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Secondo le proprietà del file creato per scrivere questo post, avevo iniziato la sua stesura il 31 maggio scorso. L’ultimo aggiornamento è del 3 giugno, quando ne avevo completato quasi la metà. Poi non so di preciso cosa mi sia successo che mi abbia impedito di continuare o, meglio, lo so ma non mi piace parlarne. La verità è che ho avuto paura. Paura di dover affrontare di nuovo tutti gli avvenimenti che sono capitati a me e ai miei concittadini tra maggio e giugno, paura di dover rivivere anche solo con il ricordo quelle esperienze traumatiche. Ci sono state oltre 1.600 scosse tra Emilia, Veneto e Lombardia dal 20 maggio; nell’ultimo mese la quantità è diminuita notevolmente fino ad arrivare a due-tre al giorno, difficilmente avvertibili dalla popolazione. Ma nelle settimane successive al primo terremoto la situazione era diversa. L’intervallo tra scosse di magnitudo tra 4 e 5 era minimo – una quasi ogni venti minuti – ed eri obbligato a rimanere vigile anche di notte con la conseguenza che il livello di stress imposto dal chi va là era notevole. Scrivere, leggere, guardare racconti dal terremoto non è stata un’opzione per molto tempo. Ho anche declinato l’offerta di partecipare a TerreMOti racconto, un blog collettivo che dà spazio alle voci di chi ha vissuto il terremoto. Questo perché ho iniziato a leggere i post dalle terre terremotate solo un paio di settimane fa, dopo averli salvati in una cartella tra i segnalibri del browser ed aver fatto finta che non esistessero per oltre un mese. Immagino che il passo successivo a questo post sia quello di eliminare l’INGV dai miei following su Twitter.

Questa, intanto, è la mia personale cronaca dei giorni tra la notte del 19 maggio e il 2 giugno.

Giorno uno
Quando ti capita di andare a letto tardi poi diventa difficile prendere sonno. Sono appena passate le due quando ti metti a letto con la musica nelle orecchie nella speranza che possa conciliare il sonno. E’ sabato notte. E’ stata una lunga giornata. Prima le notizie dell’attentato in una scuola di Brindisi poi una lite con tuo cognato hanno scandito il passare delle ore. Comunque, alle quattro stai dormendo e ci metti un po’ a prendere coscienza di quello che sta accadendo, a comprendere che il rumore che senti non è la cassa del brano sull’iPod ma quello delle pareti che si stanno muovendo, dei piatti che si scontrano l’un l’altro, dei quadri che picchiano sui muri, delle ante dell’armadio che si stanno aprendo. All’apice del terremoto ti trovi sotto un muro portante. E aspetti. Non sei particolarmente spaventato, non perché sei un eroe, ma perché hai fiducia. Fiducia nel fatto che il tuo condominio sia stato costruito bene, fiducia nel fatto che l’edificio abbia retto ad altri terremoti in passato, fiducia nel sapere che non è il primo terremoto che affronti e che non sarà l’ultimo. Dopo un rapido giro di telefonate e dopo aver appurato che stanno tutti bene, vai a bere un bicchier d’acqua e accendi la televisione. In quel momento vedi la tua gatta correre dalla sala diretta verso la camera per nascondersi sotto al letto, in una sequenza velocissima. Fai zapping continuo tra i canali d’informazione e quelli locali, ma soltanto mezz’ora dopo RaiNews darà la notizia. Magnitudo 5.9. Epicentro Mirandola. Poco più di trenta chilometri da casa tua. In seguito scoprirai che ci sono stati almeno cinque terremoti intensi, uno dopo l’altro. Nel frattempo ti colleghi a Twitter e ti accorgi che il segnale del wifi arriva a scatti. Accedi con la rete mobile. Hai following da Milano, da Verona, da Brescia e da Genova che hanno sentito le scosse. Ti limiti a scrivere un “PUTTANA EVA” per il momento. Bevi un bicchiere del nocino di tua madre. Il nocino di tua madre è puro alcol. Il nocino di tua madre ha non sai quanti anni perché nessuno vuole mai bere tutto quell’alcol, nemmeno tu. Il nocino di tua madre va giù che è un piacere questa mattina. Su Canale 5 danno “The War at Home”. Pensi che “The War at Home” sia una sitcom troppo sottovalutata e che l’adattamento italiano sia stato fatto male. Pensi che pensare ad una sitcom del cazzo invece che all’esperienza appena vissuta significa averla presa bene. Sono le 5:02 quando arriva un’altra scossa molto forte che ti riporta con i piedi per terra. Un grado in meno rispetto a quella delle quattro, anche la durata è inferiore. Il cortile inizia a riempirsi di vicini e tu che abiti all’ultimo piano e che hai sempre saputo che dopo un terremoto non bisogna mai prendere le scale o l’ascensore ti sdrai sul divano. Verso le sei vai a letto, ma non riesci a prendere sonno. Inizia ad albeggiare. Era la prima volta che lasciavi aperta la finestra di notte dall’arrivo della primavera. Alle otto squilla il telefono. E’ una parente che ha appena sentito il telegiornale.
Il comune aveva organizzato la notte bianca per quel sabato, riducendo poi le iniziative in parte per rispetto della morte di Melissa Bassi. Non c’eri andato. Non potevi immaginare che avresti passato lo stesso la notte in bianco.

