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Category Archives: Guarda chi si vede

SIGLA:

Indeciso se scrivere o meno della serata d’apertura di Sanremo, stavo pensando che il momento più riuscito sono stati i primi venti minuti. Quelli in cui due operai salgono su un traliccio del teatro e minacciano di buttarsi se Fazio non leggerà la loro lettera. È a quel punto che il conduttore decide di non trasformare quel momento in tv del dolore. Non si mette ad accarezzare i due, a dir loro «Va bene, ma adesso scendete prima di farvi del male», non si mette a fare l’eroe della situazione, ad arrampicarsi verso i due disperati, a mettere in primo piano la loro sofferenza. È a quel punto che il conduttore decide di non essere la vittima della situazione. Non si lascia trascinare dagli eventi, non lascia che la protesta di due operai diventi protagonista – certo, non più di quanto già non sia -, mette in dubbio la loro storia («Io non ho modo di verificarla»), si limita ad una parafrasi della lettera e la legge per sommi capi solo dopo l’esibizione di Ligabue. Non solo, ma rivolge a quei due operai delle parole che sembrano essere state preparate per un eventuale confronto con Grillo che aveva annunciato che sarebbe salito sul palco. Siamo qua per divertirci e per distrarci dai problemi di tutti i giorni, non è questo il posto adatto per affrontare temi politici, al via la gara, dice in sostanza. Ecco, se il momento più riuscito, quello in cui Fazio ha mantenuto il controllo della situazione per tutto il tempo (e quello che ha lasciato più dubbi irrisolti: come hanno potuto due disoccupati permettersi il biglietto del Festivàl? come hanno fatto a salire sui tralicci senza che nessuno se ne accorgesse? la security è stata pagata? c’era la security?), è l’unico improvvisato, forse c’è qualcosa che non va nel Festivàl. O forse c’è qualcosa che non va nel mio gusto personale, visti i risultati d’ascolto.

Perché, il resto del Festivàl, la parte scritta, sa di un déjà vu disarmante.

A partire da quel «Sanremo e Sanromolo» d’apertura in cui Pif ripropone il format de “Il testimone” versione Sanremo (la prima edizione de “Il testimone” è del 2007 e c’è stata anche una versione al cinema), passando per Ligabue che celebra un cantante morto quindici anni fa con una canzone di trent’anni prima, arrivando a Raffaella Carrà, una signora di settant’anni, che canta e balla – senza avere nulla da invidiare alle ventenni che la circondano, tra l’altro – il suo successo del 1983. Senza tralasciare Yusuf Islam – che viene chiamato “Yusuf Cat Stevens”, anche se ha adottato il nuovo nome dal 1977 – che commuove la platea e fa alzare tutti in piedi con una canzone sua del 1970 e, prima, con una canzone non sua del 1967 (o era forse un modo del Festivàl di ricordare Castagna?). Ma, soprattutto, c’è stato quel momento imbarazzante e infinito con Laetitia Casta. Quello in cui si sono giocate tutte le carte giocabili: il primo incontro dopo anni, l’occasione sprecata di chissà quale amore romantico, la dichiarazione, la sostituzione a sorpresa di Casta con Littizzetto, Casta che canta in italiano, Fazio in francese, Fazio con lupetto nero da esistenzialista, Fazio con l’impermeabile, Fazio che canta canzoni stracciamaroni francesi, Casta che ribatte con un “ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai?”. No, ma parliamone. Parliamo di come ci sia stato un gruppo d’autori che sia seduto a tavolino e abbia detto: «Bene, abbiamo un ospite francese, facciamo un po’ il punto di tutti i cliché sulla Francia che ci vengono in mente e poi facciamola cantare ché a Sanremo si viene per cantare». Che è esattamente quello che fa Barbara d’Urso ogni pomeriggio. Quando ha dovuto intervistare il belloccio de “Il segreto” si è armata di rosa rigorosamente rossa tra i capelli, di ventaglio, di un abito rosso e nero da ballerina di flamenco, e di “esse” alla fine delle parole e via a chiedere al tizio in questione qualche dettaglio della sua vita sessuale. E, allora, magari uno (io) si aspetterebbe di vedere qualcosa di diverso al Festivàl. Attesa delusa.

