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Category Archives: Dieci centimetri

7° Anniversario

Dice che sono sette anni che esiste questa baracca.

Tempo fa mi ero messo a scrivere un post di chiusura.

Diceva che è stato bello finché è durato, che ci siamo divertiti, ma che ora è meglio metterci la parola “Fine” sopra ché tenere aperta una cosa che viene aggiornata ogni morte di Papa non avrebbe molto senso – soprattutto da quando non è più necessario che un Papa muoia per farne un altro. Poi l’ho spostato tra le bozze, infine cancellato (il post, non il Papa, quello quelli sono ancora al loro posto).

Mi sono chiesto spesso perché la voglia di aggiornare il blog sia scemata negli anni, soprattutto dopo i primi tre, dando la colpa una volta alla diffusione dei social network (perché perdere tempo a scrivere un post quando puoi esprimere lo stesso concetto con i 140 caratteri di Twitter? Perché scrivere dell’ultimo romanzo letto se puoi recensirlo su aNobii? Perché mettere un link ad un articolo letto se posso condividerlo su Delicious, citarlo su Tumblr o postarlo su Facebook?), un’altra volta alla mancanza di una tematica specifica di “Piove con il sole”. Qui non c’è una “mission” particolare. Non è un blog dedicato al cinema ungherese o alla musica indipendente maori o alla televisione messicana.

Qui ci sono io con i fattacci miei.

A volte ho (avuto) voglia di condividerli, a volte no. Tutto qua.

Ultimamente racconto di quello che vedo. Mi sembra più interessante di quello che capita. O, almeno, alla fine della fiera c’è un senso logico che nella vita manca. Probabilmente è una forma depressiva che avanza.

Io non lo so se ci saranno altri sette anni qui dentro. Non so neanche se ci saranno altri sette mesi o altri sette giorni, a dire il vero.

Tutto di regalato, insomma.

Secondo le proprietà del file creato per scrivere questo post, avevo iniziato la sua stesura il 31 maggio scorso. L’ultimo aggiornamento è del 3 giugno, quando ne avevo completato quasi la metà. Poi non so di preciso cosa mi sia successo che mi abbia impedito di continuare o, meglio, lo so ma non mi piace parlarne. La verità è che ho avuto paura. Paura di dover affrontare di nuovo tutti gli avvenimenti che sono capitati a me e ai miei concittadini tra maggio e giugno, paura di dover rivivere anche solo con il ricordo quelle esperienze traumatiche. Ci sono state oltre 1.600 scosse tra Emilia, Veneto e Lombardia dal 20 maggio; nell’ultimo mese la quantità è diminuita notevolmente fino ad arrivare a due-tre al giorno, difficilmente avvertibili dalla popolazione. Ma nelle settimane successive al primo terremoto la situazione era diversa. L’intervallo tra scosse di magnitudo tra 4 e 5 era minimo – una quasi ogni venti minuti – ed eri obbligato a rimanere vigile anche di notte con la conseguenza che il livello di stress imposto dal chi va là era notevole. Scrivere, leggere, guardare racconti dal terremoto non è stata un’opzione per molto tempo. Ho anche declinato l’offerta di partecipare a TerreMOti racconto, un blog collettivo che dà spazio alle voci di chi ha vissuto il terremoto. Questo perché ho iniziato a leggere i post dalle terre terremotate solo un paio di settimane fa, dopo averli salvati in una cartella tra i segnalibri del browser ed aver fatto finta che non esistessero per oltre un mese. Immagino che il passo successivo a questo post sia quello di eliminare l’INGV dai miei following su Twitter.

Questa, intanto, è la mia personale cronaca dei giorni tra la notte del 19 maggio e il 2 giugno.

