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Ho due problemi con questo film.

Il primo è che da alcuni mesi sto recuperando l’intera serie di “Friends” e quando sento la parola “Freud” mi scatta una reazione quasi pavloviana e penso immediatamente a questa cosa qua. Anzi, prima mi scappa una risatina e solo dopo penso a quel cazzone di Joey. Una cosa tipo: “Ih! Ih! Ih! Freud! Ih! Ih! Ih! Joey! Ih! Ih! Ih! Tinkle! Ih! Ih! Ih!” (Sì, le mie risate sono una sequenza di “i” seguite da un’acca, tre alla volta).

Il secondo è che all’epoca in cui è ambientata la vicenda Freud aveva 50-55 anni, era mingherlino, con le spalle sottili e i capelli diradati, molto diradati. Era quest’omino qua, insomma. Ora, caro signor Cronenberg, nel momento in cui devi fare un casting per scegliere chi interpreterà Sigmund Freud a 55 anni, forse – e dico, forse – l’ultima persona che dovresti scegliere è un attore cinquantenne con un fisico palestrato che lo rende ancora più giovane, anche se con quell’attore ci hai girato gli ultimi due film con risultati più che soddisfacenti, perché la barba da sola non può fare tutto. E, soprattutto, soprattutto, dovresti far mettere una clausola a chi si occupa del doppiaggio dei tuoi film in Italia affinché mai e poi mai sia permesso a Pino Insegno di dar la voce a nessuno dei tuoi attori. Altrimenti nella migliore delle ipotesi il pubblico in sala si aspetterà che i personaggi inizino a giocare a “Cosa-mangia-il-nonno-dopo-la-pasta?” mentre Freud fa da giudice, nella peggiore uno si aspetta una battuta della Premiata Ditta che fu da un momento all’altro. Cose che fanno ridere in pochi. E per fortuna.

Quindi, superati questi scogli iniziali, resta il film, un film i cui personaggi sfruttano troppo cliché per risultare credibili.

Freud è un uomo di mezz’età che non ne vuole sapere nulla del confrontarsi con le nuove generazioni che le idee di Jung rappresentano, anzi, si diverte a deridere il collega quando questo gli parla del suo interesse per la parapsicologia, e quando a Freud viene offerta l’occasione di mettersi ad un livello paritario raccontando i suoi sogni a Jung e con essi permettendo al collega di aprire una porta nel suo inconscio, si tira indietro, a differenza di quello che aveva fatto Jung durante il loro primo incontro. Freud è un maestro e come tale vuole essere trattato. Non accetta lezioni, insomma.

Jung invece viene rappresentato come un santarellino. In alcuni punti potresti anche credere che non si approfitterà della paziente/stagista ma poi ti viene in mente di aver già visto “Prendimi l’anima” anni fa e sei pronto a puntare il ditino e a fare “A-ah!” non appena tutto andrà come deve andare. Salvo che poi quello si rimangia tutto e la butta sullo stereotipo di genere: quella è pazza, è ovvio che si è inventata tutto per screditarmi. No! No! Riabilitatela prima della fine del film!, inizia a gridare la tua vocina interiore. Così tu spettatore inizi a provare antipatia per quell’ometto da nulla, ma dura veramente poco, perché il regista ce l’ha in simpatia invece, te lo mostra mentre è tutto distrutto da quell’amore interrotto, vive una vita ritirata, mentre la donna della sua vita sta per sgravare il figlio di un altro. E non era così che doveva andare. E anche il lavoro non va bene perché i fantasmi e l’energia psichica…

Le due donne del film sono la Maria e la Maddalena del caso: la moglie sta ritirata a fare figli e a lavorare l’uncinetto, l’amante dà piacere all’uomo di casa e non ha problemi a farsi sculacciare, anzi. Ancora cliché. Peccato perché i presupposti per creare due personaggi più complessi e sfaccettati c’erano tutti (restando in tema di sesso scopriamo che l’amante, colei che è esperta di pratiche sessuali per definizione, è vergine fino al primo incontro con Jung, mentre la moglie rivela solo parte della sua personalità in una seduta analitica in presenza del marito e della futura amante, un trio anche sul lavoro).

Valeva la pena vedere questo film? Sì, anche solo per l’interpretazione che Keira Knightley dà di Sabina Spielrein. All’inizio può risultare un po’ su di tono (soprattutto nelle prime sequenze quando “fa la pazza” attorcigliando le braccia e allungando il mento in un modo che ricorda la madre di Shin Chan – la madre è quella a sinistra, il suo mento è quello più centrale, Shin Chan è a destra – la madre di Shin Chan era doppiata da Francesca Draghetti della Premiata Ditta che fu e il cerchio si chiude), ma nel complesso si dimostra il personaggio più credibile.

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2 Comments

  1. Il film non mi è spiaciuto nell’insieme, anche se non particolarmente esaltante e certo non all’altezza degli ultimi film di Cronenberg. è vera o inventata l’invidia economica di Freud costretto alla seconda classe mentre il suo allievo viaggia in 1^?

  2. Non ne ho la minima idea, però il film è basato su una biografia basata a sua volta sulle lettere tra Freud e Jung; potrebbe anche essere vera quindi.


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