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Mentre l’adattamento italiano è ormai una realtà che a giorni muoverà i suoi primi passi in mezzo a noi – questo è stato il mio sobrio commento al suo annuncio da parte di Castellitto a “TV Talk” ormai qualche mese fa – mi sono guardato la terza e ultima stagione del telefilm originale* a soli due anni dalla sua messa in onda.

Mi è piaciuto? Mmm.

Dianne Wiest è stata sostituita dalla più giovane Amy Ryan nel ruolo della terapista barra supervisore di Paul e gli autori hanno deciso di affrontare la dinamica più scontata tra tutte quelle che si potevano instaurare tra i due, ovvero quella sentimentale. Il limite di questa dinamica è la sua frettolosità. Dopo pochi episodi, Paul rivela ad Adele la sua attrazione recuperando uno schema comportamentale a lui caro, la ricerca dell’escamotage pur di non dover realmente entrare in analisi. È un rapporto paritario quello che chiede ad Adele, immagina se stesso mentre cena con lei degustando un bicchiere di vino e discutendo dei loro pazienti. Adele, dal canto suo, riesce a mantenere la distanza che la professione richiede fino al loro penultimo incontro e solo nell’ultima puntata aprirà un reale spiraglio ad un’eventuale relazione, ma sarà Paul a decidere d’interrompere il flirt e la terapia. Se si decide d’introdurre un twist nella trama nell’ultima di sette settimane a disposizione, si decide di buttare via il senso di quello che la stessa trama ha costruito negli episodi precedenti, soprattutto se gli episodi precedenti non hanno contribuito a creare le motivazioni di quel colpo di scena. Cosa spinge Adele a cambiare idea? Perché d’un tratto decide di mettere da parte la sua deontologia professionale per crogiolarsi nella fantasia di un’eventuale relazione con Paul? Non lo sapremo mai. Un po’ perché la struttura della serie ruota attorno a Paul e al suo punto di vista – Adele e i pazienti di Paul svolgono una funzione di cartina tornasole dello stesso Paul con la notevole differenza che Adele non racconta mai nulla di sé, si limita a registrare i pensieri di Paul –, un po’ perché gli sceneggiatori non hanno voluto farcelo sapere. Probabilmente lasciare un’ambiguità di fondo fino all’ultimo episodio voleva essere un richiamo all’episodio finale della prima stagione, quando il pubblico non era in grado di comprendere quali sarebbero state le mosse di Paul, se avrebbe deciso di spostare la relazione medico/paziente con Laura su un livello più carnale o se si sarebbe limitato ad indirizzare Laura verso un collega con il quale la donna avrebbe potuto continuare la terapia, ma nella prima stagione c’erano stati ben 42 episodi che avevano contribuito a creare quel clima ambiguo e di possibilità che avrebbe finito per confluire nei cinque minuti finali. L’aspetto più deludente è che, almeno sulla carta, ci sarebbero stati tutti gli elementi per una storyline più accattivante: Adele ha qualche anno in più di Laura e molti meno di Gina, è sufficientemente matura ma non così troppo per avere una relazione alla pari con Paul (comune ambito lavorativo, ma meno competizioni tra i due visto che Paul si è già tolto molte soddisfazioni nel suo lavoro). Inoltre, i figli di Paul non sarebbero stati un motivo di conflitto visto che i più grandi erano al college e il piccolo Max aveva deciso di trasferirsi dalla madre. Davvero un peccato per l’occasione sprecata di sfruttare al meglio questa trama.

Per fare un esempio contrario, la storyline di Sunil è andata in direzione opposta dimostrando che si poteva fare molto di più.

Nelle sette settimane di psicoterapia di Sunil viene costruito il giallo per antonomasia. Lo spettatore è portato a credere che la realtà sia lineare, che non ci siano secondi fini nelle parole e nei gesti di un semplice uomo come Sunil, che lui sia la vittima della situazione. Non che ci vengano raccontate delle bugie, semplicemente si decide di omettere alcuni particolari, ci sono dei grandi non detti di cui non conosceremo l’esistenza fino all’ultimo incontro con Paul. Proprio come in un romanzo di Agatha Christie, la verità è sempre stata sotto i nostri occhi, nascosta da altri elementi che distraevano la nostra attenzione facendoci credere che fossero più importanti della verità stessa. La vicenda di Sunil è un giallo di cui non si palesa la natura fino all’atto finale, con tanto di mistero da risolvere e di doppi giochi da smascherare. E per congegnare un progetto simile è obbligatorio sfruttare al meglio tutti gli episodi a disposizione per arrivare all’apice nel finale.

Degli altri due pazienti, infine, è stata interessante la scelta “meta” di far interpretare a Debra Winger il ruolo di Frances, una bellissima attrice che ha avuto un enorme successo decenni fa ma che ora ha seri problemi di memoria (da cosa dipenderanno? riuscirà Paul a far sì che Frances ricordi tutte le battute la sera della prima? e cosa c’è stato in passato tra la sorella e il marito di Frances? No, non è proprio questo il tono della vicenda, ma insomma), ma è a Jesse che Paul dice la battuta che più mi è rimasta impressa. Parafrasando: “Tu sei eccezionale perché la tua storia è eccezionale. Non capita a molti di vivere quello che stai vivendo tu e sarei onorato di sapere quello che ti passa per la testa in questo momento, di condividere con te la tua esperienza”. Ma medici del genere esistono davvero?

* originale si fa per dire visto che “In Treatment” è a sua volta l’adattamento della serie israeliana “BeTipul”.

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