Infine ci sono state anche quattordici canzoni in gara presentate da sette cantanti che si sono inseriti nel contesto sanremese adattandosi perfettamente, ognuno portando la copia di se stesso. C’è Arisa che canta di un amore finito male e perde qualche nota, c’è Frankie Hi-Nrg che, passati i quaranta, continua ancora a fare il quindicenne tutto maglietta e reggaeton, ma la pancia lo tradisce, c’è Ruggiero che dà fiato alla lirica, c’è Gualazzi al piano e il coro gospel di “Like a Prayer” alle sue spalle, c’è De André (figlio) con un ritornello in genovese, ci sono i Perturbazione che cantano le uniche due canzoni decenti della serata e quella che non passa è la mia preferita (sì, anch’io sono un cliché vivente, tanto piacere) e c’è l’ennesima versione di Giusy Ferreri che non ha ancora trovato la sua strada. Non ti preoccupare, Giusy, capita.

Nella scena più famosa di “Pulp Fiction” Tarantino mette in un ristorante a tema anni 50, circondato da memorabilia dell’epoca, tra tavoli a forma di Chrysler e una sosia di Marilyn, Travolta che partecipa ad una gara di twist con Uma Thurman. John Travolta, 1954, attore e ballerino ne “La febbre del sabato sera” (1977, John Badham) e soprattutto in “Grease”, film di straordinario successo dell’anno successivo, diretto da Randal Kleiser, tratto da un musical di altrettanto successo, ambientato nella California del ’59. Tarantino prende un locale che celebra gli anni 50 e tra una reliquia e l’altra v’inserisce una reliquia vivente che fa esattamente quello che ti aspetti da lui: balla. O meglio: cerca di muovere il corpo a ritmo con la musica del locale. Perché quello che sta ballando non è né Tony Manero né Danny Zuko, quei due sono destinati a rimanere eterni ragazzini, Vincent Vega al contrario è un quarantenne con la pancetta e dei capelli ridicolmente lunghi, è uno che non ha concluso molto dalla vita, uno che deve fare da baby sitter alla moglie del capo ed accontentare ogni sua sciocchezza, compresa quella di vincere una stupida gara di ballo.

Ne “La grande bellezza” Sorrentino fa qualcosa di simile. Nella scena della festa iniziale c’è Serena Grandi che interpreta Lorena.

«Chi?»
«Lorena. Ex soubrette televisiva, adesso in completo disfacimento psico-fisico.»

Serena Grandi, 1958, ebbe un enorme successo negli anni 80, la prima maggiorata del cinema italiano, celebrata persino nella sigla di “Superclassifica Show” dal Supertelegattone («Quando c’è Serena Grandi / do la linea a Seymandi»). Di nuovo, Grandi non è più quell’attrice degli anni 80, non è Miranda, non è Teresa, è una donna di mezz’età che esce da una torta a forma di Colosseo, vestita di piume troppo attillate, con la faccia tirata e le labbra a canotto. La parodia di sé stessa.

«E ora che fa?»
«Niente, che deve fa’?».

L’autoparodia ritorna in altri momenti del film. Con Ramona, per esempio. Ramona/Sabrina Ferilli si esibisce in uno spogliarello, dodici anni dopo lo spogliarello per lo scudetto della Roma e cinque anni dopo aver interpretato una spogliarellista in tv nella serie “Anna e i cinque”.

Come dire, passano gli anni ma siamo destinati a fare sempre le stesse cose, anche quando l’età non ce lo permetterebbe più, perché è quello che siamo, quello che ci definisce. Sappiamo fare quello, il pubblico ci riconosce per quello e quello facciamo.

O forse sono solo voli pindarici e poi a Tarantino tocca mettersi lì e spiegare a noi povere capre che lui non ha messo Travolta in quella scena apposta per farlo ballare, la scena era stata scritta prima di assegnargli il ruolo di Vincent e s’ispirava a Godard.

Il problema non è la mancanza di qualsiasi dote attoriale dei protagonisti ché, se il mondo si fermasse ogniqualvota che Tizio ricevesse una retribuzione in cambio di un lavoro per il quale non ha la minima competenza, saremmo in costante apnea.

Il problema non è che in Italia la fiction è recitata da chi non ha uno straccio di preparazione. In Italia ci sono le miss o le aspiranti miss, i grandi fratelli, i villaggi turistici, i fratelli di chi ha fatto i villaggi turistici, i tronisti, le modelle, gli ospiti delle trasmissioni tivvù, quelli che fanno gli spot, tutto, tranne gli studenti delle scuole di recitazione da cui partire.

Il problema non sono gli attori che non sanno recitare e che quando ci provano ad andare all’estero vengono fatti morire dopo cinque puntate e poi hai voglia di dire che se vuoi avere successo in America devi andare ai party tutte le sere e tu invece sei uno che mette la moglie e i tre figli prima di tutto.

