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Coproduzione anglo-tedesco-italiana composta da tre episodi ispirati ad altrettanti romanzi di Michael Dibdin, la serie racconta di Aurelio Zen, ispettore di polizia di origine veneziana in pianta stabile a Roma da un numero imprecisato di anni. Zen (interpretato da Rufus Sewell, già visto ne “I pilastri della terra”) è una roba piuttosto inutile che fa spesso alzare un sopracciglio in segno di disappunto, soprattutto perché:

  • tutti i personaggi sono italiani ma interpretati da attori inglesi o da attori italiani che recitano in inglese (un po’ come “Wallander” i cui protagonisti sono svedesi ma interpretati da inglesi, con la notevole differenza che, essendo io italiano, il tutto perde di credibilità: perché dovrei credere che Tania Moretti sia una segretaria italiana che lavora in questura se non pronuncia mai una parola in italiano? Eh?). Si vede che per risparmiare, alcune comparse hanno avuto il diritto di esprimersi in italiano, in questo modo il romanesco ha potuto avere i suoi momenti di gloria.
  • Zen – che, ricordiamolo, è il tipico cognome veneto – vive con la madre dopo essersi separato dalla moglie un numero imprecisato di anni fa (c’è tutta una mitologia che ruota attorno al protagonista e che rimane volutamente vaga, quasi come a dire che è sempre stata così, prima ancora che nascesse il tempo, prima ancora che nascesse lo spazio). La madre, per stessa ammissione del figlio, gli preferiva la nuora. La madre è Catherine Spaak. Catherine Spaak parla un fluido inglese. Catherine Spaak non sa recitare. Fa lo stesso, Caterina, anni di “Harem” ti hanno dato infinito credito da queste parti.
  • Tania Moretti, l’interesse amoroso di Zen, è interpretato da Caterina Murino. L’inglese di Caterina Murino è al livello del mio “ze chet iz onde tèbol”, con l’aggravante che lei non ha un simpatico accento emiliano da farle da apripista. Caterina Murino recita con poca voglia, con l’aggravante che non ha fatto per 15 anni una trasmissione televisiva in cui intervistava solo donne mentre un uomo misterioso prendeva appunti nascosto in un tendone a fare dio solo sa cosa nel frattempo, il sabato sera per giunta. Ma in questi casi si dice che non ha trovato un regista che sapeva come dirigerla, no?
  • nel secondo episodio c’è Valentina Cervi. Valentina Cervi ha un ottimo accento inglese, mi spingerei a definirlo “cockney”, ed è convincente nella recitazione. Vedi? Basta poco per farmi felice.
  • l’ambientazione è per lo più romana che, dopo l’iniziale reazione-tipo “figo quel posto, mi ricordo quando ci sono andato in gita in quinta ginnasio!” diventa un più seccato “se, voglio vederti ad arrivare con la macchina fino lì senza spendere lo stipendio di un anno in multe”.
  • Dibdin era un inglese che ha vissuto quattro anni a Perugia (dice Wikipedia, perché io non farò finta di conoscere qualcosa del suo passaggio in questa valle di lacrime, almeno non fino a qualche giorno fa). Il ritratto che fa dell’Italia e dell’italiano medio è impietoso a tal punto che raggiunge il limite dello stereotipo. Non esiste meritocrazia, si va avanti solo per raccomandazioni, tutti sono corrotti, soprattutto i poliziotti, la Chiesa ha infiltrazioni ovunque e si preoccupa degli interessi politici più di quelli spirituali, nessuno rispetta la legge volentieri. Lo stesso Zen che ha fama di essere una mosca bianca, ovvero uno che dell’integrità ha fatto la sua cifra stilistica, si vede costretto a barcamenarsi tra le pressioni del Ministero, quelle dei suoi superiori e quelle di gente esterna a caso. Ovviamente tutti vogliono una cosa opposta da lui. Ovviamente si barcamena benissimo, anche se fuma un sacco.
  • L’uomo del Ministero è un tizio che ha recitato anche in “Coupling”, una serie che penso d’aver visto soltanto io.

Dice: ma non ti è piaciuto nulla, allora? No, la sigla si fa guardare.

(Secondo episodio, quello con Cervi; finché dura, qua c’è il primo e qua il terzo. In HD!)

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