Giorno due
E’ domenica sera. Le scosse di assestamento hanno continuato per tutto il giorno, verso le 15:20 c’è stato un terremoto vero e proprio da 5.1 di magnitudo. Su Facebook vedi le reazioni spaventate di parenti e amici che l’hanno presa male. “Barcollo ma non mollo” è la frase che viene ripetuta più spesso. Non si barcollerà ma si ha paura lo stesso. Ti rendi conto che tutte queste persone dopo la prima scossa delle 4:03 sono corse ad aggiornare il loro stato per esorcizzare i propri demoni e per tranquillizzare gli amici. Ti rendi conto che tu hai fatto lo stesso, ma su Twitter. Su Twitter non hai mai conosciuto nessuno di persona. Questa cosa, che su internet ti senti vicino a gente che non hai idea di come sia fatta, ti è sempre piaciuta molto ma al tempo stesso, oggi, ti fa sentire un sociopatico del cazzo. Verso le 17 provi a dormire un paio d’ore. Senti un bruciore al secondo dito del piede destro quando preme contro al materasso. Nel trambusto del mattino deve aver sbattuto contro qualche spigolo e l’adrenalina è stata più forte del dolore. Almeno fino ad ora.

Giorno tre
Iniziano le polemiche. Soprattutto su Facebook gira la notizia che il governo non risarcirà più le vittime del terremoto a causa di una legge appena entrata in vigore. Si diffondono teorie complottistiche, dagli scavi per lo stoccaggio del gas a Rivara agli pseudoscienziati che sostengono di aver previsto il terremoto. Ma sono soprattutto i vip a dare il peggio di loro. C’è il giornalista barra conduttore tv che ha riempito interi pomeriggi della tua adolescenza che, intervistato dal telegiornale del primo canale della televisione nazionale, sostiene senza essere smentito che i Maya avevano predetto il terremoto. C’è la giornalista barra blogger che elogia il meritato restyling della Torre dei Modenesi crollata a Finale Emilia. C’è il politico barra critico d’arte convinto che gli Emiliani si riprenderanno presto perché non si piangono addosso come hanno fatto gli Aquilani. C’è il blogger più cattolico del Papa che indica nelle poche preghiere e nello stile di vita sbagliato la causa dei terremoti. C’è il blogger barra leader di partito che elogia chi sostiene di prevedere i terremoti e denigra i politici che non lo stanno ad ascoltare. Il tutto mentre il numero degli sfollati continua ad aumentare, le abitazioni vengono dichiarate inagibili, come le scuole e le ditte, e i raccolti dei campi sono definitivamente perduti. La macchina della propaganda politica non è intenzionata a fermarsi neanche di fronte alle disgrazie naturali, solo che quando capita a qualcuno che ti è particolarmente vicino è un boccone che non va giù.

Giorno cinque
Gran parte di Corso Canalgrande a Modena è stato chiuso in mattinata. Un negozio di musica – esistono ancora? – ha ricevuto un fax che annunciava la presenza di più bombe in tribunale, in Corso Canalgrande per l’appunto. Evacuata la zona, i vigili del fuoco hanno appurato la falsità dell’annuncio.
La parola “sciacalli” assumerà più significati in questi giorni.

Giorno sei
Si è avvertita distintamente una scossa intorno a mezzanotte. Provi a fare quello simpatico su Facebook per sdrammatizzare la situazione mentre i nervi iniziano a crollare. La verità è che sopporti a malapena i tuoi contatti che si lamentano, soprattutto quelli che sono genitori. Non si rendono conto che trasmettono le loro ansie e loro preoccupazioni ai figli? Che per loro devono essere un punto di riferimento in questi giorni? Che i bambini non possono essere più forti e responsabili di loro? Che sbroccare è un lusso che non si possono permettere?

Giorno sette
Altro giorno, altra scossa. Questa volta quella più potente – perché le scosse da magnitudo 2 continuano da una settimana, più o meno ogni venti minuti – si è verificata verso le 15. Hanno evacuato la scuola elementare qui vicino; immagini che sia successo lo stesso in tutte le scuole della provincia. Nonostante continui a vivere in questo clima da preallarme, provi a fare le solite cose che normalmente faresti. Questa sera c’è l’ultimo spettacolo della stagione teatrale. Non hai molta voglia di andare a vedere uno spettacolo in olandese con i sottotitoli in italiano ma hai comprato il biglietto in abbonamento sei mesi fa e poi sei curioso d vedere come funzionano i sottotitoli a teatro. La tua curiosità viene ripagata, la pièce è ben recitata e ben diretta, nonostante alcune punte di trashume (per far capire che la scena si è spostata a Londra, il palco si riempie di Union Jack), ma il teatro si riempie solo a metà e non appena metti piede nel foyer c’è una decina di vigili del fuoco in tenuta da lavoro a darti il benvenuto.