Il problema non è che per ogni illuminato pronto a dichiarare l’ovvio – le fiction italiane sono brutte – ce ne siano almeno dieci pronti a scandalizzarsi e a dire che no, anche nella fiction italiana ci sono delle eccellenze. Sì, in genere laddove non ci lavori tu.

Il problema non è la pigrizia degli sceneggiatori che continuano a produrre personaggi buoni buoni vs personaggi cattivi cattivi perché provare a scrivere un eroe con qualche sfaccettatura richiederebbe troppo sforzo da parte loro e ci sarebbe pure il rischio che il pubblico non lo capisca, come se in Italia non fossero mai arrivate, chessò, le dodici stagioni di “NYPD – New York Police Department”, vent’anni fa.

Il problema non è la banalità della trama, che sia facile facile, che riproduca sempre le stesse situazioni, sempre quel VERO Amore contrastato dal signorotto di turno ma che alla fine riesce sempre a trovare la strada per sbocciare. O la mancanza di una ricerca storiografica adeguata, i costumi e le scene rattoppate, tanto quello che conta sono le Emozioni.

Il problema non è l’esilità della trama che il più delle volte serve solo a fini politici. Vuoi capire perché Berlusconi, dato per sconfitto in partenza alle ultime elezioni, sia riuscito ad ottenere il consenso di un quarto dell’elettorato italiano? Non esiste nessun editoriale di Cazzullo, nessuna analisi di Santoro, nessuna intervista di Gruber che te lo possa spiegare bene come una fiction con Manuela Arcuri. È tutto lì dentro. Da quei cattivoni dei magistrati che hanno il coraggio di sottrare il figlio ad una madre, alle prostitute che smettono di essere tali e diventano delle madri coraggio pronte a tutto – leggi: a battere, ma non si deve mai dirlo ad alta voce – pur di mantenere il figlio e tutte sono orgogliose delle proprie scelte di vita.

Il problema non sono le nove stagioni di “Don Matteo”, le sette di “Carabinieri”, le tre de “Il bello delle donne”, che, se sono andate avanti per tanto tempo, è perché c’era qualcuno che se le guardava, ma che se tu, o direttore di rete, mi proponi solo quelle, io che minchia dovrei guardare la sera?

Il problema non sono i registi senza idee, i produttori che non osano, i direttori della fotografia che si grattano la testa (cosa c’entrano le foto con una fiction?).

Il problema è che in Italia esistano dei cosiddetti movimenti dei genitori che decidano di querelare un canale televisivo perché all’interno di una fiction c’è un bambino che recita il ruolo di un (aspirante) omicida che, in quanto tale, tenta di uccidere il fratello. Non solo: non riuscendoci la prima volta, ci prova addirittura una seconda. Comportamento davvero insolito per un (aspirante) omicida. Non si fanno queste cose, signora mia. Non si racconta della gelosia tra fratelli. Non si racconta degli istinti omicidi di un minore. Non si racconta dei familiari che non si vogliono bene. Non si fa, no. Altrimenti il rischio di emulazione è altissimo, soprattutto tra i bambini impressionabili che si sono sintonizzati sulla fiction con Garko e Arcuri. Avete letto i giornali nelle ultime quarantott’ore, no? Avete letto di quanti bambini hanno preso a colpi di ferro da stiro il fratello? O di quanti hanno dato fuoco alla culla del fratello dopo aver visto “Il peccato e la vergogna 2” martedì sera? Ormai è diventata una piaga sociale. E come non ricordare quella generazione di bambini che abbiamo perso dalle schiere dell’eterosessualità dopo che si era immedesimata nei panni di Sailor Moon? Tempi bui per la società moderna.

Il problema è il provincialismo a cui queste sedicenti associazioni di genitori ci condannano.

Provaci tu a raccontare loro di Sally Draper che, a dieci anni, viene beccata dalla madre a masturbarsi di fronte al televisore (facciamo ciao ciao con la manina alla signora ironia).

O di Shane Botwin che, a quindici anni, uccide una donna con una mazza da cricket.

O della diciassettenne Cassie Ainsworth che spiega all’amico Sid come riesca a non mangiare niente pur facendo credere a chiunque di avere un appettito da leoni.

O del teenager Roman Godfrey che usa i suoi superpoteri per violentare le coetanee e per cancellare i ricordi della violenza.

Provaci tu a raccontare di questi minorenni creati dalla e per la televisione alle associazioni di genitori e poi invitale ad usarli come monito con i loro bambini – “Se guardi “Skins” diventerai anoressica!” – e poi dimmi quanti di questi bambini sono riusciti a non scoppiare a ridere in faccia a quelli del Moige.

