sentì in dovere di controbattere prontamente con un “Eh, ma ci avresti dovuto pensare prima di andare in televisione a farti riprendere da una telecamera ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette”. Con una sola frase la signora aveva sdoganato un principio che sarebbe tornato ciclicamente nei dibattiti televisivi: se X chiede alla televisione di concentrarsi sulla sua vita, anche se per un periodo limitato ed anche se per motivi nobilissimi, deve essere disponibile a rendere conto della propria situazione e/o dei propri affari anche in occasioni future, in qualunque trasmissione lo richieda.

Quando Barbara d’Urso dice a Claudio Scazzi che “devi sempre ricordare che tutto questo è partito perché, da quel famoso giorno di agosto, tu, la tua famiglia, tutti quanti avete chiesto aiuto alla televisione, cioè da lì è partito tutto” riprende la stessa argomentazione della signora del pubblico di “Uomini e donne”; ovvero sta dicendo ad un parente prossimo di una ragazza barbaramente uccisa che non ha nessun titolo per lamentarsi della sovresposizione mediatica dal momento che è stato lui stesso il primo a cercarla. La d’Urso rivendica il diritto di occuparsi del caso di Avetrana con le sue estenuanti dirette, i suoi esperti in studio, le sue giornaliste sulla scena del crimine, nel farlo è pronta a puntare il ditino contro il parente della vittima; ai familiari faceva comodo che le telecamere spalancassero gli obbiettivi sulla loro casa quando si pensava che Sarah Scazzi fosse stata rapita o fosse scappata di sua iniziativa; una volta scoperto uno scenario più inquietante, invece, si chiede maggiore discrezione. Ma ormai è troppo tardi. Se avete voluto dare la vostra vicenda in pasto alla televisione, siete costretti a viverla all’infinito, perché la gente chiede continuamente di mangiare a quel tavolo, un boccone alla volta, senza mai raggiungere tuttavia un livello di sazietà adeguato. Non solo.

All’atteggiamento di continua ricerca di un pezzo di storia da cui attingere nuova linfa si deve aggiungere l’arroganza di chi pretende ogni tipo d’informazione per tenere alta l’attenzione del pubblico. Arroganza che passa attraverso la scelta delle parole (ed è quindi tutto un proliferare di termini come “giallo”, “svolta”, “rivelazioni”), il tono con cui vengono proferite, ma anche attraverso l’insistenza con cui i giornalisti si sono fermati in pianta stabile nella cittadina pugliese (al punto d’aver costretto il sindaco a firmare un’ordinanza che vietasse il transito nelle vie adiacenti a quelle delle famiglie protagoniste della vicenda).

“Sei andato in tv a parlarne per primo” sta sostituendo “Hai messo la minigonna e adesso ti lamenti di essere stata violentata?”. E non è un bel segno.

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One Comment

  1. E no, no, no.


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