Giorno uno
Quando ti capita di andare a letto tardi poi diventa difficile prendere sonno. Sono appena passate le due quando ti metti a letto con la musica nelle orecchie nella speranza che possa conciliare il sonno. E’ sabato notte. E’ stata una lunga giornata. Prima le notizie dell’attentato in una scuola di Brindisi poi una lite con tuo cognato hanno scandito il passare delle ore. Comunque, alle quattro stai dormendo e ci metti un po’ a prendere coscienza di quello che sta accadendo, a comprendere che il rumore che senti non è la cassa del brano sull’iPod ma quello delle pareti che si stanno muovendo, dei piatti che si scontrano l’un l’altro, dei quadri che picchiano sui muri, delle ante dell’armadio che si stanno aprendo. All’apice del terremoto ti trovi sotto un muro portante. E aspetti. Non sei particolarmente spaventato, non perché sei un eroe, ma perché hai fiducia. Fiducia nel fatto che il tuo condominio sia stato costruito bene, fiducia nel fatto che l’edificio abbia retto ad altri terremoti in passato, fiducia nel sapere che non è il primo terremoto che affronti e che non sarà l’ultimo. Dopo un rapido giro di telefonate e dopo aver appurato che stanno tutti bene, vai a bere un bicchier d’acqua e accendi la televisione. In quel momento vedi la tua gatta correre dalla sala diretta verso la camera per nascondersi sotto al letto, in una sequenza velocissima. Fai zapping continuo tra i canali d’informazione e quelli locali, ma soltanto mezz’ora dopo RaiNews darà la notizia. Magnitudo 5.9. Epicentro Mirandola. Poco più di trenta chilometri da casa tua. In seguito scoprirai che ci sono stati almeno cinque terremoti intensi, uno dopo l’altro. Nel frattempo ti colleghi a Twitter e ti accorgi che il segnale del wifi arriva a scatti. Accedi con la rete mobile. Hai following da Milano, da Verona, da Brescia e da Genova che hanno sentito le scosse. Ti limiti a scrivere un “PUTTANA EVA” per il momento. Bevi un bicchiere del nocino di tua madre. Il nocino di tua madre è puro alcol. Il nocino di tua madre ha non sai quanti anni perché nessuno vuole mai bere tutto quell’alcol, nemmeno tu. Il nocino di tua madre va giù che è un piacere questa mattina. Su Canale 5 danno “The War at Home”. Pensi che “The War at Home” sia una sitcom troppo sottovalutata e che l’adattamento italiano sia stato fatto male. Pensi che pensare ad una sitcom del cazzo invece che all’esperienza appena vissuta significa averla presa bene. Sono le 5:02 quando arriva un’altra scossa molto forte che ti riporta con i piedi per terra. Un grado in meno rispetto a quella delle quattro, anche la durata è inferiore. Il cortile inizia a riempirsi di vicini e tu che abiti all’ultimo piano e che hai sempre saputo che dopo un terremoto non bisogna mai prendere le scale o l’ascensore ti sdrai sul divano. Verso le sei vai a letto, ma non riesci a prendere sonno. Inizia ad albeggiare. Era la prima volta che lasciavi aperta la finestra di notte dall’arrivo della primavera. Alle otto squilla il telefono. E’ una parente che ha appena sentito il telegiornale.
Il comune aveva organizzato la notte bianca per quel sabato, riducendo poi le iniziative in parte per rispetto della morte di Melissa Bassi. Non c’eri andato. Non potevi immaginare che avresti passato lo stesso la notte in bianco.

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Giornata di sole.

A Padova c’era il sole, a Modena mi hanno detto che ha piovuto per buona parte del tempo come a Bologna, a giudicare dalle pozzanghere.

Gita fuori porta.

In treno, un Frecciargento pieno come un uovo, ho conosciuto una signora californiana smaniosa di raccontarmi la storia della sua vita. In viaggio con il marito, una coppia di amici e una vecchietta di cui non ho ben compreso i rapporti di parentela/amicizia con il resto del gruppo e il cui unico interesse era quello di leggere i quotidiani sull’iPad, la signora mi ha raccontato di essere in Italia da quasi due settimane con la scusa di andare a trovare il figlio del marito, studente di medicina a Firenze. Ma a Firenze son rimasti ben poco. “Il bello dell’Italia – mi ha confessato piena di euforia – è che in un paio d’ore sei in un’altra città bellissima. Parti e BAM! due ore dopo sei a Posillipo. Parti e BAM! sei alle Cinque Terre. Parti e BAM! Venezia. Parti e BAM! Svizzera. Parti e BAM! Malta”. In tutti i posti che hanno visitato hanno noleggiato una macchina per spostarsi e la signora era molto divertita dal fatto che il marito avesse guidato tutto il tempo mentre lei dormiva nei sedili posteriori, quello che la divertiva di più era che, soprattutto a Posillipo e in Liguria, le strade fossero particolarmente impervie e strette ma lei dormiva sonni tranquilli perché il marito “sa guidare bene”. Quando sono sbarcati a Malta e hanno realizzato che la guida era a destra l’allegra californiana ha esclamato in fibrillazione: “Un’altra sfida per mio marito!”. “Fuck yeah”, stavo per aggiungere.

