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Category Archives: Buone maniere

Giornata di pioggia.

Copio e sottoscrivo le parole di Davide:

“siccome è Pasqua faccio gli auguri a chi crede… e a chi, come me, è ateo faccio ugualmente gli auguri perchè domenica ricordiamo anche il coniglio pasquale… egli, il coniglio pasquale, non è morto per noi; non è risorto e non è figlio di Dio… ma porta le uova di cioccolato con dentro le sorprese (e non minaccia di farci finire all’Inferno se non lo preghiamo tutti i giorni)”.

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Giornata di sole. Le nuvole sono rimaste per tutto il tempo a minacciare acqua a palate e invece no.

Quei gran geni del Reparto Semplificazione del Comune hanno deciso di introdurre dal prossimo 26 marzo un servizio di anagrafe on line. Tu, cittadino che devi andare all’anagrafe a fare quello che devi fare, non ti puoi più presentare negli uffici, prendere il tuo numeretto e aspettare che quel centinaio di persone prima di te venga servito, dalla prossima settimana dovrai collegarti al sito della Semplificazione, compilare il form con i tuoi dati, richiedere un appuntamento, aspettare che nella tua casella e-mail arrivi un messaggio di conferma che comprende anche username e password che ti serviranno per modificare l’appuntamento o per occasioni future, stampare la ricevuta inviata e presentarti in anagrafe.

Dice: e se non ho internet? O telefoni al numero a pagamento dalle 15 alle 17,30, dal lunedì al venerdì, o ti presenti all’URP – e non all’anagrafe – e prenoti il tuo appuntamento.

Ma all’URP – e qui si cela il Signore dei Colpi di Genio del Reparto Semplificazione – ci devi andare anche se vuoi usufruire del servizio di “Certificati on line con timbro digitale”. Ovvero: sei vuoi stampare direttamente dal computerino di casa tua un certificato anagrafico e di stato civile, devi seguire questi semplici passi.

Passo numero uno: presentati all’URP con carta d’identità non scaduta e codice fiscale, in cambio riceverai una busta chiusa contenente username e password che, a differenza della tua carta d’identità, non scadranno. Mai.

Passo numero due: collegati al sito, accedi con le credenziali fornite, richiedi il tuo certificato ed attendi. Entro 48 ore riceverai un pdf con il certificato richiesto.

Passo numero tre: stampa il tuo pdf. Bòn, se il tuo certificato non richiede un bollo finisce qui, altrimenti si prosegue al

Passo numero quattro – anche se cronologicamente il Passo in questione s’inserisce tra l’uno e il due -: esci di casa e vai a comprare una marca da bollo del valore di 14,62 €.

Passo numero cinque: ricordati che quando ti colleghi al sito devi inserire anche il numero identificativo della marca da bollo nell’apposita casella nella pagina di richiesta del certificato.

Passo numero sei: stampa il pdf e incollaci sopra la marca da bollo e annullala con la data del giorno di utilizzo (!).

Visto com’è stato semplice? Il Reparto Semplificazione lavora per te: sei semplici passi che sostituiscono quella obsoleta usanza di presentarsi ad uno sportello, richiedere un documento e pagare l’eventuale bollo. Soffiati via le code e lo stress d’attesa solo con sei veloci step.

…ma si è capito che non esiste nessun Reparto Semplificazione?

Giornata di sole.

Lo dico piano ma sembra quasi aria di primavera.