Giorno nove
Segni d’intolleranza diffusi. In una tendopoli una ragazza in modo piuttosto brusco e maleducato s’è arrabbiata con un volontario che le aveva dato un piatto di pasta al ragù nonostante lei gli avesse specificatamente chiesto un piatto senza suini considerata la sua confessione religiosa. Le scuse dell’addetto alla mensa non sono state sufficienti e la ragazza ha chiamato dei parenti che hanno iniziato a urlare contro il volontario. Sono dovuti intervenire i poliziotti. Ma più che la notizia in sé – e il modo piuttosto discutibile in cui è stata raccontata – ti lasciano stupito le reazioni della gente di fronte a questa situazione. I commenti sui siti d’informazione (che siano maledetti i quotidiani online che hanno aperto la possibilità di commentare le notizie trasformando l’informazione in una chiacchiera da bar) sono del tipo: “Guarda tutti questi extracomunitari che vengono a rubarci il lavoro e quando qualcuno cerca di dar loro una mano non sono capaci nemmeno di ringraziare ma creano stupide polemiche inutili”. C’è chi ha proposto di rimandarli nel loro Paese a calci e chi di tirare fuori la benzina. E tu provi a spiegare che in questi giorni dobbiamo provare a stare tutti vicini. Provi a dire che le tendopoli sono piene di immigrati perché gli sfollati nati in città o hanno una seconda casa o si sono trasferiti da parenti e amici. Provi a dire che, dopo una settimana di vita in tenda, basta un niente per far scattare i nervi. Provi a far capire che la maleducazione di una ragazza non può essere il metro di giudizio di un’intera categoria sociale o di un popolo. Ma l’unica reazione che ricevi è un “Dobbiamo essere padroni a casa nostra”. E allora ti ripeti, come un mantra, restiamo umani. Restiamo umani. Restiamo umani.