Padova è carina; la sensazione è che urbanisticamente le cose più interessanti siano spalmate ai quattro angoli della città quando potrebbero essere raccolte in pochi metri. Grandi spazi aperti, insomma, anche nel centro cittadino. Un’altra sensazione è che la città non sia particolarmente tourist friendly: il Duomo era chiuso per mezza giornata, la mostra su De Chirico era chiusa di lunedì (una scelta che avrebbe potuto subire una deroga considerando il ponte e il conseguente afflusso di gente), per non parlare dei commercianti che o ti raccontavano della crisi che stanno affrontando o si stampavano sulla faccia il muso più lungo che avevano e, ogni tanto, riuscivano a biascicare un “Salve”. La Basilica di Sant’Antonio ha il suo fascino anche se l’ho trovata un po’ troppo barocca per i miei gusti e non mi riferisco solo allo stile architettonico ma anche alle bancarelle che vendono ceri con l’effige del santo, al negozietto di articoli religiosi dentro la basilica, alla vendita di dolci locali sempre in un ambiente all’interno della Basilica, alla maschera che invita i turisti a guardare le reliquie con maggiore velocità. Di fronte ad una reliquia ho esclamato: “E’ un po’ come conservare un fazzoletto usato da Jon Bon Jovi!”. Alcuni turisti mi avrebbero volentieri fulminato, a giudicare dai loro sguardi di disapprovazione.

Giornata di sole.

Accompagnato Cugino in stazione. Devo ammettere che la sua partenza mi ha lasciato più melanconia di quanto pensassi. Forse perché c’era la consapevolezza che passeranno altri anni prima di rivedersi ancora, forse perché i tempi in cui eravamo giovani e spensierati sono finiti da un pezzo, forse perché è solo uno che sa come adattarsi in ogni situazione ed è una piacevole compagnia. Vabbè, si torna alla normalità. Qualsiasi cosa voglia dire.

Giornata di sole e di vento.

Mai Festa della Liberazione fu meno sentita di oggi. Ho avuto una ricaduta e sono rimasto a letto buona parte della giornata. Quando mi sono deciso ad alzarmi e a farmi una doccia il telefono ha iniziato a squillare come se non ci fosse un domani.

Cugino era da Sorella sia a pranzo che a cena, almeno si è evitato di beccarsi l’influenza ed io ho evitato di fare scene drammatiche (a sorpresa mi sono accorto che, anche nei picchi della convalescenza, continuo a ripetere “Sto bene, non ho nulla” a chiunque me lo chieda, anche se devo ammettere che “Mai confessare le proprie debolezze anche quando palesi” è una costante della mia vita).

Nel pomeriggio altre partite, ma davvero ne fanno così tante durante la settimana?

In serata ho acceso il computer dopo qualche giorno di inattività. Su Facebook qualcuno mi ha fatto gli auguri per l’onomastico e, nonostante volessi rispondere dicendo che non me ne frega nulla di un nome, oggi si celebra la libertà ritrovata del mio Paese, mi sono limitato ad un sintetico “grazie”.

Giornata di sole.

Visita al parco Ferrari. Cugino è rimasto divertito dalla notizia che avessero rubato i busti dei piloti al parco e voleva verificarne l’assenza di persona. Poi si è lamentato dell’incuria del parco, dell’erba alta, dei cani e dell’occasione sprecata.

In serata cena da Sorella con Allegra Famiglia Riunita. Sorella ha preparato le tigelle ma non ho mangiato molto. In compenso mi sono buttato sul Lambrusco, scoprendo che ne reggo molto di più di quello che immaginavo. L’antibiotico sta facendo effetto in questi giorni, ora l’unico sintomo che mi è rimasto è un raffreddore da fieno. Ho contato che sto prendendo cinque tipi di medicinali diversi. Poco cibo, alcol a go-go, farmaci come se piovesse. Il mio fegato mi sta facendo ciao ciao con la manina in questo momento. Ennesima partita in tv, non so come ma sono arrivato alla fine della serata.

Ah, nel pomeriggio mi hanno inculato. Ero fermo al semaforo con Cugino. Stavamo andando a prendere da bere per la serata (nota a margine: mai andare al supermercato un prefestivo per comprare due cose in croce, troppa fila, non ne vale la pena), quando una macchina che cercava di spostarsi nella corsia a sinistra ci ha sorpassato, ma ha preso male le misure. Il vecchietto che è sceso era tutto rammaricato e si sentiva visibilmente in colpa al punto che stavo per chiedergli scusa io (non è vero, dopo che mi ha lasciato i suoi dati, mi sono affrettato a copiare il suo numero di targa). Dopo Cugino mi fa, “Pensa se il ritardo che ha causato quel vecchietto avesse impedito che ci scontrassimo con un camion nell’incrocio successivo” ed io ho risposto con un “Pensa se quel ritardo fosse la causa di un incidente con un camion nell’incrocio successivo”. Ah, l’ottimismo, Gianni.

