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L’immagine del deputato PDL che dopo la votazione di oggi si affretta a far sapere alla Camera che lui avrebbe voluto votare ma che non ha potuto farlo perché “era al bagno” sembra presa direttamente da una gangster story di serie b, una di quelle piene di stereotipi di genere fatte apposta per richiamare in sala un pubblico di affezionati.

La scena è classica: il galoppino – un uomo medio, piuttosto basso di statura, con una calvizia diffusa, indossa un vestito comprato ai grandi magazzini che a malapena riesce a contenere la pancia in eccesso – si presenta dal padrino tenendo fra le mani un cappello, mani congiunte in una sorta di preghiera. Sa di averla fatta grossa. Sa che il padrino sa che l’ha fatta grossa. Per un attimo ha anche pensato di darsi alla macchia, ma non dispone di risorse adeguate e non vuole vivere con il terrore di guardarsi continuamente le spalle. Insomma ha valutato tutte le opzioni ed è arrivato alla conclusione che chiedere scusa al datore di lavoro sia quella più conveniente. Il galoppino è avvolto in un cono di luce, tutt’attorno a lui solo ombra. Suda vistosamente. La macchina da presa lo riprende dall’alto verso il basso. Il padrino, al contrario, indossa un abito di sartoria, gessato. Si liscia di continuo i baffi con una mano, la stessa che porta al mignolo un anello d’oro piuttosto vistoso, mentre l’altra è appoggiata saldamente al bracciolo della sedia. Viene ripreso dal basso verso l’alto. Il galoppino prova a scaricare la tensione sulla visiera della sua fedora.

Negli ultimi giorni, quando un gruppo di dissidenti si è fatto avanti, quando fedelissimi della prima ora hanno cambiato partito, quando è stato chiesto un segno di discontinuità, una parola è riecheggiata più volte: “tradimento”. Libero, subito dopo la votazione, ha pubblicato una galleria fotografica con “le facce dei traditori”. Lo stesso Berlusconi in un appunto ripreso da un fotografo dell’Ansa ha scritto “8 traditori” e ha voluto consultare immediatamente il tabulato con i dati della votazione per identificarne i nomi. Negli interventi delle ultime settimane si è augurato che i suoi deputati votassero compatti per il “sì”, altrimenti non avrebbero tradito lui “ma l’intero Paese”. Come quando il duca Tizio si mette a cospirare con il cardinale Sempronio per far cadere il re e mettere al suo posto il principe Caio. O si è ciecamente schierati dalla parte del sovrano, si accetta senza discutere qualsiasi sua iniziativa, si fa di tutto per aiutarne l’ascesa, o si è dei traditori. E non importa se l’esitazione è stata momentanea o se la fedeltà è stata portata avanti per uno o diciassette anni, una volta che si ha tradito si è traditori per sempre. Per farsi un’idea basta guardare i commenti dei sostenitori del premier nella pagina Facebook di Gabriella Carlucci (una pagina peraltro nemmeno gestita dalla neodeputata UDC): “traditrice” (di nuovo), “cagna”, “puttana”, “venduta”, “topo”.

Quando l’esperienza di questo governo sarà un ricordo (ufficialmente tra un paio di settimane dopo l’approvazione della legge di stabilità), quello su cui dovranno iniziare a lavorare i politici sarà la considerazione di sé come “eletti dal popolo” e non come “eletti da dio” o come messi sulla poltrona direttamente dalla divina provvidenza. Ché il responso degli elettori alle urne non può essere tirato fuori solo quando conviene.

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