Io non sono un esperto di comunicazione e non mi occupo di beneficenza, ma posso dire da spettatore che questo video è lontano dall’ottenere lo scopo che si prefigge, ovvero farmi invogliare a mandare un sms per il Progetto Donna della Lila. Ma guardiamolo.

C’è una ragazza che sta lavorando alla scrivania sul suo portatile, mentre la voce fuori campo della stessa ragazza ce la presenta. Il comunicato dice che la ragazza sta scrivendo “al Corriere della Sera dopo essersi scoperta sieropositiva, denunciando la mancanza di informazione per le nuove generazioni”, ma vi sfido a dedurre questi particolari dalla sola visione dello spot. La voce è molto seria. Ci dice che la ragazza si chiama Chiara, ha vent’anni. E già su questo avrei da ridire, visto che la nostra dimostra visibilmente molti anni di più. Ma andiamo avanti. Le altre informazioni che Chiara dà di sé ne vogliono sottolineare la serietà: studia, frequenta un gruppo di amici, probabilmente lo stesso dai tempi dell’oratorio, ha avuto un solo ragazzo. Stacco dal primo piano di Chiara al desktop del pc in cui campeggia una foto di Chiara con un ragazzo, sicuramente quel ragazzo e subito viene da chiedersi se i due stiano ancora insieme o se lui sia morto e Chiara lo ricorda ogni volta che accende il computer, visto che subito dopo la ragazza c’informa che lui “non sapeva di avere l’AIDS” e che ora è sieropositiva anche lei. “Ho paura di non farcela”, dice la voce di Chiara mentre la ragazza guarda in macchina. Stacco su Elena Di Cioccio che ci spiega l’iniziativa della Lila. La Lila sta aiutando Chiara ed altre ragazze nella sua situazione, ma ha bisogno di fondi, aiutala mandando un sms, “fallo per tua figlia”. Ed è qua che si capisce a chi è rivolta la campagna. Perché, se il Progetto Donna vuole essere un modo per porre l’attenzione sul fatto che la categoria delle donne eterosessuali sia quella più esposta alla contrazione del virus dell’HIV, lo spot con Di Cioccio come testimonial vuole invogliare i padri e la madri di famiglia a dare un contributo economico alla causa. Per creare empatia tra i padri di famiglia e le donne sieropositive si decide di rappresentare quest’ultime come giovani, con la testa sulle spalle, non più vergini perché non sarebbero credibili ma con una vita sessuale limitata ad un partner: hanno commesso un errore nella loro vita, non condanniamole per questo. Non hanno deciso di ammalarsi, non hanno scambiato siringhe con altri drogati (sempre che l’eroina in vena vada ancora di moda), non si sono prostituite in tangenziale o, peggio, non sono passate consapevolmente da un ragazzo all’altro, magari da una notte all’altra, magari anche divertendosi nel farlo. Sono le figlie di qualcuno, per questo sono responsabili, serie, monogame.

Nella pagina di presentazione del Progetto Donna la Lila scrive che hanno scelto volutamente di rappresentare Chiara con questi toni seri e disperati, in apparente contrasto con le campagne precedenti nelle quali comparivano “donne di tutte le età che esibivano felici il preservativo, puntando sul messaggio positivo di una sessualità femminile soddisfacente e consapevole”. Chiara, invece, è seria perché si vuole “ribadire che anche se la maggioranza di noi è felice e ha vite soddisfacenti il percorso che rende questo possibile non è certo una passeggiata. Abbiamo ripensato ai primi giorni, a quando ci è stato consegnato l’esito di un test positivo”.

Io non sono un esperto di comunicazione e non mi occupo di beneficenza, dicevo all’inizio. Se avessi dovuto preparare uno spot per questo progetto, da incompetente, sarei partito da Chiara, l’avrei mostrata all’università intenta a passare brillantemente un esame, poi l’avremmo vista insieme ad alcuni amici, magari mentre sorseggiavano un aperitivo, poi col suo ragazzo – perché no? – a letto. Dopo di che saremmo passati ad un’altra ragazza, a Giulia. Avremmo visto Giulia al lavoro, impegnata in una presentazione in ufficio, poi sarebbe stata in un campo di pallavolo ad allenarsi, infine al cinema con il suo ragazzo, li vedi? Sono quei due che si stanno baciando. Ci sarebbe stata anche una terza ragazza, Francesca. Francesca sta correndo con la figlia verso l’ingresso dell’asilo. Francesca è in un’aula di tribunale a difendere un cliente. Francesca è sul divano con la figlia e il marito a guardare Peppa Pig in tv. Stacco. Elena Di Cioccio ci fa sapere che Chiara, Giulia e Francesca sono tre giovani donne come tante, ma che una delle tre è sieropositiva, saresti in grado di dire quale? No, vero? E sai perché? Perché è grazie ad iniziative come il Progetto Donna che la Lila riesce a dare il proprio supporto a donne sieropositive, a stare loro accanto nella quotidianità, a permettere loro di vivere una vita appagante e soddisfacente, anche da malate. Ma per continuare a farlo, la Lila ha bisogno del tuo supporto.