Giornata di sole.

Mi sono accorto che porto i parenti in visita sempre negli stessi posti: Palazzo dei Musei, chiesa di Sant’Agostino, Duomo, Ghirlandina, Comune, Sinagoga (di fuori), Palazzo Ducale (di fuori), chiesa di San Domenico (con annesso scheletro di beato), Tempio, Giardini Pubblici, Galleria Civica (con fermata al bar ma solo perché quello dei Giardini era in ristrutturazione), Pomposa, Foro Boario. A ‘sto giro ho aggiunto la mostra in Galleria Civica (ad ingresso gratuito fino al 10 giugno) che raccoglie fotografie di artisti più o meno famosi (Picasso, Dalì, ma anche Lennon e Yoko Ono) e una scappata nella chiesa di San Giorgio nella quale non entravo da oltre dieci anni ma di cui conservavo un buon ricordo. Pessima memoria, quella chiesa è una pippa.

Naturalmente, tra una passeggiata e l’altra, lo sport preferito è stato quello di sparlare dei parenti. Ho notato una sottile differenza di approccio tra il mio e quello di Cugino: uno tende ad adattarsi e a trovarsi bene con chiunque, l’altro sta bene quando i parenti sono lontani. Indovina un po’ quale dei due è il mio? Inoltre, ho realizzato che è dal 2005 che non vado a trovare i miei parenti e devo confessare che non ne sento la necessità. Brutta, brutta persona che sono.

Giornata di sole.

Vista l’influenza, Cugino non avrebbe potuto scegliere momento peggiore per farmi visita. E sembra anche intenzionato a fermarsi per un po’.

Grande appassionato di calcio – e grande scommettitore – Cugino ha voluto seguire tutte le partite della giornata, cosa che personalmente non faccio mai considerata l’enorme noia che suscita in me il calcio. La domanda più ricorrente da parte mia è stata, “E noi per chi tifiamo in questa partita?”, naturalmente nei momenti in cui non russavo spudoratamente sul divano. L’occasione si è mostrata favorevole per assistere in diretta ai fatti di Genova, dove un paio di tifosi hanno deciso di interrompere la partita finché i giocatori di casa non si fossero tolti la maglia, giudicati indegni di indossarla dai tifosi stessi. Dalla Cabello sostenevano che i tifosi impedissero ai giocatori di uscire dal campo, Cugino, che seguiva una diretta sul web, sosteneva che non ci fosse nessuno a bloccare l’uscita, io mi chiedevo come mai non avessero ancora tirato fuori gli idranti per fare uscire i calciatori. Sarei stato un pessimo ministro dell’Interno. Dopo un po’ di guardamose neji occhi, i giocatori del Genoa hanno iniziato a togliersi la maglia. Uno a uno, tranne Sculli. Al che, con un’inaspettata dose di campanilismo, ho sentenziato: “Sculli ha iniziato giocando con il Modena”. “Sculli è di Africo”, mi ha zittito Cugino. In serata c’è stata un’altra partita. L’ho mandato da Sorella.

Giornata di sole.

Notte piuttosto agitata. Su Cielo hanno dato un documentario all’interno dell’iniziativa Free Pass, un weekend di programmazione di contenuti esclusivi di Sky, tre giorni di “ti faccio vedere cosa ti perdi se non fai subito l’abbonamento alla tv satellitare”. Il documentario sosteneva la tesi che gli angeli di biblica memoria fossero in realtà alieni scesi sulla Terra per insegnare all’uomo una nuova tecnologia e che gli autori della Bibbia non fossero capaci di descrivere correttamente le astronavi che utilizzavano questi alieni per il semplice fatto che non ne avevano mai vista una. Mi spiace, Sky, ma a ‘sto giro non mi hai convinto.

Mattinata all’insegna del nervosismo. Verso l’una mi sono deciso ad andare a letto senza toccare cibo.

Mi sono svegliato alle cinque e, non so come, mi sono trascinato dalla guardia medica. C’erano una segretaria e due dottoresse, una nello studio, l’altra nella sala d’attesa. Quest’ultima stava fumando. Non l’ho vista ma i miei sensi di ragno affinati dal raffreddore e dalla tosse me l’hanno fatto capire chiaramente. Mi ha visitato l’altra e mi ha prescritto un antibiotico, un farmaco talmente abusato che il governo ha dovuto creare uno spot per scoraggiarne l’uso e tu, caro il mio medico di base, non pensi di prescrivermelo ma ti limiti a dirmi di non prendere freddo? Spesa l’ora successiva alla ricerca di una farmacia aperta, l’aria era calda e il vento che soffiava mi ha fatto apprezzare il fatto di aver indossato una giacca nonostante stessi sudando freddo.