Giorno undici
Sei in cucina con tuo padre. State prendendo un caffè. Gli hai appena finito di dire che il terremoto del 20 ha messo in crisi il settore biomedicale della provincia, che a Mirandola ci sono tremila dipendenti del settore in cassa integrazione e che le forniture sanitarie per gli ospedali sono a rischio, quando senti provenire dall’altra stanza il tono che fa il tuo cellulare quando ricevi un SMS. Ti alzi per andare a recuperare il telefonino, ma sotto la porta della cucina sei costretto a fermarti. Ti rendi immediatamente conto che le scosse di assestamento sono finite e che sta iniziando un nuovo potente terremoto. Le pareti iniziano a spostarsi come un elastico tirato una volta a destra e un attimo dopo a sinistra. I quadri iniziano a picchiare ripetutamente contro le pareti. I piatti e i bicchieri si scontrano tra di loro nella dispensa. Gli oggetti iniziano a cadere. Il soprammobile a forma della Statua della Libertà perde irrimediabilmente la sua fiaccola. Le bottiglie di bagnoschiuma e di shampoo finiscono nella vasca. I profumi nel lavandino. I prodotti per i pulire i pavimenti cadono dal loro scaffale. Le ante degli armadi si aprono. Tutte quante. Tuo padre, che nel frattempo ti ha raggiunto sotto alla porta, ti guarda terrorizzato, proprio lui che aveva visto in vita sua tanti terremoti ora non sa come reagire di fronte ad una scossa così forte e così lunga. Dopo un piccolo, impercettibile attimo di silenzio, senti chiaramente la porta della vicina aprirsi e la donna, una signora ultrasettantenne in pigiama, si mette a correre giù per le scale, urlando. L’altra vicina, invece, si cambia prima di uscire perché “ormai il pericolo è passato”. Il telefono inizia a squillare quasi subito per poi funzionare ad intermittenza. Nessuno ti chiede “Sentito il terremoto?” ma “Come stai? Ti sei fatto male?”.
“Come stai? Ti sei fatta male?”
“No, mi sono trovata con la signora del primo piano sul pianerottolo. Ci siamo abbracciate tutto il tempo”.
“Come stai? Ti sei fatto male?”
“No, ero in macchina. Quasi non l’ho avvertito”.
Ti ricordi dell’SMS ricevuto durante la scossa.
“Siamo appena arrivati a Cervia”.
Il sollievo nel pensare che almeno una persona si è schivata lo spavento ti pervade.
Il rumore che proviene dall’esterno è fatto di sirene, di latrati, di antifurto, di elicotteri e di gente nel panico.
Quando suona il citofono senti tua sorella che ti chiede: “Come stai? Tutto bene? Ho provato a chiamare ma non c’è linea. Bene, ero in scooter. No, non salgo ché il cane è ancora spaventato”.
Il pensiero corre subito alla tua gatta che, ora che ci pensi, non hai visto per niente e che ritrovi tremante sotto il letto con le unghie che cercano di saldarsi al pavimento. Qualche attimo dopo, mentre inizi a raccogliere le cose cadute, ti accorgi che anche tu non hai mai smesso di tremare, poi arriva un SMS e i brividi aumentano. “Non riesco a contattare tuo cognato”. E ti ritrovi a pensare che non ti è mai stato molto simpatico, che avete litigato anche la settimana prima, ma questo, questo proprio no. E trascorrono dieci minuti lunghissimi finché non ricevi un altro SMS. Dice che sta bene e che è al riparo. E ti senti finalmente sollevato, anche se in seguito verrai a sapere che tuo cognato si trovava a Camposanto durante la scossa. L’ha sentita molto più intensamente di quanto potrai mai capire. Poi accendi televisione e computer perché hai bisogno di sapere ma soprattutto di condividere. RaiNews parla di magnitudo 5.2. No, 5.7. 5.8, definitivo. Epicentro Mirandola. Crollati dei capannoni. Un operaio è morto. Poi, in poco meno di un’ora, i morti diventano tre. Poi cinque. Su Twitter, che ancora non lo sai ma diventerà la tua valvola di sfogo per tutta la giornata, i commenti si accavallano. È stato sentito a Firenze, ma anche a Milano, a Verona, a Genova, a Torino, a Parma, a Brescia. Passi le due ore successive a leggere informazioni, a condividere paure ma anche gesti di solidarietà. Improvvisamente ti ritrovi preoccupato per persone che non hai mai visto in vita tua. Cambi canale su una tv locale. Due giornalisti stanno facendo una diretta. Quello più giovane è molto spaventato. Ogni scossa di assestamento viene avvertita almeno due volte, e da te e da quei due giornalisti in tv. “Anche noi ci troviamo in un capannone simile a quelli che sono crollati stamattina”. Quando ti accorgi che non riesci più a digitare nulla sulla tastiera perché il tremore alle mani si è fatto troppo forte, quando ti accorgi che le scosse sono sempre più frequenti, vai a metterti sotto il muro portante e vedi la gatta correrti incontro e accucciarsi ai tuoi piedi. Allora decidi che è meglio andare a fare due passi, che hai accumulato troppo stress e camminare è sempre stata la tua valvola di sfogo. Vai in bagno, raccogli qualche cosa che potrebbe tornarti utile, fazzoletti, una bottiglia d’acqua, le chiavi della macchina, salviette. Prendi il trasportino e tra miagoli e graffi ci infili la gatta a forza. Al primo piano trovi una signora che realizzi essere la madre del nuovo arrivato che ancora non hai avuto modo di conoscere e che ti dice che il suo, di gatto, non l’ha preso e che ora si sente in colpa e vorrebbe dirti mille altre cose sulla sua vita ma che proprio non hai la testa per ascoltare. In strada vedi la gente riunita in gruppetti di cinque, sei persone. Ognuno racconta una storia, sempre la stessa eppure così personale. I rumori. Le pareti che ballavano. La paura. I pianti. Senza pensarci ti ritrovi da tua sorella.
“Vieni giù? Andiamo a fare due passi?”
“No, guarda, io mi sfogo facendo le pulizie.”
“Ah, ma sei tranquilla a stare in casa? Ti posso lasciare la gatta?”
Cinque minuti dopo ti ritrovi diretto verso il centro che, sai, non essere una buona idea ma hai bisogno di vedere. Hai bisogno di sapere. Sapere che tutto è rimasto come te lo ricordavi, sapere che le tue certezze non sono cambiate, che i tuoi punti di riferimento sono sempre li. Passi davanti alla scuola di tua nipote, quella che si trova a Cervia, e non ti sembra di vederci nulla di diverso. Qualche anno fa un incendio l’aveva danneggiata e ti chiedi se il terremoto abbia scoperto vecchie crepe. Qualche ora dopo scoprirai che una parete all’ultimo piano è crollata. Il giorno dopo verrà dichiarata inagibile. In Piazza Grande ti fai sorprendere dalla Torre dell’orologio. Segna le dodici meno un quarto. Ti chiedi come sia possibile che sia già mezzogiorno e pensi di aver perso la cognizione del tempo ma poi realizzi che le lancette indicano le nove. Non si sono più mosse dal terremoto. Provi a scattare una foto ma il cellulare non ne vuole sapere e ti viene l’istinto di buttarlo a terra e di romperlo in mille pezzi ma non perché tu voglia fare una foto a tutti i costi ché le foto non ti sono mai piaciute neanche più di tanto, ma solo perché hai bisogno di uno sfogo fisico. Passi davanti alla Sinagoga poi a Palazzo Ducale. Un cartello di un’edicola che riproduce la prima pagina di un quotidiano attira la tua attenzione per la sua ironia, dice: “Terremoto, primi segni di ripresa”. Ai Giardini Pubblici riesci finalmente a sentire un minimo di pace. Hai sempre trovato squallido quel posto, eppure lo senti come casa. I giardini sono pieni di persone. Ragazzi usciti da scuola, anziane signore con i nipoti, bambini che si inseguono ignari della gravità dell’esperienza che hanno appena vissuto. Ci sono persino degli studenti del conservatorio che si esercitano con i loro violini. Guardi il ponticello con le anatre e ripensi a tuo cognato che è caduto in acqua inseguito da un cane. Guardi l’altalena e ripensi a quel bacio dato di sfuggita, quasi controvoglia. Guardi la panchina e ripensi alle lunghe chiaccherete con una birra in mano. Guardi il cesso e ripensi a quando ti eri ripromesso di non entrarci mai più perché quella puzza non era di questo mondo. Guardi la ghiaia sotto la statua e ricordi il dolore alle gambe quando sei caduto malamente dalla bicicletta. Quando ti rimetti a camminare verso la via Emilia, ti accorgi di quanto corso Canalgrande sia stato colpito. La biblioteca è chiusa, il tribunale transennato, alcuni cornicioni caduti. Cammini al centro della strada ché non vuoi stare né sotto i portici né vicino alle pareti degli