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Giornata di sole.

Nella “Poetica” Aristotele sostiene che la tragedia debba basarsi su tre unità: di tempo, di luogo e di azione. La narrazione deve svolgersi nell’arco di un periodo temporale circostanziato (della durata di un’ora e mezza, per esempio), in un unico luogo (uno studio televisivo), limitando il più possibile le divagazioni (nel nostro esempio, riducendo al minimo il numero di filmati RVM), le sottotrame devono essere ridotte e la trama principale deve comprendere un inizio (è necessario trovare gli ultimi tre finalisti per il serale di “Amici”), uno svolgimento (i concorrenti ancora in gara si esibiscono uno ad uno) e una fine (vengono ufficializzati i nomi dei concorrenti finali).

Lo scopo ultimo della tragedia è quello di raggiungere la catarsi, la consapevolezza dei propri limiti e la conseguente separazione dai propri mali, una purificazione che passa attraverso il ristabilimento dell’ordine (“Voi fate sogni ambiziosi: successo, fama. Ma queste cose costano ed è proprio qui che cominciate a pagare: col sudore”).

Gli strumenti per raggiungere la catarsi sono la pietà e il terrore.

La pietà si prova nei confronti di chi subisce il male senza meritarlo (la telecamera che indugia sui ragazzi che nascondono gli occhi segnati dalle lacrime piegandosi su sé stessi, Maria che chiede loro “Come va?”, Maria che accarezza Giuseppe, Gerardo che interrompe il suo pezzo a metà, Josè che scivola ballando, la gola disidrata e il continuo correre a bere un goccio d’acqua).

Il terrore è il sopraggiungere del male contro il quale ogni battaglia è assolutamente vana e il pubblico sa, fin dall’inizio della messinscena, che l’arrivo della rovina finale è ineluttabile (qualcuno dovrà essere eliminato).

Quando lo svolgimento della tragedia raggiunge dei livelli particolarmente intricati di complessità e la soluzione finale sembra essere lontana dal districarsi, fa la sua comparsa il deus ex machina. Nel nostro esempio, non essendo riusciti i professori a mettersi d’accordo nello scegliere i nomi degli ultimi tre finalisti, interviene la busta nera calata dall’alto dalla produzione. Un elemento, quello della busta nera, che impone la sua presenza fin dall’inizio della messinscena, è risolutore del conflitto attraverso un’unica vittima sacrificale e portatore della catarsi. La busta nera sentenzia che, dopo le varie disavventure dei ragazzi che hanno lottato duramente per un posto nell’Eden della prima serata del sabato sera di Canale 5, dopo il sudore e le lacrime versate, dopo la rabbia, la frustrazione e i rancori reciproci, tutti i ragazzi potranno accedere alla fase finale, tutti tranne uno, la cui scelta spetta, di nuovo, agli insegnanti di canto.

E mentre Ruben, l’ultimo arrivato, esce letteralmente di scena di corsa, senza aggiungere alcuna parola, il sipario può chiudersi: la tragedia è conclusa.

Linea a Silvia Toffanin.

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2 Comments

  1. Già faccio fatica ad accettare il fatto che sei un fedele spettatore, ma le unità aristoteliche per la finale di Amici…

  2. Mi sembravano (e mi sembrano) molto appropriate.


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