Fuori da un negozio di dischi c’era una folla ma non era gente in fila che voleva entrare, tra quelle persone ho riconosciuto la proprietaria del negozio che chiacchierava amabilmente del più e del meno. Mi sono ricordato che oggi era il Record Store Day, peccato, avrei fatto volentieri un giro a Bologna con la scusa di cercare vinili che non avrei mai comprato.

Giornata di – indovina un po’? – pioggia.

E’ strano come in sala d’attesa dal dottore ci siano sempre le stesse tipologie di persone.

C’è il ragazzetto sbarbato al quale squilla il cellulare non appena seduto. Naturalmente senza vibrazione ma con una vistosa suoneria tamarra al massimo del volume che continuerà a diffondere fastidiosi suoni bassi finché il legittimo proprietario non sarà uscito dalla sala d’aspetto per rispondere nell’androne del palazzo/nel pianerottolo/in strada. E proprio mentre tu stai per sospirare ringraziando chissà quale divinità che il ragazzo abbia avuto l’accortezza di allontanarsi per parlare al telefono (diversamente da come avviene in qualsiasi scompartimento di treno), ecco che il giovincello si mette a urlare al suo misterioso interlocutore per un imprecisato numero di minuti. “Pronto! Come stai? Da quanto tempo! E tua madre come sta? Da quanto tempo! E tua sorella? Come sta? Da quanto tempo!”

C’è la vecchietta che, nonostante il bastone, nonostante l’artrosi, nonostante l’unico decimo di vista rimasto, nonostante i denti d’oro, ci sente e sa parlare benissimo. Ha anche una sua frase ricorrente, in genere qualcosa contro l’attuale governo, che ripete come un mantra e che infila dentro alla conversazione non appena uno dei suoi interlocutori fa una pausa per prendere fiato. “A fare quello che ha fatto quel Monti lì sarei stata capace anch’io, eh!”

C’è il vecchietto che, non importa quale sia l’argomento di discussione, lui ti parlerà sempre e solo del motivo per cui si trova in una sala d’attesa dal medico.
“Sentito dei leghisti che urlavano “Roma ladrona” e poi è venuto fuori che rubavano anche loro?” “Eh, non lo dica a me che non ho tutti quei soldi che hanno loro ché, se li avessi, mi pagherei l’operazione al ginocchio in una clinica di lusso! Vede qui? Qui una volta era tutta cartilagine, ora… BUM! Non c’è più nulla e mi tocca aspettare che la mutua mi chiami. Quelli lì, invece, hanno tutto spesato con i nostri soldi!”

C’è quello che, non importa di cosa si stia parlando, la causa di tutti i mali sono sempre e soltanto gli immigrati. E per “tutti i mali” non s’intende solo mafia, violenza, droga, aumento delle tasse, scritte sui muri, crepe nel soffitto, piccioni cagatori, fila alla posta, ma anche e soprattutto mali legati alla salute. “Sono scivolato per terra perché un albanese dall’altra parte della strada mi guardava di traverso e mi sono messo a correre prima che mi facesse del male, così mi sono rotto il bacino! E poi quello straniero là ha provato a sfilarmi il portafoglio con la scusa di tirarmi in piedi, ma non gliel’ho mica lasciato fare, sa? E quando ha chiamato l’ambulanza, crede che non abbia capito perché l’ha fatto? Per crearsi un alibi per non farsi accusare da me!”. In genere, il soggetto in questione s’ammutolisce completamente al sopraggiungere di un paziente di colore nella sala attesa. Uno alto e grosso.

C’è il tipo che ce l’ha con il politico. Questi, in realtà, viaggiano in coppia: c’è il tipo che ce l’ha con il politico di centrodestra e c’è il tipo che ce l’ha con il politico di centrosinistra. Nessuno dei due si preoccuperà mai di ascoltare l’altro, in compenso si urlanno contro le peggio cose rinfacciandosi scelte politiche avvenute dai trenta ai quaranta anni fa, ché il tipo in questione ha superato l’ottantina da un bel po’. A volte, capitano situazioni come quella di oggi, in cui i due tipi si ritrovano a prendersela con “il ladro di Bergamo e la sua cumpa di amiconi”. E non si sa cosa sia peggio, quando litigano sulle cause della caduta del muro di Berlino o quando trovano terreno comune nel benedire la caduta del Trota.