Invia un sms al 45505 o chiama da rete fissa.

Ma cosa ne voglio sapere io?

E c’era mezza televisione nel cast.

C’era la ragazzina con le braccia rotte della prima stagione di “In Treatment”.

C’era uno dei morosi di Jess di “New Girl”.

C’era la vicina stronza ma che poi diventa la migliore amica di Cathy in “The Big C”.

E c’era Miss Piggy.

Dopo il “play” spoiler a go go!

Una volta una mia compagnia di scuola disse che anche lei conosceva alcune parole di francese. “Per esempio, so dire: Annette, Virginie, Jérôme e Justine”.

Sono passati quasi vent’anni dalla messa in onda in Italia di quell’orrida produzione francese che rispondeva al nome di “Primi baci”, nel frattempo ci è stato insegnato che il problema non è la caduta, siamo entrati nel favoloso mondo di Amélie Poulain, Monica ha sposato Vincent diventando Monicà, Carlà, nei momenti liberi dal ruolo di première dame, strimpellava nenie alla chitarra, abbiamo ballato in bianco e nero in compagnia di un cane, ci siamo innamorati di Marion Cotillard. Insomma, i francesi ci hanno abituato a grandi WTF ma anche a grandi emozioni (ricordo che l’opzione di lasciarci invadere è sempre aperta).

“Les Revenants” rientra in quest’ultima categoria.

Tratto da un’inutile e moraleggiante film del 2004 di cui mantiene il concetto di base (i morti che tornano in vita) e un attore (sebbene interpreti ruoli diversi e abbia perso un po’ di capelli nel frattempo), il telefilm francese, la cui prima stagione è composta da otto episodi, non ha nulla da invidiare alle produzioni americane, per certi versi ne ricorda anzi l’ambientazione e il clima di claustrofobia. C’è il solito paesino di provincia nel quale le vite di tutti gli abitanti sono intrecciate le une con le altre, ci sono situazioni drammatiche (uomini che uccidono donne nei sottopassaggi, padri che picchiano le figlie, ladri di case che sterminano intere famiglie, suicidi, incidenti stradali, gelosie e conflitti vari).

Sotto certi aspetti mi ha ricordato molto “Top of the Lake”. In entrambi i casi c’è la presenza di un lago, ma, se nel caso della miniserie di Jane Campion si trattava di un lago metaforico oltre la cui superficie si nascondevano le reali intenzioni e le reali motivazioni dei protagonisti, ne “Les Revenants” c’è un lago artificiale mantenuto in vita da una diga che decenni prima non ha retto il peso dell’acqua e si è distrutta causando la morte dell’intero villaggio – e come non farsi venire un brivido ripensando al Vermont? -; oggi invece è il livello dell’acqua ad abbassarsi giorno dopo giorno, episodio dopo episodio, rivelando letteralmente i resti delle costruzioni del villaggio precedente ma anche i resti degli animali (chissà se gli autori hanno trovato ispirazione nel campanile del lago di Resia).

Diga

L’immagine della diga è quella che descrive al meglio la serie. Spesso viene inquadrata una curva. Un’immagine che rimanda al nuovo ciclo della vita, non più lineare (vita, morte), ma appunto ciclica (vita, morte, resurrezione o, meglio, resurrezioni, dal momento che quelli che sono tornati in vita non possono più morire, anche se il loro corpo inizia a decomporsi). Ma c’è anche una ciclicità nell’azioni dei protagonisti che, una volta ritornati in vita, cercano di ricreare il mondo che avevano lasciato senza rendersi conto che la vita delle persone che conoscevano è andata avanti (aspetto sottolineato dal fatto che i morti non hanno ricordo di quello che è accaduto loro nel periodo di tempo che separa la morte dalla resurrezione). Questo contribuisce a creare un’atmosfera di spaesamento continuo nei personaggi: da una parte ci sono quelli che sono ritornati dalla morte che credono di poter interagire con le stesse persone con cui avevano parlato fino a quelle che credono essere poche ore prima, dall’altra ci sono i vivi che, dopo anni in cui credevano di essere riusciti ad elaborare il lutto della scomparsa dei loro cari, devono in realtà fare improvvisamente i conti con la ricomparsa di quest’ultimi e con i problemi che non avevano mai voluto affrontare. In questa situazione sono gli uomini a dare il peggio di sé.

