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  • Kasia Smutniak è la più imbarazzante ed è un peccato perché ci ha abituato ad interpretazioni migliori, ma se lo spettatore riesce a capire quando un’attrice sta pensando alla battuta tra una pausa e l’altra non è un bel segno (e poi, Kasia, non vuoi dire le parolacce, lo capisco, hai una figlia piccola, diventa difficile rimproverarla se le scappa un “cazzo” quando tu ne dici venti al secondo in tivvù, però, figlia mia, parlane con il regista, parlane con lo sceneggiatore, parlane col produttore – possibilmente – prima delle riprese).
  • Il bisonte che interpreta il maresciallo sotto copertura è il più convincente di tutti. Certo, c’è un piccolo problema di scrittura, anzi di adattamento (nella versione americana c’era un pilota d’aereo che distruggeva una madrasa in Iraq piena di bambini e si sentiva un filino in colpa, il corrispettivo italiano – vi ricordo che stiamo parlando della televisione di qualità che strizza l’occhio all’attualità, anche a quella più scottante – è un carabiniere che lavorava in Germania sotto copertura per infiltrarsi in mezzo ad un giro di droga della mafia, anzi, della ‘Ndrangheta perché la tivvù di qualità si vede dai piccoli dettagli, e che ha ucciso un amico e i figli pur di non rivelare la copertura) (ché poi ho perso un pezzo: prima il maresciallo racconta allo psicoterapeuta di aver temuto per la sua vita quando il capo della ‘ndrina scopre che c’è un traditore, poi dice che sapeva che l’amico era il traditore in questione, ma allora di cosa aveva paura?), ma il ragazzone quantomeno recita.
  • Presa da sola Irene Casagrande è anche accettabile, nonostante l’intonazione che ne rivela le origini (per una volta non nascoste ma inserite all’interno della trama: Alice e famiglia si sono trasferiti da poco a Roma per permettere alla ragazza di studiare danza); se si fa il confronto con Mia Wasikowska, ciao. In ogni caso, Casagrande è una da tenere sott’occhio ché ci regalerà molte soddisfazioni.
  • Ho deciso che Giannini è affetto dalla Sindrome di Gassman (figlio). Si manifesta così: quando un attore deve recitare una battuta, le sue corde vocali vengono improvvisamente attaccate da un bruciore incontrollabile che obbliga il soggetto in questione a finire di parlare nel minor tempo possibile alla ricerca di un minimo di sollievo. Il risultato è qualcosa di simile ai latrati di un cane che vede passare uno sconosciuto vicino al cancello di casa. Un suono grave, costante e monocorde che cessa solo quando lo sconosciuto è ormai lontano. O quando la battuta è stata detta.
  • L’interpretazione di Licia Maglietta sembra urlare ogni secondo: “Io ho fatto teatro, bitches”.
  • Infine c’è Sergio Castellitto. Io a Castellitto ci voglio anche bene, eh, ma me lo vedo mentre guarda Byrne e dice: “Sì, quell’espressione che fa a questo punto è molto accattivante, gliela potrei prendere in prestito” o “Sì, ha fatto bene a recitare in quel modo. Aspetta che me lo segno”. Il confronto con il prodotto originale ci sarà sempre, tanto vale provare a dare qualcosa di nuovo (o di personale) al personaggio.
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