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Giornata di sole.

Ad Amici di Maria il copione era quello di ieri e, come immaginato, hanno provato a far votare gli insegnanti di canto alla ricerca del consenso unanime. A differenza dei ballerini di ieri, oggi i cantanti hanno capito subito che la cosa non sarebbe arrivata da nessuna parte. Ognuno tragga le considerazioni che preferisce.

Se per “blitz” s’intende un’operazione “militare o di polizia, improvvisa e fulminea”, perché quello di Tolosa sta andando avanti dalla scorsa notte? Vien da chiedersi se i giornalisti che usano questo termine ne conoscano il significato.

A costo di passare per impopolare a me la riforma del lavoro, per come è stata presentata oggi, piace.

Mi sembra che il tentativo di fondo sia quello di ridurre il lavoro precario: dopo tre anni il contratto a tempo determinato diventa a tempo indeterminato, dopo sei mesi i lavoratori con partita IVA avranno un contratto di lavoro subordinato, non ci sono più stage dopo la laurea e viene messo un paletto di tre anni all’apprendistato ma, soprattutto, le aziende pagheranno una percentuale più alta per ogni lavoratore a tempo determinato che collabora con loro rispetto a un collega assunto a tempo indeterminato.

Poi dal 2016 c’è l’introduzione dell’ASPI (Assicurazione Sociale Per l’Impiego), un ammortizzatore sociale che copre tutti, dai lavoratori a tempo indeterminato a quelli con contratti atipici, e che eroga un assegno mensile per un massimo di un anno di tempo e che diminuisce del 15% ogni sei mesi, responsabilizzando sensibilmente chi è rimasto senza lavoro che viene così obbligato a trovare un’alternativa senza perdere la dignità che la mancanza di uno stipendio comporta.

Vedo anche dei primi passi verso la parità tra i sessi: dal divieto alle dimissioni in bianco alla sperimentazione sul congedo di paternità.

Infine la controversa questione dell’articolo 18 e delle nuove norme sul licenziamento. Introdotte tre tipologie di situazioni: in caso di licenziamento discriminatorio il datore di lavoro è obbligato al reintegro anche nelle aziende con meno di 15 persone (cosa che con la legislazione attuale non avviene); nel licenziamento per motivi disciplinari si può ottenere il reintegro o l’indennizzo da 15 a 27 mensilità, indennizzo previsto anche nei licenziamenti per motivi economici.

Esattamente cosa c’è di male in tutto questo? Considerando che i tre operai di Melfi, dopo che il tribunale aveva deciso la loro riassunzione, sono stati invitati dalla Fiat a non presentarsi al lavoro (anche se continueranno regolarmente a ricevere lo stipendio) e che gli operai dell’Esselunga di Pioltello sono stati messi in cassa integrazione nonostante un giudice avesse stabilito il loro reintegro nell’azienda, non è il caso di accettare che la legge attuale sia limitativa e fallace? E poi, se uno viene licenziato e il tribunale stabilisce la riassunzione, quante probabilità ci saranno che l’ambiente lavorativo sia influenzato da questa decisione, che si crei un clima di mobbing verso il lavoratore il quale verrà spinto verso il licenziamento? Un indennizzo in mensilità, in questo senso, mi sembra una soluzione preferibile.

Poi, boh, magari non c’ho capito nulla io.

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