Adele mi piace. Davvero, molto. Mi piace soprattutto nei momenti più ritmati come in “Rumour has it” o in “Rolling in the deep”, mi piace meno quando è stucchevole e riflessiva come in “Someone like you” ma ne apprezzo il fascino e le grandi qualità vocali che le hanno permesso di vincere sei meritati Grammy Awards la scorsa settimana. Quello che mi fa sorridere è che quando è esplosa su grande scala, a poco più di ventun’anni come ci ricorda il titolo del suo album, abbia scalato le classifiche di tutto il mondo grazie ad un singolo nel quale si rivolge all’ex e gli dice, parafrasando, che spera che lui sia felice insieme alla nuova fidanzata. E, quando lo dice, lo pensa davvero, non ci mette del sarcasmo. Stavamo insieme, è vero, ma ora che è finita mi auguro che tu possa continuare ad essere felice con la ragazza con la quale hai deciso di passare il resto della vita – perché, nel frattempo, lui non solo si è trovato una nuova compagna ma l’ha persino sposata. E Adele sta lì a mostrare una profonda maturità e a dire, pazienza, doveva andare così, si vede. Quello che mi fa sorridere è che, tornando ai giorni della mia adolescenza, back in 1995, la ventunenne che impazzava all’epoca era una canadese, vincitrice di quattro Grammy, che si era fatta notare anche lei per una canzone dedicata all’ex, una canzone di tutt’altro tenore. Una canzone che iniziava con un “Voglio che tu sappia che sono felice per voi due, non vi posso augurare altro se non il meglio” e che, nel corso di poco più di quattro minuti, dimostrava come quell’augurio iniziale non fosse altro che sarcasmo allo stato puro. La situazione era simile a quella di Adele, entrambe lasciate per un’altra, anche se l’ex di Alanis probabilmente non si era sposato, ma le reazioni delle ragazze sono agli antipodi. “Pensi a me quando te la scopi?”, “Lo sa che mi giuravi amore eterno ma che non è stata la morte a separarci?”. Versi come questi ci facevano capire che la ragazza non l’aveva presa molto bene, la separazione, ma al tempo stesso ci facevano immediatamente schierare dalla sua parte (qualche anno più tardi ci avrebbero pensato certe scene di certi film a darci quel gusto di soddisfazione post tradimento e di compartecipazione con lo sventurato protagonista). Perché va bene la classe, va bene lo stile, va bene la superiorità, ma certe volte niente sa essere più eloquente di un sano “vaffanculo”.

Poiché la religione si è dimostrata straordinariamente criminale nell’unico campo in cui l’autorità morale ed etica dovrebbe essere considerata universale e assoluta, penso che abbiamo il diritto di trarre almeno tre conclusioni provvisorie. La prima è che la religione e le chiese sono artefatti umani. La seconda è che l’etica e la moralità sono del tutto indipendenti dalla fede, e non possono derivarne. La terza è che la religione — a causa della pretesa a una speciale dispensa divina per le sue pratiche e le sue credenze — è non so amorale, ma immorale.

Christopher Hitchens, Dio non è grande: Come la religione avvelena ogni cosa

“…e mi raccomando: non tornare a casa con una negra di quelle! Ti puoi divertire quanto vuoi, le puoi usare e lo puoi buttare, ma non portarne una a casa!”

Ci pensavo l’altro giorno, quando su Facebook alcuni cugini canadesi si stavano scambiando messaggi per organizzare il barbecue del primo luglio, un giorno di festa per loro, anzi, il giorno di festa, visto che la ricorrenza prende l’esplicativo nome di Canada Day. La Nuova Scozia, New Brunswick e la Provincia del Canada (quest’ultima suddivisa poi in altre due province) ottenero l’indipendenza dall’Impero Britannico unendosi in una confederazione che diede di fatto il via alla costruzione dello stato odierno del Canada – processo conclusosi solo nel 1982 quando la regina Elisabetta ha rinunciato formalmente a qualsiasi vecchio diritto. Era il primo luglio del 1867 quando queste tre colonie britanniche promulgarono il British North America Act, il midollo dell’attuale costituzione canadase.

Una cosa analoga era accaduta il 4 luglio 1776 con la ratificazione della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti a Filadelfia.

Da noi, invece, non è accaduto nulla di simile; nel senso che anche qui in Italia abbiamo avuto il nostro processo di unificazione, ma non lo festeggiamo. Esiste la festa della Repubblica Italiana che ogni due di giugno ci ricorda che nel 1946 un referendum stabilì che la nuova forma di governo sarebbe stata, per l’appunto, la repubblica, ma non celebriamo il 17 marzo per ricordare che nel 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato re del neo Regno d’Italia. Probabilmente, quando nel 1948 si decise di istituire un giorno di festa nazionale, si preferì mettere da parte tutta la retorica legata anche vagamente alla monarchia ed esaltare gli aspetti diametralmente opposti e con validi motivi (fascismo, leggi razziali, esilio…), ma, a mio avviso, questo ha contribuito a far sì che non si creasse un sentimento di coesione nazionale. Non stiamo tutti a casa dal lavoro o dalla scuola ogni anno ricordandoci che oggi esiste qualcosa che un tempo non c’era e che, almeno sulla carta, dovrebbe accomunarci tutti, da Bolzano a Messina. In compenso ci diamo un gran da fare una volta ogni cinquant’anni e solo in alcune, solite, città: Torino, Firenze, Roma e poche altre. Non è poi così difficile intuire quante porte aperte abbiano trovato partiti che incitassero all’esaltazione di realtà locali, se a livello nazionale non c’è stato uno sforzo per far sentire gli italiani come un unico popolo.

