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Category Archives: Giusto per farmi i fatti tuoi

Giornata di sole.

Dice che Robbie Williams ha annunciato sul suo blog che diventerà padre tra qualche mese scrivendo “We had sex! It works!” (tutto rigorosamente in caps lock).

Dice che Daniela Santanchè sarebbe incinta di Alessandro Sallusti (sulla base di cosa non so, sembra sulle foto che ritraggono i due mentre si baciano al parco… Un libro di biologia for dummies, no?).

Pensa che figata sarebbe se anche Sallusti facesse un editoriale sul Giornale intitolandolo “Abbiamo fatto sesso! Funziona!”, ma è meglio tenere le aspettative basse.

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“Our psychological state allows us to see only what we want/need/feel to see at a particular time. What five words do you see?” past, orgia, flesh, kiss, naked. (via)

Il disegno di legge sul testamento biologico, così come è formulato, è una vera e propria presa in giro, un modo per dare un contentino a chi chiedeva una legislazione specifica in materia e, al tempo stesso, un modo per far sì che non cambi nulla de facto.

Per cominciare, la validità di tre anni non è giustificabile. Il testamento per antonomasia, quello dei beni personali, “vale” finché non ci sia un nuovo scritto che escluda il precedente, il che semplifica la procedura, si fa una volta per tutte – salvo ripensamenti – e non ci si deve più occupare della questione. “Ti togli il dente e sei a posto”, direbbe mia madre. Nel caso del testamento biologico, il limite di tre anni nasconde aspetti molto subdoli. Prendiamo il caso di Caio che, a gennaio, si rechi da un notaio con il suo documento, regolarmente firmato dal medico curante, e lo depositi. Supponiamo ancora che a marzo al nostro Caio venga diagnostica una malattia degenerativa che, nell’arco di pochi anni, lo porterà alla completa perdita dell’autosufficienza fisica e mentale. Caio aveva espresso un’opinione validando un testamento biologico tre anni prima, un’opinione che a questo punto della sua vita necessita di essere riconfermata o cambiata radicalmente. Ma Caio non può alzarsi dal suo letto e non può neanche esprimere un parere. Che fare, allora? Magari il nostro Caio, uomo previdente, ha pensato bene di nominare un fiduciario, Tizio, che porti avanti le sue scelte. Il ddl prende in esame anche questa possibilità e dice che sì, Caio ha diritto ad avere una persona che faccia da garante delle indicazioni dell’atto da lui regolarmente registrato prima di ammalarsi. Il ddl, però, è molto democratico: offre a Caio una possibilità, ma lascia aperta una porta anche a Tizio, ovvero non lega Tizio a nessun vincolo; se vorrà rispettare il testamento biologico dell’amico Caio, libero di farlo, in caso contrario, libero uguale. A lui – e solo a lui – spetta l’ultima parola sulla vita dell’amico, non importa come Caio si sia espresso a riguardo. Se per convinzioni personali, religiose o etiche del fiduciario, le scelte del depositario non fossero ritenute idonee o consone alla propria morale, il fiduciario potrà dire: “Fermi tutti, quello che ha deciso il mio amico a proposito del suo corpo e della sua vita è irrilevante, qui comando io”. Dio? Chi è costui?

L’alimentazione e l’idratazione artificiali, infine, sono considerate “forme di sostegno vitale”, di conseguenza la loro mancanza non può essere presa in considerazione nel momento di redazione di un testamento biologico. Bloccare l’alimentazione di Eluana Englaro, ad esempio, non sarebbe tecnicamente possibile, sarebbe considerato alla stregua di toglierle la vita (!). Il sondino che la tiene artificialmente ancorata alla vita sarebbe una condizione irrinunciabile, alla quale nessuno potrebbe opporsi neanche in pieno possesso delle proprie facoltà psicofisiche. Il tuo corpo non reagisce agli stimoli esterni? Il tuo apparato fonatorio non è più in grado di formulare una frase di senso compiuto? Il tuo cervello ha smesso di svolgere qualsiasi attività? Le tue gambe non muovono un muscolo? Non importa; un sondino si occuperà di somministrarti un surrogato del cibo e dell’acqua dei quali non riesci nemmeno a ricordare i sapori, perché il tuo corpo non ti appartiene più e, a quanto pare, neanche le tue idee hanno poi molta importanza.