edifici. Ascolti parte di un discorso tra due avvocati. Uno dei due si lamenta del suo divorzio e ti sorprendi a pensare a come ognuno abbia priorità diverse, anche nelle emergenze. Un gruppo di ragazze sembra divertirsi. Vorresti avere un decimo di quella spensieratezza anche tu. In via Emila conti tre volanti della polizia che bloccano il traffico. Di macchine neanche l’ombra. Molte biciclette in compenso. Agli angoli della strada vedi i tecnici della municipalizzata del gas, in coppia. Ti senti sollevato e al tempo stesso preoccupato. Dalla Chiesa degli Artisti è transennato l’intero spazio di via adiacente. È crollato un enorme elemento decorativo sferico dal tetto, ha fatto un buco sul marciapiede ed è rotolato nella via di fronte inseguendo una ragazza, dicono alcuni vecchietti pieni di adrenalina. Inizi a sentirti stanco e decidi di tornare a casa. In piazza Sant’Agostino vedi i cavi del filobus ballare. Inizialmente pensi che sia il vento poi ti rendi conto che non soffia così forte da giustificare un movimento del genere. Realizzi poi che non è passato neanche un autobus ed inizi a capire. Quando vedi le persone che si trovano preoccupate nel piccolo spazio di verde poco più avanti ne hai la certezza. Prendi il telefono e controlli Twitter tremando. “Questa è stata forte”. Non passa molto e la fermata dell’autobus li vicino inizia a tremare, i vetri sembra che stiano per rompersi. Guardi un ragazzo che sta sopraggiungendo in quel momento e non c’è bisogno di dirsi niente. Vi allontanate entrambi dalla panchina. E avverti chiaramente il marciapiedi vibrare. Poco dopo inizia a squillare il telefono.
“Come stai? Tutto bene?”
A quel punto trovi veramente tutta la città riversa in strada. Il parco giochi sotto casa si è riempito in fretta. Vedi i bambini di una collega di tua madre che sembrano allegri. Poco più c’è la loro zia, te la ricordavi bionda l’ultima volta che l’avevi vista. La sorella arriva poco dopo. I suoi nervi stanno per cedere, aveva poco più di dieci anni quando ha vissuto il terremoto in Irpinia. Rivedi facce che non vedevi dalla terza media. Ti si avvicina tua nipote e ti dice che non torna più a casa, che ha preso con sé un po’ di cose e il cane ed è uscita. Durante le ultime due scosse era per le scale. Il moroso era scappato al parco dopo la prima. Non aveva mai sentito il terremoto in vita sua. Arriva anche tua sorella che prova a calmare la figlia. Ha preso qualche stuzzichino da mangiare. “Vuoi unirti a noi?” “No, vado a vedere come sta tua madre”. Tua madre è in cortile con un gruppo di vicini, era solo rientrata in casa e aveva appena risposto al telefono quando sono arrivate le scosse dell’una ed è corsa in cortile portandosi dietro il cordless, anche se non riceveva il segnale, ma in quel momento ce l’aveva in mano e ha continuato a stringerlo forte. Nel cortile del condominio si è riunito un piccolo gruppetto. Intorno al tavolo e a due panchine in plastica ci sono due vecchietti che aspettano il nipote per raggiungere la casa in montagna, una signora che ha deciso di non tornare nel suo appartamento e che si sta organizzando per passare la notte in garage, una signora albanese che abita insieme al figlio e alla nuora ma che, a differenza di loro, non parla una sola parola d’italiano e che nasconde l’ansia dietro a sorrisi forzati e alle parole crociate, e poi ci sono i tuoi. Tua madre che tiene il cellulare in una mano e nell’altra il cordless, tua madre che perde la pazienza perché non funziona nessuno dei due, tua madre che non appena vede passare qualcuno lo ferma per raccontargli il suo terremoto, ogni volta la stessa storia con la stessa tensione drammatica. Tuo padre sembra più sereno ma solo perché sai come si aggrappa ad un certo fatalismo nelle situazioni drammatiche. Mentre sei in mezzo ai ricordi così vividi di questo gruppo di persone, ti metti a leggere la timeline di Twitter. Tante polemiche, tanta cattiva informazione, ma anche tanta paura condivisa. C’è chi cinicamente sfrutta la situazione – “Paura del terremoto? Fatti una bella vacanza!” -, chi diffonde notizie come il bisogno immediato di sangue in regione, poi smentito dalla stessa Avis. E poi ci sono i tweet dell’INGV ai quali guarderai costantemente. Le scosse continuano ad esserci e ad avere un’elevata magnitudo, ma preferisci tenerti queste informazioni per te. Pensi che se quei sei vecchietti in cortile non hanno avvertito niente non ci sia bisogno di farli preoccupare. Poco dopo il cellulare di tua madre ritrova la linea e viene subito raggiunto da una chiamata da tua zia. “Al telegiornale hanno appena detto che c’è stata un’altra scossa, come state?”. Sono quasi le tre quando decidi di andare a comprare una pizza. Nel piccolo locale d’asporto c’è il pieno di clienti che mangiano sul bancone. La televisione trasmette una diretta da Raiuno, Mara Venier sembra preoccupata. La signora che infine ti dà il cartone di pizza ti dice che bisogna solo pregare che il Signore ce la mandi buona. Per una frazione di secondo pensi di dirle che quel Signore lì l’ha combinata grossa a ‘sto giro, almeno si prendesse la briga di esistere e si assumesse tutte le responsabilità che ne conseguono, ma ti limiti a fare un sorriso bonario ché ognuno ha il suo modo per reagire nelle emergenze e si aggrappa a quello che crede sia più giusto per lui. Davanti al portone di casa dei tuoi ti sembra di avvertire una scossa, i cani che abbaiano nel vicinato subito dopo te ne danno la certezza, ma intravedi il gruppo di sei che continua a parlare tra di loro e ti tieni la novità per te. E’ ora che mettano qualcosa in bocca. Alle cinque ti decidi a rientrare in casa, all’ultimo piano, al quinto. Tutto è rimasto come lo avevi lasciato ore prima, comprese le finestre spalancate, cosa che non fai mai, soprattutto in questo periodo dell’anno con il sole che batte sul palazzo tutto il pomeriggio. Non sei tranquillo. Ti sdrai sul divano, fai uno zapping veloce in tv. Non riesci a guardare le immagini dalle zone terremotate, ti salgono le lacrime dal nervosismo. Spegni la tv, ti metti in posizione fetale, vorresti dormire. Avverti scosse di continuo. Controlli se il lampadario si sta muovendo. Prendi il telefono per leggere novità dall’INGV. Impari a fidarti del tuo istinto. Se ti sembra di aver sentito il terremoto, allora c’è stato per davvero. Dopo cena l’ennesima scossa. Inizi a perdere la speranza in una fine a breve, non sarà una botta e via. L’allegra famigliola si ritrova in una polisportiva per bere qualcosa insieme. Pensi di unirti a loro ma prima senti il bisogno di fare un ennesimo giro in centro. Ripercorri quasi gli stessi passi della mattina. Ti ritrovi davanti ad una chiesa di cui non hai mai imparato il nome ma nella quale, anni prima, avevi visto suonare alcuni gruppi emergenti. Nella parete laterale è evidente uno squarcio impressionante, hanno dovuto mettere delle transenne sul marciapiede. Ai Giardini Pubblici il clima è simile a quello della mattina, tra adulti preoccupati e bambini che si rincorrono divertiti, la differenza notevole è il numero di tende che sono comparse in poche ore, saranno in tanti a dormire fuori casa stanotte. Sulla via di ritorno ti accorgi delle ombre nelle macchine parcheggiate in strada, occhi terrorizzati e mani che corrono veloci a bloccare la serratura dell’abitacolo. Da un balcone si affaccia una signora: “C’è stato il terremoto, ora”. A casa si è riunito un vistoso gruppetto di vicini in cortile attorno ad una tavola improvvisata, gli assenti sono andati via, dai figli o dagli amici che abitano fuori città o almeno in un piano basso dove le scosse si avvertono con minore intensità. Passano altre due ore prima che vi decidiate a salutarvi e a risalire in casa. Alcuni, quelli con dei bambini, hanno messo un paio di tende in cortile, altri hanno portato il materasso in garage. Tu decidi di dormire nel tuo letto, al quinto piano, anche se sai che sarà quasi impossibile riposarsi. Per tutta la serata non ha fatto altro che tornarti in mente il finale di “Fight Club”.
With your feet on the air
And your head on the ground
Try this trick and spin it, yeah
Your head’ll collapse If there’s nothing in it
And then you’ll ask yourself
Where is my mind? Where is my mind?
Where is my mind?

