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C’è questo famoso brano delle “Confessioni” di Agostino nel quale il futuro santo racconta di un amico che viene trascinato ai combattimenti tra gladiatori. Lì per lì l’amico fa quello schizzinoso. “Potrete anche trascinare il mio corpo sugli spalti dell’arena – dice, parafrasando un po’ – ma terrò sempre gli occhi chiusi perché a me queste cose che piacciono ai molti fanno ribrezzo”. Solo che l’amico si copre gli occhi ma non si chiude le orecchie e, quando all’apice di un combattimento, sente le grida della folla levarsi alte, l’amico sposta leggermente gli indici e i medi dagli occhi e, bòn, è condannato per sempre. La violenza, il sangue, la tifoseria, lo stare in mezzo a suoi simili che urlano e strepitano, tutto questo contribuisce affinché Agost…, ehm, l’amico di Agostino cada nel terribile giogo della dipendenza dall’arena (spoiler: poi arriva Dio e tutto magicamente finisce). Insomma questo brano – che se vuoi aggiornare potresti pensare ad un mio post schifato su Barbara d’Urso o su Rita Dalla Chiesa o a Pasolini che se la prende con la televisione e l’uomo medio o a Daria Bignardi che manda Matteo Bordone al centro commerciale il sabato pomeriggio, Dio ce ne scampi – mi è tornato in mente guardando l’ultima puntata di “Spartacus” (che poi sarebbe anche la penultima in assoluto, quindi, non leggere se non vuoi spoiler) (per davvero) (oh, io te l’ho detto) quando si verifica un ribaltamento del racconto, la lepre diventa cacciatrice, i cacciatori prede. Come nella prima stagione c’è un’arena piena di gente in visibilio, pronta ad assistere ad una serie di spettacoli mortali. A differenza di quella stagione sugli spalti ci sono gli schiavi e i gladiatori che combattevano sulla sabbia dell’arena. Sono diventati il pubblico in delirio che assiste ai giochi tra urletti e incitamenti alla violenza mentre combattono per la vita e la morte i romani, gli ex padroni del pubblico. E l’atteggiamento di chi assiste allo spettacolo di oggi è uguale a quello di chi assisteva allo spettacolo di ieri. Dateci il sangue, le mazzate, lo show, il brivido, la suspense, e noi siamo felici. Che Agostino, Pasolini, Bignardi, gli autori di “Spartacus” vogliano tutti dirci la stessa cosa? Che quando è in mezzo alla folla di suoi simili l’uomo fa cose che non farebbe mai da solo? Che il rito della violenza è radicato nella natura umana? Che se ne avesse l’occasione anche l’uomo più mite si trasformerebbe in spietato carnefice? Forse. O forse era soltanto una scusa per far vedere un po’ di sangue in un telefilm che deve buona parte del suo successo al sangue (l’altra buona parte è il sesso, che te lo dico a fare? e l’altra buona parte ancora si chiamava Lucy Lawless) e che non mostrava a sufficienza da troppe puntate. Sangue e arena che, invece, sono tornati ora, in base a quel principio di circolarità delle narrazioni di questo tipo, nella mia fine è il mio principio, ecc. ecc.. E sono tornati in maniera spettacolare garantendo a noi menti semplici dedite alla dipendenza dalla violenza uno spettacolo degno di questo nome, una goduria dei sensi per noi che sgranocchiavamo popcorn mentre assistevamo al tracollo di quel romano, figlio dell’Arcinemico della stagione, un pezzo di merda come pochi – il figlio, non l’Arcinemico – e che finalmente trovava la fine che si è meritato (ehi, te l’avevo detto che ci sarebbero stati degli spoiler, cosa vuoi?). Quel tipo di fine che esiste solo nei prodotti di fantasia. Perché nella vita reale si muore a 87 anni di ictus.

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