Capisco tutto, eh. Capisco che non sia facile mettersi in discussione. Capisco che la prima volta porti sempre con sè una certa dose di emozione e di timore. Capisco che leggere sia davvero difficile, un’arte, potrebbe affermare qualcuno. Capisco che confrontarsi con due grandi autrici contemporanee sia rischioso. Capisco che vedersi il giorno stesso con il tuo compagno di avventura per provare “un’ora di jam session”, come è stata introdotta dal presentatore, non sia il massimo dell’organizzazione, ché, tutt’al più, devi dare l’impressione che stai improvvisando, non improvvisare sul serio, anche il gesto più spontaneo deve essere studiato a tavolino. Capisco che sei in un auditorium e non nel tuo ambiente naturale davanti ad una macchina da presa e che non ci sia nessuno a mostrarti la strada, a dirti dove stai sbagliando o su cosa puntare. Capisco tutto, eh. Però ci sono dei limiti di sopportazione che dopo i primi cinque minuti era evidente che ci avresti fatto raggiungere facilmente. E ti parlo con il cuore in mano, come uno del pubblico che si aspettava molto dalla serata, come uno che ti ha visto in momenti decisamente migliori, perché, se porti in scena un reading che tu stessa hai deciso di curare, mettici almeno un po’ di passione in quello che fai, cerca di dare un senso a quello che stai leggendo, trasforma le parole in emozioni. D’altrocanto, si presume che quello sia il tuo mestiere. Perché, altrimenti, uccidi letteralmente di noia il pubblico che, è vero, non ha sborsato nulla per assistere alla serata, ma è dotato di memoria lo stesso e, quando si presenterà l’occasione, ci penserà due volte prime di tirare fuori i soldi per la proiezione di un tuo film. Devi cercare di attirare l’attenzione di chi ti sta ascoltando, suscitare l’interesse nel testo che hai in mano, altrimenti alla prima occasione la gente scappa. Ti sei accorta che al tuo ritorno dopo la lettura di “Amore” della Lispector in molti non c’erano più? Non tutti hanno fatto come me e sopportato fino alla fine nella vana convinzione che qualcosa potesse migliorare. In molti hanno smesso di applaudire progressivamente. E c’era anche chi faceva partire l’applauso non appena finivi di pronunciare una sillaba, ma temo fosse nella speranza che la tortura fosse vicino alla conclusione. E le pause? Vogliamo parlare di come hai messo le pause un po’ così, alla cazzo di cane? “…perché – pausa nella quale il mio vicino di posto è andato a prenotare una pizza d’asporto, ha ritirato cinquanta euro al bancomat, ha pagato il fattorino, ha portato il figlioletto a lavarsi le mani, ha ingurgitato due tranci di pizza, ha lasciato la parte con più mozzarella al figlio, ha fatto fare il ruttino al pargolo e si sono rimessi a sedere dopo aver educamente separato il cartone della pizza dall’alluminio della Coca Cola (figlio) e della Sprite (padre) – era cieco.” “Sarebbe – altra pausa nella quale un’allegra signora tutta vestita di viola dalla testa ai piedi, incurante di qualsiasi scaramanzia, ha deciso di fare harakiri correndo al piano di sopra e buttandosi sulla telecamera che riprendeva alternativamente le mani di Paolino e l’ovale d’Isabella F., sbagliando clamorosamente mira e finendo per rimanere impigliata nell’ombrello di uno spettatore disattento che non si era accorto che aveva smesso di piovere da almeno sei ore – stato così.” E degli urletti, buttati così per suscitare pathos, che mi dici? E ancora, a voler essere pugnette: “malèssere”, “piède”, “cièco”, “sèmpre”; vabbè che sei di Piacenza, però. Altrimenti puoi avere anche il testo più bello del mondo o quello più corto, ma fai venire due palle così a tutti lo stesso.

(Venerdì si replica con Claudia G. e rimane la pia illusione o consolazione che Laura M. fosse l’appuntamento da non perdere, ma solo perché lo si è perso.)