Giorno dodici
In qualche modo hai passato la notte, nel senso che sei riuscito a far venire mattina. Niente iPod questa volta, hai voluto restare lucido e provare a distinguere ogni rumore. Non appena hai appoggiato la testa sul cuscino, ti sei sentito incredibilmente sveglio e sul chi va là. Ad un certo punto non sei più riuscito a distinguere le scosse di terremoto dal battito del tuo cuore che viaggiava all’impazzata. Quando avevi l’impressione di aver avvertito qualcosa, il sito dell’INGV te ne dava la conferma. Quando provavi a mettere la testa sotto al cuscino e a cedere al sonno, un sussulto ti faceva scattare sull’attenti, finché non hai deciso di darci a mucchio e ti messo a sfogliare Google Reader. Il fatto che i blogger che segui non si preoccupavano del terremoto in Emilia è stato un sollievo e hai saltato i post che se ne occupavano salvandoli in una cartella che leggerai in un secondo momento. Un po’ come le immagini al telegiornale della sera prima, non riesci ad essere notizia e, al tempo stesso, spettatore. Non ora. Un altro giorno, magari, anche se sai già il giorno che leggerai quei post le lacrime scenderanno giù come se quello che stessi leggendo stesse capitando proprio in quel momento. Per un paio d’ore sei riuscito a non pensare al terremoto, per altre due hai effettivamente dormito. Il resto della giornata è all’insegna del nervosismo. Continuano ad alimentarsi polemiche intorno al nulla, sta prendendo spazio un’insistente voce che chiede che venga annullata la parata del 2 giugno e che i fondi vengano destinati all’emergenza terremoto. Come se fosse possibile annullare una parata del genere in poco meno di 72 ore. Come se i fondi per una parata simile non fossero stati già spesi. La cosa più snervante sono i politici che calcano quest’onda per ottenere consenso popolare sulla pelle di sfollati il cui numero continua ad aumentare continuamente.