Ricordo che Il paziente inglese non finiva più. Lì, tra la convalescenza di Fiennes e le cure dell’infermiera Binoche – che per me resterà sempre la nuora/amante di Jeremy Irons – ho patito uno dei momenti di maggiore noia di tutta la mia vita cinematografica, paragonabile solo a Il paradiso all’improvviso di pieraccioniana memoria. Il che è tutto un dire.

Ritorno a Cold Mountain mi sono rifiutato di vederlo a priori, nonostante la Kidman; un polpettone storico-sentimentale, figuriamoci. Non ho mai visto nemmeno Via col vento, almeno, non dall’inizio alla fine.

Il talento di Mr. Ripley, invece, mi è rimasto impresso per dei mesi. E non per l’interpretazione naive di Fiorello, della quale, all’epoca dell’uscita del film, si fece un gran parlare per poi lasciare il pubblico interdetto di fronte alla scoperta che la fatidica scena in questione durava appena cinque minuti (cinque minuti ben concentrati, tra l’altro, nei quali un Fiorello dal caschetto ribelle cerca di portare via il microfono ad un allampanato Matt Damon), no, non per questa.

Ma perché, a me, le storie di “pazzi ben organizzati” son sempre piaciute.

“Pronto, sono Irene di Infostrada, potrei parlare con la signora ***?”

“Perché lei vuole parlare con la signora *** se l’intestatario della linea Infostrada sono io?”

“Ah, lei è già nostro cliente?”

“Sì.”

“Ah, allora la ringrazio.”

“…”

“Ma continua a pagare anche il canone Telecom?”

“No.”

“Allora grazie, eh!? E buona giornata.”

Click.

Non so se sia più irritante l’insistenza con la quale i media fanno sapere a tutto il mondo che Sarkozy si accoppia con la Bruni o la relativa lista dei chi (francese) è stato con chi (italiano barra a).

C’era una volta un re.

Il re in questione non era diventato tale per diritto di nascita; il padre, infatti, era un umile contadino. Il re di questa favola aveva faticato duramente per riuscire a porre, da solo, le basi di quello che sarebbe stato considerato (da lui per primo) il più florido regno della sua epoca.
Allevato da una famiglia semplice, ma di sani principi, generosa, ma non stupida, rigida, ma sensibile ai bisogni dei figli, il nostro re venne educato al rispetto e al sacrificio, intesi come strumenti attraverso i quali raggiungere i propri obbiettivi e coronare i propri sogni. Ciò nonostante, il futuro re, fin da piccolo, aveva sviluppato una particolare predisposizione per le situazioni al limite dell’ambiguo; in cuor suo, il ragazzo sapeva che le sue scelte non sarebbero state approvate dai genitori e, soprattutto, si rendeva conto che le sue infelici azioni avrebbero finito per essere la causa della sua stessa fine. A dire il vero, però, all’epoca il giovane non si curava molto delle conseguenze dei suoi atti, il successo era la sua unica preoccupazione, il successo immediato, in particolare. Read More »

Che poi uno si chiede: ma come deve essere toccare una tetta con una mano bionica?

E farsela toccare?

I motivi per i quali trovo ridicola la manifestazione organizzata per il prossimo sabato, il cosidetto Family Day, sono svariati.

