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Giornata di sole.

Andato a letto con il terremoto delle 00.54 (i bicchieri della credenza hanno iniziato a tintinnare come quando ai matrimoni invocano “Ba-cio! Ba-cio! Ba-cio!” con il coltello sul calice dello spumante), svegliato dal terremoto delle 9.06.

Da piccolo capitavano spesso dei terremoti. Soprattutto d’estate. Soprattutto di sera. Ricordo che tutto il condominio si ritrova in cortile a dirsi “Oh, l’hai sentito?” e chi non aveva la premura di uscire dal proprio appartamento veniva tempestivamente investito da una scarica di citofonate se non addirittura da grida preoccupate, nel caso in cui lo sventurato vivesse in uno dei piani più bassi. Tutte le volte mio padre diceva a mia madre: “Andate avanti voi, ché io vi raggiungo tra un po’” e nel dirlo muoveva in aria la mano con la quale teneva un’MS accesa, lasciando intendere che sarebbe sceso una volta finita la sigaretta. Una sigaretta che credevo non finisse mai perché, una volta passata la paura – e finite le chiacchiere -, tornati in casa, lo trovavamo nella stessa posizione in cui l’avevamo lasciato: seduto in sala davanti ad un mazzo di carte, la tv accesa, l’MS anche. Anni dopo l’avremmo trovato intento a telefonare, sempre seduto mentre guardava la televisione e si fumava l’ennesima sigaretta della serata, ma spostato in cucina quando la tecnologia permise l’acquisto di un televisore più piccolo e di un telefono cordless. Ebbene, mio padre non si spostava mai dalla sua posizione, né prima, né durante, né dopo un terremoto. Al massimo, ma solo un paio di volte quando noi – io e mia sorella – eravamo piccoli e non c’era la mamma, ci portava sotto una muro portante e sotto la sua ala protettiva aspettavamo che le scosse finissero. Questa calma serafica ha fatto sì che oggi io affronti i terremoti con nonchalance. Mi limito a dire “Terremoto” e a guardarmi attorno. Ieri, per dire, ho visto la gatta che ha continuato a dormire tranquilla nonostante le scosse. Anche quando ci fu quel potente terremoto nel 1996 mi limitai a guardarmi attorno, anche se vidi le finestre del palazzo di fronte la scuola aprirsi letteralmente da sole, anche se una mia compagna si alzò in piedi di scatto e disse “Oh, cazzo!” (“ma non si vergognava a dire una parolaccia in classe?”, pensai), anche se la professoressa era sbiancata improvvisamente e il panico le impediva di ragionare al punto che uscimmo quando la scuola si era svuotata da un pezzo.

In serata visto “Benvenuti al Nord” con famiglia al seguito. Una parte dell’allegra combriccola si è persa nella fila per il popcorn con conseguente ingresso a sala già buia, sui titoli di testa. Ci siamo fiondati sui primi posti liberi (e visibili): in terza/quarta fila. Lo schermo era immenso, in certe scene non si riuscivano a guardare contemporaneamente tutti gli elementi del quadro, per i primi dieci minuti girava la testa, poi l’incoscienza (non mi sono accorto della presenza di Gabardini nel cast, per dire). A giudicare dalla reazione del pubblico, che ha fatto scattare un applauso, la scena più divertente è quando Siani dice, “Chistaccà è proprio una cena da milanesi: perché solo a Milano potete dire “Benvenuto” e “Arrivederci” nella stessa serata”.

Al ritorno trovata la timeline di Twitter invasa dall'”Isola dei famosi”.

Non vedo l’ora che sia mattina per andare in posta. Aprire un conto, farmi un libretto, pagare un bollettino, mandare una raccomandata, spedire un pacco, non importa a fare cosa, ma sento l’urgenza di correre in posta.

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