Salta la navigazione

C’è questa immagine molto forte in “Novantatré”, l’ultimo romanzo di Victor Hugo ambientato negli anni del Terrore: un’imbarcazione militare si prepara a combattere in difesa della monarchia, ma affonda quando uno dei cannoni si stacca dalle catene che lo tengono saldato alla nave. Senza più controllo, il cannone inizia ad oscillare da una parte all’altra della nave e finirà per uccidere parte dell’equipaggio e per danneggiare irrimediabilmente la stessa imbarcazione. È un’immagine che mi è tornata spesso in mente nelle ultime settimane pensando a Beppe Grillo e al suo MoVimento 5 Stelle, insieme al concetto di rivoluzione in senso astronomico, quello per cui un corpo celeste si sposta lentamente ogni giorno intorno ad un altro corpo celeste per poi ritrovarsi esattamente al punto di partenza.

La campagna elettorale di Grillo si chiama “Tsunami Tour”. “Nulla sarà più come prima” è scritto nel post di presentazione sul suo blog. Lo tsunami è un maremoto, un terremoto che ha origine nei fondali sottomarini e che riesce a spostare enormi quantità d’acqua in pochi secondi. Abbiamo imparato tutti a conoscere questa parola di origine giapponese il 26 dicembre del 2004 quando un maremoto di magnitudo 9.1 ha avuto origine nell’Oceano Indiano causando la morte di oltre 230.000 vittime accertate cui bisogna aggiungerne altre 300.000 secondo le stime. Una rivoluzione demografica che ha coinvolto diversi stati asiatici e che ha letteralmente spazzato via una fetta della popolazione locale. L’idea alla base della campagna elettorale di Grillo è la stessa: un’onda anomala generata dal suo MoVimento che spazza via un’intera classe politica e con essa un modo di concepire la vita politica ed istituzionale del Paese che dovrebbe portare – nelle intenzioni di Grillo e dei suoi seguaci – alla disgregazione tra destra e sinistra così come sono state concepite finora e all’introduzione dell’idea di politici come “dipendenti dei cittadini”, uno dei cavalli di battaglia del M5S. Un’immagine, quella dello tsunami, di per sé distruttiva e di cattivo gusto (riuscite ad immaginare le reazioni sdegnate se la stessa campagna elettorale si fosse chiamata “Terremoto Tour” – o un più esotico “Quake Tour” – all’indomani dello sciame sismico dello scorso maggio o di quello più recente in Garfagnana?), ma che è riuscita ad ottenere molti consensi da parte dei sostenitori di Grillo e credo per motivi facilmente intuibili. È un’immagine semplice, diretta, non richiede particolari conoscenze per comprenderla, né particolari sforzi interpretativi. Arrivano tonnellate d’acqua che danno una ripulita ad un sistema considerato troppo marcio per potersi salvare. Meglio sbarazzarsene in toto.

La semplicità – o, meglio, la semplificazione della realtà – è alla base del MoVimento.

L’esempio classico è quello dei politici. Se ne devono andare a casa, tutti, perché tutti sono ugualmente responsabili dell’attuale situazione economica dell’Italia. Tutti guadagnano una cifra esagerata rispetto a quella casalinga che deve mantenere tre figli e che sarebbe perfetta come Ministro dell’Economia. Tutti fanno parte di una cricca, di una casta occupata a mantenere il proprio status quo e non interessata alle sorti del Paese. La storia personale, le battaglie politiche, le ideologie, nulla ha più importanza; il solo fatto di appartenere alla categoria del politico fa di te il nemico da abbattere. Anche letteralmente. “Se proprio volete bombardare o mandare qualche missile, ve le diamo noi le coordinate […] (di) una ridente cittadina, un po’ più a Sud di Bologna: Roma”. Peccato che anche il MoVimento sia in corsa alle elezioni di oggi e di domani e che una buona parte dei suoi esponenti saranno chiamati ad essere deputati e senatori nelle prossime settimane. Cosa impedirà loro di trasformarsi in quei mostri sanguisughe che sono i politici che tanto disprezzano? È qui che Grillo si è giocato la carta più alta, quella del populismo. Niente rimborsi elettorali ai partiti, niente privilegi, pensione compresa, stipendi calcolati sulla base di quelli nazionali, niente condannati, col secondo mandato finisce la carriera in Parlamento.