Giorno tredici
In mattina inizi a scrivere uno stato da condividere su Facebook. Recita più o meno così: “Siete tutte delle grandissime teste di cazzo e la dovete smettere di rompere i coglioni”. Poi, prima di pubblicarlo, ci pensi un attimo e decidi che non ha senso una cosa del genere, fine a sé stessa, tanto vale argomentare un attimo. E inizi a scrivere una roba infinita che inizia così: “Io vi dico solo una cosa: avete rotto il cazzo”. Una volta finito, lo rileggi e aspetti ancora a pubblicarlo. Dopo pranzo butti giù un’altra versione, questa volta dai toni meno volgari. Dice: “Già bisogna imparare a vivere con lo stress per l’attesa di nuove scosse e la paura che una di queste possa essere più potente e più distruttiva di quelle dei giorni scorsi. E le scosse ci sono, eh, ogni venti/trenta minuti se ne avverte una nuova; ogni tot ne arriva una che supera il terzo grado, a volte raggiunge il quarto e, specialmente chi si trova in un piano alto, le percepisce molto chiaramente. Si tengono un paio di cose a portata di mano ché se devi correre in strada almeno ti puoi portare dietro il minimo indispensabile, anche solo le chiavi della macchina, ché se proprio ti dice male ti ritrovi con un posto dove passare la notte. Ogni minimo rumore ti fa scattare in piedi e correre verso un muro portante: un motore rumoroso, il latrato dei cani, il vento contro la veneziana. Ogni tanto senti in lontananza la sirena di un’ambulanza. Ti accorgi che il braccio ti sta tremando e ti chiedi se sia uno scatto nervoso o se sia la terra a ballare. Controlli ripetutamente il soffitto. Aggiorni ossessivamente il sito dell’INGV. Accendi la televisione su un canale di news. Poi, quando la scossa c’è per davvero, non puoi fare altro che stare lì ad aspettare che finisca. E finisce sempre troppo tardi. In questo clima vi inserite voi e la vostra polemica. L’ennesima. Una volta siete indignati con Monti e la benzina, un’altra con Napolitano e la parata, un’altra con il Papa e i bambini dell’Africa. I bambini dell’Africa c’entrano sempre. Vi danno 10 e chiedete 20. Vi danno 20 e pretendete 30. Guardate nel portafoglio delle persone e dite, “Ehi! Quelli sono 40 euro, cosa aspetti a darmeli tutti?”. Se non vi danno fino all’ultimo centesimo siete pronti a fare quelli scandalizzati dalla tirchieria altrui. In un momento imprecisato avete deciso che lo Stato vi ha abbandonato, che la politica è brutta, sporca e cattiva e che i partiti sono feccia. A priori, senza diritto di replica. Monti ha visitato i comuni tra Ferrara e Modena dopo il terremoto del 20, Cancellieri era a Finale dopo quello del 29. Il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Interni. Ma per voi non è sufficiente, dovete sparare ancora più in alto. “Deve venire il Presidente della Repubblica!” “Viene il 7!” “Troppo tardi, che annulli la parata del 2!” “L’ha ridotta all’osso” “Ma la fa lo stesso? Che sprecone!” Per l’occasione avete anche scongelato un democristiano dal 1976, avete tolto una frase dal suo contesto, l’avete fatta diventare la bandiera di tutte le proteste: “Diciamo no allo spreco e sì alle vanghe in Emilia!”. Come se non sapeste che la situazione politico-economica dell’Italia del 1976 non è paragonabile a quella dell’Italia del 2012, come se non sapeste che oggi la disoccupazione è al 10% o che il Paese è in recessione, come se non sapeste che nel 1976 non esisteva la protezione civile per come è organizzata oggi, o mandavi l’esercito in Friuli o mandavi l’esercito, come se non sapeste che una parata di quella portata, che raccoglie militari da tutta l’Italia, non si organizza in quattro giorni, come se non sapeste che una parata organizzata per il 2 giugno non viene finanziata il 2 giugno stesso né quattro giorni prima. Come se non sapeste che i soldi spesi in una cosa non possono essere spesi per finanziarne un’altra. No, ma voi andate avanti dritti e insistete pure con la vostra indignazione fatta di gif animate, immagini photoshoppate e scritte in comic sans condivise sulle vostre bacheche”. E non è neanche metà di quello che avevi in mente di scrivere, ma l’ennesima scossa da 5.8 alle 17 ti prende in contropiede. Tra tutti i terremoti che hai avvertito in questi giorni, in queste settimane, questo è quello che ti ha messo addosso più paura. Non riesci razionalmente a capire come mai – forse perché sono passate diverse ore dall’ultima scossa, forse perché la tua mente era assorbita da altro, forse perché iniziavi a pensare che stesse finendo – ma ti ritrovi tremante e con la voglia di correre in strada per la prima volta da quando è iniziato tutto questo.

