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Giornata di pioggia.

Più che la trama da fine del mondo (in un neanche tanto lontano 2027, un diciottenne, la persona più giovane al mondo, si toglie la vita perché non riesce a reggere la pressione della fama che deriva dal suo stato anagrafico, l’infertilità, infatti, è diffusa a livello globale a causa di un’epidemia), più che il monito contro i razzismi e la paura del diverso (in questo 2027 tutte le frontiere sono chiuse e tutti gli immigrati sono irregolari quindi, una volta scoperti su suolo straniero, vengono arrestati e portati in campi profughi; ironicamente la prima donna a rimanere incinta dopo anni di sterilità sarà proprio un’immigrata irregolare), più che la strizzatina d’occhio all’attualità politica (dai musulmani che marciando sparano colpi di fucile in aria a ritmo di “Allah Akbar”, agli attivisti che si battono per i diritti degli immigrati senza lesinare l’uso di bombe e di attentati di massa, passando per il lungo piano sequenza di guerra che rimanda al conflitto con l’Iraq di qualche anno prima), più che l’empatia verso i protagonisti (a questo proposito l’ultima mezz’ora sarebbe in grado di far sciogliere anche il più duro dei duri in un pianto da bambino a cui hanno tolto gli orsetti gommosi), più che l’uso furbo degli attori (Michael Caine che fa l’hippy con i capelli lunghi, la canna sempre in mano e la moglie paralizzata; Julianne Moore, beh, sempre generosa la signora nei suoi ruoli), più che le furbate di certi elementi della trama (Clive Owen e Julianne Moore non si vedono da quasi vent’anni, da quando è morto il loro unico figlio, Dylan; all’epoca erano entrambi attivisti, oggi lui è un giornalista, lei ha fatto carriera arrivando al vertice dei “Pesci”, l’associazione terroristica di cui fa parte: i due torneranno insieme? riusciranno a superare le loro divergenze? o le scelte di decenni prima peseranno ancora sul loro presente?), più di tutto questo, la cosa che più mi ha colpito dalla visione de “I figli degli uomini” (Children of Men, di Alfonso Cuarón, 2006) è l’uso di tableau vivant e, più in generale, di riferimenti alle arti visive e plastiche ma anche alla musica. Da quelli più espliciti (il cugino del protagonista è il Ministro delle Arti che si preoccupa di recuperare i grandi capolavori prima che vengano distrutti, come il David o la Guernica, ma anche i British Cops Kissing di Banksy) a quelli più ricercati (il Ministro lavora presso la Battersea Power Station, centrale elettrica di Londra resa famosa dalla copertina di “Animals”, album dei Pink Floyd del 1977, copertina omaggiata in una scena con tanto di maiale volante), senza escludere riferimenti ai classici del Rinascimento (la posa di Kee che mostra il pancione ricorda la Fornarina di Raffaello ma anche la signora Arnolfini; madre, bebè e padre putativo che scappano richiamano la Fuga in Egitto di Guido Reni; fino alla classica immagine della Madonna con bambino), tutto contribuisce a creare un clima di allusioni alla Bibbia (Owen – il cui personaggio si chiama Theo (!) – si preoccupa di portare in salvo un figlio che non è il suo e del cui padre si sa poco o nulla, Kee ci scherza su quando dice “E chi vuoi che sia il padre? Sono vergine!”; mentre fuori il mondo sta cadendo in pezzi, tutti sono pronti a farsi da parte e a deporre le armi per riconoscere il “salvatore” della specie umana). La sola differenza sostanziale è che, duemila anni dopo, il salvatore è femmina.

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2 Comments

  1. Un bel film da un bel libro (che non è sempre matematico).

    • M
    • Posted 7 novembre 2015, sabato at 13 : 44
    • Permalink

    L’ha ribloggato su M for Mavericke ha commentato:
    Ecco a me vedere un tipo che nel 2027 si è portato a casa un Banksy, il David (con la gamba mezza rotta) e la Guernica ha fatto sorridere assai. Sapevo che il maiale era un’altra citazione, ma non ci sarei mai arrivato se non avessi letto il tuo post!


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