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Sto leggendo un saggio del 1996 di Gian Paolo Caprettini, “La scatola parlante”.

Nel sesto capitolo dal titolo “Discorso politico e politica del discorso” l’autore cita un discorso di Perón del 1973, il primo dall’esilio durato diciott’anni.

Desidero iniziare queste parole con un saluto molto affettuoso al popolo argentino. Giungo dall’altro estremo del mondo con il cuore aperto ad una sensibilità patriottica che solo la lunga assenza e la distanza possono rendere così vibrante. Per questo, questo mio parlare agli Argentini, lo faccio con l’anima a fior di labbra, e desidero che mi ascoltino anch’essi con lo stesso animo.
Giungo quasi disincarnato. Nulla può perturbare il mio spirito poiché senza rancori né passioni, tranne l’unica passione che animò tutta la mia vita, servire lealmente la Patria. E soltanto chiedo al popolo argentino che abbia fede nel governo giustizialista, perché questo sarà il punto di partenza della lunga marcia che iniziamo…

Dice Caprettini – citando Eliseo Verón e Silvia Sigal, studiosi dei discorsi di Perón – che i corsivi (presenti nel testo) servono a “costruire una distanza tra se stesso [Perón] e i suoi destinatari”, [Perón] “si presenta come un puro spirito, animato solo dalla passione di servire lealmente la patria”. Verón e Sigal si sono accorti che anche nei discorsi precedenti all’esilio Perón si presenta come un outsider, una figura esterna che non può essere messa in discussione proprio in virtù del suo essere al di sopra delle parti. Chiosa Caprettini sostenendo che il discorso di Perón, ma anche quello di qualsiasi politico che si basi su una retorica di simboli universalmente condivisi in quanto incontrovertibili, sia “banale e insieme subdolo. Ed è proprio la banalità che fa il lavoro sporco, togliendo la possibilità di replica a chi sta a sentire, anticipando uno sproposito (la risposta) in bocca a chi si azzardasse a replicare”.

Quando ho letto le parole di Perón che parlava di essere giunto “dall’altro estremo del mondo” ho avuto un sobbalzo ripensando al discorso di un altro argentino diventato famoso lo scorso 13 marzo quando è diventato Papa Francesco.

Fratelli e sorelle, buonasera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.

[Recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria al Padre]

E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!

E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

[…]

Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

[Benedizione]

Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo! [*]

La retorica a cui ci ha abituato Papa Bergoglio è la stessa di Perón. Negli ultimi mesi il Papa ha fatto delle dichiarazioni talmente banali che non possono non essere condivisibili.

“Chi di noi ha pianto?” “No al culto della personalità” “Risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta” “Non avere paura del rinnovo delle strutture della Chiesa” “Non abbiate paura di essere gioiosi e della gioia”.

E ancora.

“Gesù non era telecomandato” “San Pietro non aveva un conto in banca” “Dobbiamo cercare l’unità tra i cristiani” “E’ tempo di giustizia e solidarietà” “Gesù vi vuole tanto bene” “La politica si occupa di finanza e banche, non di chi muore di fame” “La precarietà ha conseguenze funeste” “Vicino a vittime degli abusi, bisogna difendere i bambini” “Inseguite gli ideali” “Mai cedere a pessimismo e allo sconforto”. Eccetera eccetera.

Caprettini conclude dicendo che basta controvertere il discorso banale per vederne la retorica del simbolismo. C’è forse qualcuno favorevole agli abusi sui bambini? Qualcuno che desideri una guerra tra cristiani? Qualcuno che preferisca essere triste? O qualcuno che vorrebbe che le tragedie si ripetessero? Evidentemente no, soprattutto se a dircelo è una figura che già di suo si pone al di sopra delle parti – il Papa è “la più alta autorità religiosa riconosciuta nella religione cattolica”, dice Wikipedia – e questo Papa fin dalla sua elezione ci ha ricordato che viene dall’altro capo del mondo ponendo una distanza tra lui e i suoi ascoltatori. In ogni discorso di Papa Bergoglio c’è la summa del banale, del subdolo e del lavoro sporco di cui parla Caprettini. Non mi stupisce che abbia consensi dall’85% degli italiani.

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