Giorno quindici
Alla fine a Roma hanno fatto la parata, come era abbastanza prevedibile, nonostante le polemiche facebookiane. A Milano, intanto, il Papa ha organizzato il suo Family Day – e in altre circostanze parleresti della laicità di un Paese che, nel giorno delle celebrazioni della Festa della Repubblica, si vede rubata la scena dal sovrano di uno stato straniero che deve impartire la morale ai suoi sudditi – e ci ha tenuto a ricordare che esiste un solo tipo di famiglia, quello fondato sul sacro vincolo del matrimonio tra un uomo e una donna. E tu non puoi fare a meno di pensare che, no, non è vero che quello è il solo tipo di famiglia, non l’unico. Famiglia è un signore che offre a degli sconosciuti la possibilità di piantare una tenda nel suo cortile per passare la notte in un posto tranquillo con i cari. Famiglia è una signora che cede il materasso che ha in garage ad un’altra signora che abita nella sua stessa via ma con la quale non ha mai parlato. Famiglia è fare a turni di notte per controllare che nessun sciacallo entri nelle tende di persone delle quali neanche conoscevi l’esistenza fino a poche ore prima. Famiglia è una raccolta di oggetti improvvisata per portare giocattoli e quaderni ai bambini che non sanno come passare il tempo nelle tendopoli. Famiglia è una mail inaspettata da una persona che non hai mai incontrato e che ti chiede tue notizie. Famiglia è un tweet di una sola parola, “Peso”. Famiglia è un posto sul divano, lo spazio è quello che è ma te lo cedo volentieri, ci facciamo più stretti.
So you’ve been where I’ve just come
From the land that brings losers on
So we will share this road we walk
And mind our mouths and beware our talk
‘Till peace we find tell you what I’ll do
All the things I own I will share with you
If I feel tomorrow like I feel today
We’ll take what we want and give the rest away
Strangers on this road we are on
We are not two we are one

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2 Comments

  1. Basta Twitter, torna con noi.

  2. Avessi qualcosa da dire.


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