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Mi rendo conto che sia uno dei film più inutili dello scorso anno, che non aggiunga nulla di nuovo al filone horror, che sia pieno di cliché del genere, che sia pieno di cliché in genere (uno su tutti: il protagonista è uno scrittore. Da cosa si capisce che il protagonista si mantenga scrivendo libri? Dal look, ovviamente: jeans, t-shirt del college, cardigan oversize di lana, occhiali, catena per occhiali. Aggiungerei il pizzetto se non fosse che il pizzetto rientra anche nella categoria dei cliché dei “film con Ethan Hawke protagonista”. Poi ci sarebbe anche quel particolare non da poco che, pur essendo scrittore, il protagonista non scriva una sola riga per due ore di film, però, dai, non pretenderemo sul serio del realismo da un film de paura?), però c’è un però. Se la riuscita di un horror si potesse quantificare dal numero di volte in cui abbiamo sobbalzato sulla sedia (3), ci siamo guardati attorno nel buio della stanza (2), abbiamo messo in pausa per andare a bere un bicchiere d’acqua (1), abbiamo acceso la luce (1), abbiamo valutato l’ipotesi di non spegnere più la luce (1), ecco, forse “Sinister” può essere considerato un successone da questo punto di vista. Perché c’è quel cattivone lì, Mr. Boogie/Bughuul, con quella faccia un po’ così, un misto tra un Marilyn Manson della prima ora (cerone bianco, lunghi capelli corvini), Venom (occhi giganteschi e vuoti), Spavantapasseri (sacco di juta in testa, bocca cucita) e Zanardi – anche se quello della paura di Zanardi probabilmente è solo un problema mio – che ti rimane in testa a lungo. Un po’ perché compare in scena all’improvviso, senza tanti annunci (a meno che tu non abbia visto il trailer, da qui l’importante lezione “mai guardare i trailer dei film de paura” ma anche “guardare sempre i trailer dei film de paura se vuoi evitare di saltare sulla sedia”), un po’ perché fa quella cosa che non si dovrebbe mai fare al cinema: guarda fisso in camera. Sì, vabbè, in quel momento compare dalla penombra della soffitta, guarda fisso negli occhi Ethan Hawke per spaventarlo a morte – riuscendoci benissimo, tra l’altro – ma in realtà è te che fissa, te che spaventa a morte, comparendo dalla penombra del cinema o dello schermo della televisione. Te che pensavi di essere al sicuro, sotto la copertina sul divano o mentre mangiavi rumorosamente popcorn, e no invece, Bughuul ce l’ha proprio con te, ti sta dicendo di non pensare di essere più sveglio di quell’alcolizzato e fallito di uno scrittore, di stare in campana che sa dove abiti, dove te ne vai una volta uscito dal cinema e, se anche pensassi di averla scampata, quello torna a fissarti dritto negli occhi anche quando Hawke non c’è, perché è proprio con te che ce l’ha, te che viene a cercare, hai visto la sua immagine e ora potrà continuare a vivere in eterno (certo, se gli sceneggiatori si fossero sforzati di rendere il tutto in maniera più originale e credibile ora si parlerebbe non dico di capolavoro ma almeno di film decente, ma tant’è). Perché io non ricordo molti casi di cattivoni che ti fissano dritto negli occhi e ti fanno sentire piccino piccino, al momento mi viene in mente solo quando Mia Farrow fa all’amore con il Diavolo (no, non sto parlando di Woody Allen), però mi ricordo di altri cattivoni che solo a pensarci, mamma mia, accendiamo le luci. Due su tutti, Bob e il coniglio di Donnie Darko. Ti ricordi tu la prima volta che hai incontrato Bob? Io sì. Era un paio di estati fa (nel ’91 la mamma non me lo faceva vedere, mi mandava a letto subito dopo il cartone delle otto; in compenso non aveva problemi a lasciarmi da solo davanti ai “Visitors”, poi uno si chiede come mai si ritrova a trentadue anni terrorizzato dai serpenti), erano quasi le dieci di sera, stava tramontando il sole, stavo cenando e da poco più di mezz’ora avevano ritrovato il corpo di Laura Palmer avvolto nel cellophane, in spiaggia. Quella che fino a quel momento sembrava una classica storia poliziesca (una ragazza uccisa, un mistero da risolvere, un poliziotto che viene da fuori ad indagare in una cittadina che sembra ma non è tranquilla) si trasforma improvvisamente in qualcos’altro quando la madre di Laura abbracciando un’amica della figlia vede improvvisamente Bob. E lui vede lei. E noi. Nascosto dietro la sponda del letto ci fissa con due occhi enormi. Quello fu il preciso momento in cui decisi che non avrei più visto “Twin Peaks” dopo le cinque del pomeriggio facciamo-anche-quattro-per-stare-sul-sicuro. E fu sempre alle tre del pomeriggio che vidi “Donnie Darko”. Davvero un’estate molto produttiva, quella. Ché poi, a pensarci, il principio è sempre quello del WTF. Sei lì che pensi di guardare una scena come tante – lui e lei al cinema – e mentre ti ritrovi a chiederti tra quanto arriverà il limone, lei si addormenta, lui sorride guardandosi indietro e ti vedi il coniglio malefico e argentato in tutto il suo splendore – si fa per dire, eh – così, di punto in bianco. E’ che certi personaggi son ideati talmente bene che ti fanno morire dalla paura anche dopo anni dalla loro comparsa. O così o sono solo un gran fifone.

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