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Category Archives: I giorni dell’abbandono (Soggiorno romano)

Abdul ha cinquant’anni.
Abdul ha un passaporto del Bangladesh.
Abdul ha moglie e tre figlie che l’aspettano nel suo Paese. La maggiore delle sorelle ha una laurea in economia; la seconda si sta avvicinando a quella in giurisprudenza; la terza è ancora troppo piccola per questi pensieri.
Abdul manda tutto quello che guadagna in Italia alla sua famiglia.
Abdul è un ingegnere meccanico.
Abdul, per vivere, vende accendini ai semafori.

[Nemmeno questo può considerarsi un ritorno]

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[Questo non è un ritorno. E’ una parentesi.]

Camminare per Roma significa entrare in un paio di comode scarpe da passeggio e nell’idea che si dovranno fare molte salite ché, anche se non ti sembra, ti trovi esattamente sopra uno dei famosi colli. Ma muoversi a Roma significa essenzialmente prendere i mezzi pubblici; i mezzi, perché non ti allontani di molto se non ne prendi almeno due, il che, quantificato in termine di tempo, coincide almeno con sessanta minuti abbondanti: il bello è che fino a mezzanotte gli autobus continuano a circolare, dopo hanno una frequenza di uno all’ora, se non altro hai la certezza che prima o poi passeranno; il brutto è che sono sempre affollati, “pieni come un vecchio stitico”, ho sentito dire. Le linee della metropolitana sono due: la A e la B (più una in fase di costruzione, cosa poco gradita, per usare un eufemismo, ai commercianti ed ai loro negozi limitrofi ai cantieri; più un’altra più piccola che, bo’, non ho ben capito). La prima è la quintessenza della pulizia, i sedili biancoarancio splendono di luce propria, sembra possibile specchiarsi. Il lerciume è la caretteristica della seconda, a volte non si sa dove mettere letteralmente le mani. A voler proprio pensare male, la A passa per il Vaticano.

Al Vaticano ti puoi imbattere in suore e nei loro clacson, al quale si attaccano non appena qualche turista si pone davanti alle loro macchine – praticamente sempre – e, secondo me, devono scomodare anche qualche santo. San Pietro è come la città che la ospita, ogni volta che le osservi, noti un particolare che ti era sfuggito in un primo tempo. Intorno a Castel Sant’Angelo c’è una marea di bancarelle più o meno “regolari” che vendono ogni sorta di gadget religioso, chissà cosa ne pensa il vecchio Ratzi di questa mercificazione della sua dottrina.

I ponti sono molto suggestivi, sia quando si riflettono sull’acqua sottostante, sia se illuminati dalla luce dei loro lampioni. Il Lungotevere, invece, viene lasciato al suo degrado e alla sporcizia e che non mi si venga a dire che noi italiani all’estero ci facciamo riconoscere per la nostra maleducazione e il nostro vandalismo perché i turisti stranieri non mi sembrano particolarmente civili da questo punto di vista. A proposito di vandalismo, sorvoliamo sul fatto che un asino qualunque possa gettare del colorante nella fontana di Trevi e diventare un eroe nazionale, ospite di troppe trasmissioni televisive. “Se non appari, non esisti” (sto finendo di leggere “Non ci sono santi” di Romagnoli, caldamente consigliato).

La fontana di Trevi è un gioiellino condensato in poco spazio, affollato da tanti, troppi, turisti; il Colosseo è sopravvalutato; i Fori Imperiali, invece, meritano. A tratti ho invidiato i turisti e le loro macchinette fotografiche che fermavano certi momenti irripetibili. Piazza del Popolo, comunque, rimane il mio luogo preferito.

Ho passato delle intere mezz’ore alla base dell’obelisco centrale osservando la gente passare, per lo più turisti che si mettono a cavalcioni delle statue dei leoni per la foto di rito, ma anche venditori d’inutilità che cercano di affibbiare ai passanti, all’interno di un mercato estremamente dinamico (con la pioggia vendono ombrelli, di pomeriggio bolle di sapone e giocattoli luminosi verso sera, rose alle coppiette o presunte tali) ed un mimo che, (tra)vestito da sarcofago egizio, prende vita solo quando qualche anima divertita ed incuriosita mette una moneta all’interno della scatola di latta ai suoi piedi, sempre nello stesso punto. Al calar della sera, abbandonati i panni di Tutankhamon, il nostro torna ad essere uno dei tanti in giro per la città; il suo posto viene preso, dall’altro capo della piazza, da un sassofonista che intona una melodia, sempre la stessa.

Non mi è ben chiara l’installazione che dovrebbe essere smontata proprio oggi, ho provato a darle una spiegazione, ma niente. Se qualcuno avesse delle lucidazioni da darmi è il benvenuto.