Innanzitutto considero fazioso parlare di “famiglia naturale” in relazione alla situazione uomo e donna sposati e con figli: il matrimonio, come lo consideriamo oggi, non è sempre esistito e non sempre in questa forma (nell’Antica Grecia, per esempio, era considerato “normale” che le ragazzine alla prima mestruazione fossero date in spose ad uomini che spesso avevano il doppio dei loro anni, se non di più; oggi, giustamente, si parlerebbe di pedofilia); inoltre, in natura, il matrimonio non esiste, gli animali si accoppiano e, a seconda della specie, abbandonano il nido coniugale o si occupano dell’allevamento della prole per i primi anni di vita. Solo l’uomo ha inventato l’istituzione matrimoniale e le ha dato un valore spirituale e sociale.

Fazioso è anche il voler sostenere che la famiglia formata da due persone dello stesso sesso non sia “naturale”: sempre in natura esistono pinguini omosessuali e lucertole transgender.

Se prendiamo in esame il manifesto del Family Day si trovano delle frasi molto opinabili.

Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa.

L’autore del testo sembra voler sottolineare come la capacità di educare i figli secondo regole civili, morali e religiose, sia una prerogativa di genitori legati da un matrimonio e basterebbe citare, a questo proposito, tutta la popolazione di un carcere di una qualsiasi città italiana per screditare tale affermazione: i carcerati non sono forse dei figli (nel 99% di genitori regolarmente sposati) che hanno deliberatamente deciso di non seguire regole civili, morali e religiose pur di conseguire i propri obbiettivi? Devono essere colpevolizzati i genitori delle scelte scapestrate dei figli? Assolutamente no, altrimenti dovremmo mettere sotto processo quelle mamme e quei papà che non sono stati in grado d’insegnare ai loro figli cosa è giusto e cosa non lo è, cosa è civilmente, moralmente e religiosamente accettabile.

A proposito delle coppie di fatto, si legge:

Le esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato costituzionale.

Ma anche il matrimonio non ha forse un “profilo essenzialmente privato”? A parte il riconoscimento, attraverso il valore legale di un apposito contratto, lo Stato non interviene nella vita coniugale, non stabilisce quanti figli una coppia deve mettere al mondo o quale forma di educazione debba essere data loro, non sceglie la formazione scolastica dei bambini, non decide se la moglie debba fare la casalinga o meno, non impone un determinato lavoro alla coppia.
Riemerge il classico preconcetto legato alle coppie di fatto secondo il quale sarebbe una forma di unione che non impone responsabilità, che lascia assoluta libertà alle due parti, ma, se una persona vorrebbe mantenere un’assoluta libertà, perché mai dovrebbe decidere di andare ad abitare con un’altra persona? Perché condividere gioie e dolori, personali ed economici, se non si desiderasse costruire un qualcosa insieme?

Qualora venisse approvata una legislazione sulle unioni di fatto, cos’avrebbe da temere una buona coppia cattolica? Se Adamo ed Eva non riconoscessero se stessi e le loro idee in un Dico, qualcuno li obbligherebbe a sottoscriverlo? Non avrebbero nulla da temere, potrebbero rimanere fedeli alle loro scelte e seguire il loro cammino. Ci sono tante leggi che non riguardano direttamente i due sposi, eppure continuano a vivere in assoluta tranquilità, senza scendere in piazza a manifestare.

Inoltre, la famiglia “tradizionale” non si sgretolerebbe se fossero riconosciuti alcuni diritti agli omosessuali: che ci siano o non ci siano tutele giuridiche, le coppie gay esisterebbero (ed esistono) lo stesso, se vogliamo essere provocatoriamente precisi, sono già un attacco alla salvaguardia della specie umana; il non voler riconoscere loro dei diritti di fronte alla legge è solo un modo virulento ed ipocrita di negare la loro esistenza.

Personalmente, sto pensando di recarmi a Roma per il concomitante Orgoglio Laico, ma devo vedere se riesco a liberarmi da altri impegni (se qualcuno fosse interessato, si faccia avanti ché mi libero più volentieri), di sicuro, alle nove e mezza dell’undici, accenderò un cero sul davanzale.

E’ una realtà universalmente riconosciuta che i figli del ’68 debbano essere completamente sprovvisti del dono dell’organizzazione.