C’è il padre che ha picchiato la figlia. C’è il capo di una pseudo-setta che promette fino all’ultimo di aiutare i risorti ma che si tira indietro quando la situazione inizia a richiedere che l’uomo faccia qualcosa di concreto in loro aiuto. Lo stesso uomo che da giovane è stato un ladro ed è responsabile, almeno in parte, della morte della famiglia di uno dei risorti. C’è il serial killer che uccide giovani donne nei sottopassaggi e che riprende ad uccidere non appena tornato in vita. C’è il fratello del killer, suo complice, anche se non esecutore materiale degli omicidi, che aiuta il fratello a nasconderne le tracce e, non da ultimo, responsabile della (prima) morte del fratello. C’è l’uomo che tenta di uccidere la moglie legandola al letto e dando fuoco alla casa dopo che la donna era ritornata in vita. C’è il prete che si offre di prestare soccorso ad uno dei risorti per poi denunciarlo alla polizia. C’è il poliziotto che nasconde telecamere in casa per spiare i movimenti della fidanzata e che indugia nel guardarla mentre lo tradisce con l’ex. Ex che si è ucciso quando ha saputo che la donna era incinta, nel giorno delle loro nozze. Persino il bambino protagonista ha un’aura inquietante e condivide con gli altri risorti il potere di spingere le persone al suicidio. Le donne sembrano invece vittime degli eventi. Quegli eventi drammatici che hanno messo in pausa le loro vite.

La vita di Claire si è interrotta con la morte prematura della figlia; il suo matrimonio è finito, ha provato a ricrearsi una vita accanto ad un uomo che tende a plagiarla; non si è accorta delle problematiche dell’altra figlia. Adèle si è rifatta una vita con un uomo che dovrebbe darle sicurezza – anche in virtù del suo lavoro: è un poliziotto – e che l’ha aiutata a crescere la figlia avuta dall’ex morto suicida. Ma anche Adèle ha impulsi autodistruttivi che non riesce sempre a controllare. Julie vive una vita dismessa, mantiene al minimo i contatti sociali, giusto con i pazienti cui fa visita a casa, non frequenta nessuna da quando ha rischiato di morire dissanguata in un sottopassaggio. Lena è divorata dai sensi di colpa, beve, passa da un ragazzo all’altro, viene picchiata dal padre, va a letto con un serial killer. Solo nel finale c’è la redenzione/salvezza di queste donne che passa attraverso il loro essere madri. Claire e Julie decidono di non abbandonare i loro figli (naturali o putativi, poco importa) e di unirsi ai risorti. Sono le uniche disposte a farlo, ad abbandonare le loro vite, seppur miserevoli, per buttarsi nell’imprevedibilità degli eventi pur di non abbandonare la prole. Adèle subisce un trattamento “di favore” in virtù del suo essere incinta.

Oltre all’elaborazione del lutto, tema portante soprattutto del film nel quale, una volta accettata la morte, i risorti tornavano letteralmente nelle loro tombe, la serie affronta un tema caro alle produzioni seriali a tema fantascientifico degli ultimi anni, ovvero la necessità di trovare risorse per soddisfare i fabbisogni di tutti i vivi, risorti o non-morti compresi. L’immagine di Adèle e la figlia che nascondono il fidanzato/padre in soffitta è praticamente la stessa dell’episodio “Be Right Back” (2013) della serie “Black Mirror” nel quale una donna dà il consenso alla creazione di un clone del fidanzato morto in un incidente stradale. Nella quarta stagione di “Torchwood” (2011), le persone smettono semplicemente di morire. Così, da un giorno all’altro, la popolazione mondiale aumenta esponenzialmente; viene calcolato che a quel ritmo le risorse si esauriranno nell’arco di qualche settimana. L’estinzione della razza umana sembra improvvisamente più vicina. Nell’universo di “Utopia” (2013), sempre a causa della limitatezza delle risorse, ci sarebbe in corso una cospirazione volta a ridurre nientemeno che il numero di uomini nel mondo. La fantascienza sembra ricordarci ultimamente che è l’uomo il nemico numero uno di se stesso.