Dalle scorse “parlamentarie” – per le quali hanno votato poco più di ventimila sostenitori – sono usciti i nomi dei candidati, scelti tra coloro che non erano stati eletti nelle consultazioni precedenti. Un gruppo di persone che non ha la minima esperienza in nessuna amministrazione, neanche quella condominiale, potrebbero dire i più maliziosi. Certo, la loro “limpidezza” è il valore aggiunto che vuole introdurre il MoVimento in questa tornata elettorale, ma è anche il loro limite. Ti puoi fidare di chi non è pregiudicato e non ha mai messo mani sul Paese (quindi non l’ha mai rovinato), ma, allo stesso tempo, una persona del genere è anche più facilmente manovrabile. Non ha esperienza, non sa come muoversi, deve affidarsi a qualcun altro. Con questo metodo ci vinci le elezioni, convinci i tuoi di essere nel giusto, di essere vittima di un sopruso, che le responsabilità siano degli altri. La Lega, per esempio, ci ha costruito un partito intorno all’idea di “Roma ladrona” accusando lo Stato di mettere le mani in tasca ai cittadini del Nord e proponendo l’idea rivoluzionaria di secessione di una fantomatica regione che non è mai esistita se non nelle menti di qualche funzionario di partito. Voti guadagnati a suon di “Roma ladrona” e di “otterremo la secessione lavorando all’interno delle istituzioni”, salvo poi stipulare alleanze con chi fino a poco prima veniva denigrato dalla stessa Lega.

Altri aspetti che il M5S ha in comune con la Lega: la posizione sulla mafia (“in Lombardia e a Milano la mafia non esiste”, “la mafia non ha mai strangolato il proprio cliente”), la xenofobia, l’omofobia, la mancanza di rispetto verso le istituzioni. Borghezio che disinfetta i posti in treno occupati dalle prostitute nigeriane. Grillo che pretende la chiusura dei confini nazionali ai Rom. Bozza che definisce i gay “perverti da curare”. Grillo che chiama “busone” Vendola. Bossi che dichiara “Il tricolore lo uso per pulirmi il culo”. Grillo che s’inventa un ridicolo nomignolo per ogni leader di partito, un giochino praticato per anni nelle edizioni del TG4 di Fede. Si mina l’autorità dell’avversario lasciando intendere che non è poi così degno di nota visto che non si è nemmeno in grado di ricordarne il nome e si strizza l’occhio al proprio elettorato creando un codice condiviso (un po’ come il gesto dei pugni che non può essere compreso da chi non ha mai visto una puntata di “Friends”).

Anche dal Popolo delle Libertà di Silvio Berlusconi il MoVimento ha ereditato molti tratti. Il rifiuto a parlare con certa stampa ritenuta di regime, il rifiuto al confronto con gli avversari politici, la richiesta dell’intervento delle forze dell’ordine per allontanare i giornalisti “scomodi”, ovvero quelli che fanno domande. Ma anche smentire le dichiarazioni rilasciate pochi giorni prima, se non poche ore prima, anche quando sono presenti registrazioni. Scrivere delle risposte e poi disconoscerle accusando la stampa di chissà quale complotto per screditare il MoVimento. Meglio salire sul pulpito di una piazza e urlare ad una folla adorante quello che vuole sentirsi dire, senza contraddittorio.

Anche la misoginia è un altro tratto comune ai due leader. Solo qualche settimana fa Berlusconi si è reso attore di un siparietto offensivo con un’impiegata della Green Power, per citare l’ultimo esempio in ordine cronologico (ma potremmo aggiungere l’inchiavabilità della culona, l’altra che è più bella che intelligente, la sinistra che candida solo donne brutte). Nel 2003, invece, Grillo venne condannato per aver definito una “vecchia puttana” il premio Nobel Levi-Montalcini. Qualche mese fa ci ha dato qualche lezione di anatomia informandoci che il punto G viene stimolato nei salotti dei talk show.

I sostenitori dei due partiti sono disposti a far quadrato intorno ai due capi/padroni: non importa cosa dicano, non importa quanto si contraddicano, non importa quanto la sparino grossa, agli occhi dei loro compagni di partito e dei loro elettori hanno sempre ragione. Le contraddizioni vengono lette come tentativi della stampa di mistificare la realtà, nelle sedi governative si possono discutere temi personali (la parentela tra Ruby e Mubarak) e ridicoli (la discussione sulle scie chimiche nel consiglio comunale di Torino) affrontandoli con la stessa serietà con cui si affronterebbero altri problemi, i sostenitori diventano più realisti del re (i deputati che propongono di abbassare la maggiore età all’indomani dello scoppio dello scandalo Ruby; la grillina che propone la messa in discussione della 194 poiché è “una sconfitta e non una vittoria per tutte le donne”, fino a casi al limite del ridicolo, come in Sicilia, quando i deputati grillini in Regione riconsegnarono i rimborsi elettorali sbagliandone il conteggio).

Certi aspetti dei rapporti con i propri “uomini” sono una peculiarità di Grillo. Sembra che non solo non sia accettato un punto di vista diverso da quello ufficiale del MoVimento (di Grillo? di Casaleggio?), ma che non se ne possa neanche discutere. Dalla già citata Salsi, espulsa perché colpevole di un’apparizione televisiva, al fuorionda nel quale Favia contestava la mancanza di democrazia all’interno del MoVimento. Beppe Grillo ha deciso per la loro espulsione, da solo, come prevede il regolamento del M5S, di cui è anche il proprietario del simbolo. Lui detta le regole. Gli altri si adattino o se ne vadano (fuori dai coglioni). Niente che questo Paese non abbia già visto. Anche troppe volte.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: