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Anni fa girava lo spot di una collana, forse una delle prime, di “Grandi film in DVD” della Alberto Peruzzo Editore; su Rete A, in particolare, la frequenza della messa in onda della pubblicità raggiungeva livelli inauditi. A far da apripista a questa raccolta, cioè il numero uno, quello venduto in edicola a prezzo stracciato, era un film di Orson Welles del 1946, un film che faceva abbastanza schifio allo stesso regista che, a differenza delle opere fino ad allora dirette, non aveva contribuito a scrivere ma che sarebbe diventato il suo unico successo commerciale.

Lo straniero del titolo è interpretato dallo stesso Welles che veste i panni di un nazista in fuga dalla Germania del secondo dopoguerra in una cittadina del Connecticut (letto come si scrive nella versione italiana), chiamata Harper [*], dove si è creato un’identità fittizia – è un professore – ed è talmente integrato nel tessuto sociale americano che sta per sposare la figlia di un giudice, Mary, interpretata da Loretta Young. A far da guastafeste ci pensa il detective Wilson (Edward G. Robinson) della commissione contro i crimini di guerra che fa liberare Konrad Meinike (Konstantin Shayne), un collaboratore di Welles ai tempi della guerra, nella speranza che lo conduca dritto dritto dal suo ex commilitone, piano che riesce solo in parte. Del gerarca Welles non ci sono fotografie, si conosce solo la sua passione per gli orologi d’epoca e, guarda caso, ad Harper c’è un professore di storia che sta cercando di riparare l’antico orologio di un campanile. Nel frattempo Meinike viene ucciso e Wilson cerca indizi nella cittadina con l’aiuto di Nicola, il fratello di Mary.

Nel cuore della notte, dopo una cena con i componenti della famiglia del giudice, Wilson si sveglia di soprassalto e realizza che Welles deve essere il criminale che sta cercando perché si ricorda di una frase in particolare pronunciata da Welles, ovvero che “Marx non era tedesco, ma ebreo” e ne deduce che solo un nazista avrebbe potuto pronunciare una frase del genere, tralasciando completamente come indizio che in quella stessa cena Welles aveva proposto un genocidio. Oltre a quest’ultimo ci sono altri aspetti della sceneggiatura che lasciano sbigottiti. Come fa il detective, ad esempio, a sapere che le zampe anteriori del cane trovato morto sono sporche di fango perché ha scavato una buca nel bosco alla ricerca di un cadavere? O come fa ad intuire che Mary sia scappata di casa per andare nel campanile a raggiungere il marito? Se Wilson era a conoscenza fin da subito di dove il fuggiasco Welles si fosse nascosto, perché non è andato ad arrestarlo anziché aspettare che Mary fosse in pericolo di vita?

Interessante, invece, la scelta di mettere in scena il “subcosciente”, come viene chiamato nel film, di Mary attraverso la sequenza dell’incubo quando ancora non aveva alcun reale motivo per dubitare dell’integrità del marito, o quando la donna chiude freneticamente le pesanti tende nere nel tentativo di nascondere al mondo esterno la terribile realtà interna della casa di cui ormai non può più far finta di nulla. O la distruzione delle perle, immagine piuttosto palese ed eloquente dello stato emotivo della donna.

Discorso a parte meriterebbe la scrittura dell’unico personaggio femminile del film; voglio dire, sei sposata con Orson Welles che ti racconta di aver ucciso un uomo che lo ricattava e tu non ti schieri senza se e senza ma dalla sua parte? Per di più, ti fai beccare mentre fai la faccia di quella sorpresa con il dito nella marmellata? What’s wrong with you, sweetie?

Su IMDb si chiedono se Hitchcock avesse visto il film e me lo sono chiesto anch’io: il confronto tra i due coniugi ambientato in una campanile dall’altezza “vertiginosa” ricorda il confronto Stewart/Novak di dodici anni dopo e il tema della doppia identità è comune.
Sempre da IMDb apprendo che il film è stato il primo a mostrare campi di concentramento in un prodotto d’intrattenimento dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ecco, se il regista fossi stato io, avrei preferito non mostrare quelle immagini, ma le avrei filtrate attraverso la mimica di colei alla quale quelle immagini erano dirette, ovvero Mary; un lasciato detto ma non mostrato si sarebbe dimostrato più spaventoso in quella scena, fin troppo carica tra le immagini stesse, il detective Wilson che le spiega al suo uditorio e la reazione spaventata di Mary.

“…il mondo non ha avuto più alcun dispiacere da parte di Cartagine negli ultimi duemila anni.”

Secondo il costume dell’epoca nell’adattamento i nomi sono stati italianizzati: Charles e Karl sono diventati Carlo, Noah Nicola. Non si capisce perché anche Mary non sia stato reso in traduzione, forse perché di Maria ce n’è solo una… Inoltre quest’omino era la voce di Orson Welles, lo stesso che disse quel “Francamente me ne infischio” in quell’altro film. Nella versione italiana, per di più, il film si conclude con una sequenza in meno; in effetti, un finale splatter sarebbe stato più indicato di una battuta scontata, anche se Wilson che dice “Buonanotte, Mary. Sogni d’oro” potrebbe essere interpretato come un ennesimo riferimento al “subcosciente” della donna che, infine, si libera dalle sue preoccupazioni, letteralmente.

E comunque non vorrei mai capitare in un café/tabacchi nel quale gli avventori si devono servire da soli perché il proprietario è troppo pigro per alzare il culo dalla seggiola e abbandonare la sua infinita partita a dama. Dio ce ne scampi.

[*] chissà se gli autori di “Harper’s Island” abbiano voluto rendere omaggio a Welles, in fin dei conti sempre di thriller si parla. (torna su)

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