  • Kasia Smutniak è la più imbarazzante ed è un peccato perché ci ha abituato ad interpretazioni migliori, ma se lo spettatore riesce a capire quando un’attrice sta pensando alla battuta tra una pausa e l’altra non è un bel segno (e poi, Kasia, non vuoi dire le parolacce, lo capisco, hai una figlia piccola, diventa difficile rimproverarla se le scappa un “cazzo” quando tu ne dici venti al secondo in tivvù, però, figlia mia, parlane con il regista, parlane con lo sceneggiatore, parlane col produttore – possibilmente – prima delle riprese).
  • Il bisonte che interpreta il maresciallo sotto copertura è il più convincente di tutti. Certo, c’è un piccolo problema di scrittura, anzi di adattamento (nella versione americana c’era un pilota d’aereo che distruggeva una madrasa in Iraq piena di bambini e si sentiva un filino in colpa, il corrispettivo italiano – vi ricordo che stiamo parlando della televisione di qualità che strizza l’occhio all’attualità, anche a quella più scottante – è un carabiniere che lavorava in Germania sotto copertura per infiltrarsi in mezzo ad un giro di droga della mafia, anzi, della ‘Ndrangheta perché la tivvù di qualità si vede dai piccoli dettagli, e che ha ucciso un amico e i figli pur di non rivelare la copertura) (ché poi ho perso un pezzo: prima il maresciallo racconta allo psicoterapeuta di aver temuto per la sua vita quando il capo della ‘ndrina scopre che c’è un traditore, poi dice che sapeva che l’amico era il traditore in questione, ma allora di cosa aveva paura?), ma il ragazzone quantomeno recita.
  • Presa da sola Irene Casagrande è anche accettabile, nonostante l’intonazione che ne rivela le origini (per una volta non nascoste ma inserite all’interno della trama: Alice e famiglia si sono trasferiti da poco a Roma per permettere alla ragazza di studiare danza); se si fa il confronto con Mia Wasikowska, ciao. In ogni caso, Casagrande è una da tenere sott’occhio ché ci regalerà molte soddisfazioni.
  • Ho deciso che Giannini è affetto dalla Sindrome di Gassman (figlio). Si manifesta così: quando un attore deve recitare una battuta, le sue corde vocali vengono improvvisamente attaccate da un bruciore incontrollabile che obbliga il soggetto in questione a finire di parlare nel minor tempo possibile alla ricerca di un minimo di sollievo. Il risultato è qualcosa di simile ai latrati di un cane che vede passare uno sconosciuto vicino al cancello di casa. Un suono grave, costante e monocorde che cessa solo quando lo sconosciuto è ormai lontano. O quando la battuta è stata detta.
  • L’interpretazione di Licia Maglietta sembra urlare ogni secondo: “Io ho fatto teatro, bitches”.
  • Infine c’è Sergio Castellitto. Io a Castellitto ci voglio anche bene, eh, ma me lo vedo mentre guarda Byrne e dice: “Sì, quell’espressione che fa a questo punto è molto accattivante, gliela potrei prendere in prestito” o “Sì, ha fatto bene a recitare in quel modo. Aspetta che me lo segno”. Il confronto con il prodotto originale ci sarà sempre, tanto vale provare a dare qualcosa di nuovo (o di personale) al personaggio.

C’è un momento in “The Americans” (sesto episodio, minuto 26) in cui Felicity Porter (t’a ricordi Felicity Porter? Quella che va al college per seguire il tipo che le piace, quello stupidotto ma atletico, poi s’innamora di un altro, più serio e noiosetto, poi quando si mette con il tipo che ha seguito all’inizio lui le chiede “Ma che davvero ti piacevo per tutto questo tempo e non mi hai mai detto niente?”, poi Felicity fa l’errore più grande di tutta la sua vita, l’unico che le ha permesso di tramandare ai posteri il solo esempio di tv verità di J. J. Abrams, ecco lei) si mette a picchiare a sangue la madre di Nick di “New Girl”, le mette la testa sott’acqua, le riempie la faccia di pugni, la chiama “stupid bitch”. Ecco, Felicity, solo una parola. Grazie.

Ieri a “Forum” è andata in onda questa causa.

Un signore vorrebbe rientrare nella ditta che aveva ceduto alla figlia sette anni prima; la figlia si rifiuta. Si rifiuta perché non ha ancora perdonato al padre di aver divorziato dalla madre dopo che l’uomo aveva iniziato una relazione con una prostituta, poi diventata sua compagna, nonché madre di un bambino di cinque anni.