“Sai chi fa andare avanti l’economia in questo paese? (Sai cos’è l’economia, vero? Bene.) Sono le donne. Io non spendo più di duecento euro all’anno per tagliarmi i capelli; mia moglie ne spende mille. Che bisogno ha di tagliarsi i capelli tutte quelle volte, dico io? Un uomo va avanti con lo stesso paio di scarpe per un anno; una donna ne compra una ventina. Allora, chi è che tiene in mano l’economia? La donna, esatto. L’uomo deve lavorare per portare a casa i soldi che poi vengono gestiti – cioè spesi – dalla moglie. La crisi, dici? E sai perché c’è la crisi? Perché le donne vogliono il divorzio e poi hanno meno soldi da spendere. Ecco perché c’è la crisi. Se rimanessero in camera da letto, vedrai quanti problemi in meno… Ma tu, tu cosa ne vuoi sapere, tu che sei marocchino. Tu ti sposerai con una del tuo paese, vero? Eh, lo so, non avete le palle per stare con le nostre donne perché le nostre donne non si lasciano mica mettere i piedi in testa da nessuno: se vogliono scopare con un altro, non si fanno mica tanti problemi. Se la sera vogliono uscire con le amiche, non vengono a cercarti il permesso; lo fanno e basta. Ma cosa ne vuoi sapere tu che ti stai per sposare con una marocchina. Che poi lo so come sono i vostri matrimoni, cosa credi? Combinati dal giorno della vostra nascita dai vostri genitori. Cosa dici? Che per voi la famiglia è importante? Cosa c’entra? E’ importante anche per noi, cosa credi, ma non c’entra un cazzo col matrimonio. Chi ti sposi tu? La tua ragazza o suo padre? Con chi scopi tu? Con tua moglie o con suo fratello?”

Il mio meccanico spiega la vita ad un cliente maghrebino.

Visto l’arrivo dell’aria torrida, voglio fare servizio di pubblica utilità e segnalare in anticipo alcune importanti notizie dei prossimi telegiornali.

Innanzitutto sta arrivando, dove non è già arrivato, il caldo ed è buona norma vestirsi di meno, mettere nell’armadio il cappotto dopo averlo accuratamente lavato (alcune scuole di pensiero, tuttavia, sostengono che il cappotto vada lavato una volta tornata la stagione fredda; in genere si decide di affidarsi ai consigli di una progenitrice), indossare capi più leggeri e chiari, evitare indumenti sintetici o, in alternativa, evitare il made in China.

Con il caldo è anche facile secernere un liquido dalle ghiandole sudoripare, tale liquido prende il nome volgare di “sudore”, trattasi altresì di un misto di acqua e sali minerali che, una volta espulsi dal nostro organismo, hanno bisogno di essere reintrodotti. E come fare? Anche in questo caso ci sono svariate scuole di pensiero, la più diffusa delle quali prevede l’introduzione di liquidi nel nostro corpo attraverso l’impiego di uno di quegli oggetti che prende il comune nome di “bottiglietta d’acqua da 500 ml”. Ricordiamo, inoltre, la diffusione di bottiglie contenenti integratori minerali, vendibili anche in forma granulare in farmacia. Si ricorda che la quantità minima di liquidi da introdurre è di due litri al giorno. Valide alternative sono anche la frutta e la verdura di stagione, meglio evitare i fritti e i cibi caldi; le bevande frizzanti e quelle piene di malto dissetano ma gonfiano.

E’ consigliabile anche evitare di uscire dalla propria abitazione nelle ore più calde della giornata, ovvero dalle 11 alle 17, per ridurre al minimo i rischi d’insolazione. In spiaggia o al lago è indispensabile una protezione contro i raggi UVA ed UVB, soprattutto per chi ha una pelle particolarmente chiara.

Il condizionatore e gli altri impianti di areazione devono essere posizionati su di una temperatura non eccessivamente distante da quella dell’ambiente esterno per evitare il cosiddetto effetto mummia. Lo stesso dicasi per il climatizzatore dell’automobile che necessita di periodica ricarica.

Le persone più soggette al caldo sono i bimbi e gli anziani che, in questo periodo dell’anno, tendono a cadere a terra come mele mature. Il consiglio, dunque, è quello di non uscire dal proprio boxer o di rimanere ancorati al salotto del proprio ospizio per una partita a briscola.