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In Italia ci sono 4 milioni di immigrati, tra cui moltissimi giovani che lavorano da mattina a sera e anche di notte.
Non mi risulta che tra i giovani immigrati ci sia disoccupazione, è tutta gente che lavora tantissimo. (Tremonti dixit.)

La legge [Bossi-Fini] prevede il rilascio del permesso di soggiorno alle persone che dimostrino di avere un lavoro per il loro mantenimento economico. A questa regola generale si aggiungono i permessi di soggiorno speciali e quelli in applicazione del diritto di asilo.

In altre parole, se sei un immigrato devi avere un lavoro perché ti sia consentito di rimanere in Italia , non puoi permetterti il lusso di stare a casa e, se non puoi permetterti questo lusso, non ti fai tanti scrupoli ad accettare un lavoro qualsiasi, anche uno di quelli che i tuoi coetanei nati in Italia non vogliono più fare perché hanno un master nel cassetto o perché lo considerano “degradante”. Devi trovare un lavoro in tempo breve, ma soprattutto devi trovare qualcuno che sia disposto a metterti in regola, niente lavoro in nero quindi. Hai bisogno di lavorare con un contratto. Subito. E allora la mobilità sociale non rappresenta neanche un’opzione per te. Qualsiasi lavoro va più che bene.

Secondo quest’articolo de Il Sole 24 ORE del 2008 gli immigrati senza lavoro erano un terzo del totale e verrebbe da chiedersi quanto la situazione possa essere cambiata in poco più di due anni: radicalmente secondo il ministro del Tesoro visto che non gli risultano disoccupati tra gli immigrati – non sembra pensarlo allo stesso modo il ministro dell’Interno, anche se era facile aspettarsi un simile atteggiamento da un politico della Lega Nord – ma già lo scorso febbraio nel rapporto sull’immigrazione presentato dal ministro del Lavoro si apprendeva che dal 2008 al 2010 le persone straniere senza occupazione sono aumentate di 104 mila unità. Dunque, gli immigrati disoccupati esistono. Allora viene da chiedersi come mai il ministro dell’Economia abbia rilasciato una dichiarazione in senso opposto. Semplice, per dare la colpa ai giovani disoccupati italiani che rimangono tali perché non “disposti a cogliere le occasioni di lavoro che vengono loro offerte”. E quindi passa l’ennesimo slogan al Belpaese: il 30% della disoccupazione giovanile dipende dalla volontà degli stessi giovani che non hanno voglia di adeguarsi al mercato del lavoro, che preferiscono stare a casa piuttosto che andare a cambiare il pannolone della vicina ottantenne o a raccogliere le pere in campagna sotto il sole cocente, e il ministro s’è lavato così la coscienza. Non sta a lui o al suo governo creare posti di lavoro: il lavoro c’è già, ci sono quattro milioni di immigrati che lavorano tantissimo, neanche un disoccupato tra loro, che dimostrano che i posti ci sono. Manca la voglia di lavorare, tutto qua.

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One Comment

    • Silla
    • Posted 18 aprile 2011, lunedì at 14 : 03
    • Permalink

    Giulio Tremonti ha contribuito moltissimo a che in Italia i giovani fossero divisi in due categorie, come nella fauna ittica: le “trote” e tutti gli altri.


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