Questa la causa in sé, ma abbiamo imparato negli ultimi anni che “Forum” non ruota intorno alla causa ma al dibattito alla causa, quello che vede Rita dalla Chiesa, Fabrizio Bracconeri, Marco Senise e il pubblico in studio protagonisti di un gioco delle parti nel quale ogni voce porta avanti un punto di vista diverso. Peccato che questo non sia accaduto nella causa in questione. Le voci dei tre conduttori erano unisone nel condannare la figlia. Solo Bracconeri ha manifestato qualche timido accenno di dissenso, lasciato cadere velocemente. Per il resto si è cercato di normalizzare la situazione il più possibile. Dalla Chiesa dice che è una situazione normale, nel senso che è normale che un marito lasci la moglie per un’altra. Lascia intendere, la conduttrice, che ci sia una certa pruderie nel caso in questione perché l’altra è una prostituta, più giovane di vent’anni; chi giudica è un bacchettone, “quante prostitute travestite da Santa Maria Goretti ci sono in giro, eh?”. Attenzione ai passaggi.

Intanto le parole assumono un ruolo importante: le “prostitute” smettono di essere tali per diventare “escort”. La prostituzione è un mestiere come tanti. La differenza d’età smette di essere un riflesso della giovane donna a caccia di una preda facile da imbambolare per sistemarsi fino alla pensione, diventa un caso della vita, un “può succedere”. Il ruolo dell’arrampicatrice sociale lascia il passo all’amore, quello vero. Lei faceva la escort, poi ha conosciuto un uomo sposato, si è innamorata, ha smesso il mestiere, ha creato una famiglia con quell’uomo, una famiglia che ha retto la prova degli anni. Infine il tentativo di universalizzare l’esperienza. Quello per cui si può dire “Sì, vabbè, ma alla fine tutte le donne si mettono in vendita per conquistare un uomo; c’è chi si fa pagare in soldi, chi si fa mantenere in un altro modo”.

Diceva quello che è morto qualche giorno fa – buono solo per qualche citazione ad effetto – che “a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”.

Due giorni prima che vada in onda uno speciale del Tg5 dedicato al caso Ruby che si ripromette di raccontare tutta la verità, nient’altro che la verità, a ventiquattr’ore dalla ripresa del processo, un giorno prima della manifestazione contro la magistratura politicizzata promossa dal PdL – ad un certo punto Dalla Chiesa si lascia sfuggire un “ci sono anche avvocati che sono delle zeta, con tutto il rispetto per la professione” – il canale di punta di Mediaset manda in onda una trasmissione che si occupa in gran parte (un’ora dell’ora e mezza di trasmissione a disposizione, pubblicità escluse) di raccontare come a vent’anni si possa fare l’escort e di come quell’esperienza possa essere una redenzione per approdare all’Amore con la “A” maiuscola – quello per un uomo, ma anche quello per un figlio, notare le convergenze. E sono d’accordo con Gilioli quando sottolinea l’anormalità di un Paese in cui un ex Presidente del Consiglio può permettersi di raccontare per due ore, in una trasmissione all’interno di una rete televisiva di cui è il proprietario, il suo punto di vista, senza contraddittorio, allestendo una visione edulcorata e per novizie di quello che le realtà giudiziarie hanno ricostruito negli ultimi anni. Non è normale che accada, non è normale che un Paese civilizzato non abbia una legge sul conflitto d’interessi, non è normale che una magnate dei media sia in politica da vent’anni. Ma trasmissioni come quella di domani sera non mi preoccupano più di tanto perché si manifestano per quello che sono: una messa in scena il cui unico scopo è quello di raccontare un mondo di fantasia ad uso e consumo del padrone, dei suoi galoppini e dei suoi sostenitori.

Quella trasmissione è rivolta a chi condivide quel pensiero – Arcore era teatro di cene eleganti, le escort non sono prostitute, la prostituta fa un mestiere come un altro, e comunque beato lui che è ancora in grado di soddisfare una ventenne – e non cerca altro che conferme alle proprie tesi, alla ricerca di materiale per poter controbattere chi provi ad argomentare in maniera opposta al bar.

Quello che mi spaventa di più sono trasmissioni come “Forum”, quelle cioè che, almeno sulla carta, non sono propriamente trasmissioni che si occupano di politica in senso stretto, ma che consegnano al loro pubblico messaggi propagandistici. Un pubblico che non sempre ha gli strumenti per distinguere la propaganda politica dalla causa del giorno.

Per la cronaca, il giudice ha dato ragione alla figlia da un punto di vista legale (la ditta appartiene a lei, ne fa un po’ quello che vuole), da un punto di vista morale ha invitato la donna a perdonare il padre dopo anni dalla separazione con la madre.

“Si dovrebbe mettere una mano sulla coscienza – ha chiosato Dalla Chiesa -, anche perché l’esperienza di sua padre in ambito lavorativo potrebbe salvare molti posti di lavoro”.