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Category Archives: M.Arte

Una prerogativa dell’arte che mi ha sempre affascinato è la sua capacità di trasformare un oggetto dotato di una specifica destinazione in qualcosa di diverso, di altro. Duchamp ha costruito un’intera carriera intorno ad orinatoi che si trasformano in fontane, a ruote di biciclette poggiate su sgabelli o a semplici scolabottiglie, strumenti d’uso quotidiano che finiscono per diventare artistici per il semplice fatto di essere esposti come tali all’interno di una galleria.

Ho quindi guardato con particolare interesse l’iniziativa del mio comune di coprire l’impalcatura dei lavori di restauro della torre campanaria del duomo cittadino con un telone realizzato nientemeno che da Domenico Palladino, rimanendo particolarmente deluso dal risultato finale (nonostante l’esuberanza di colori che ravvivano una città immersa nella nebbia della Val Padana). Niente didascaliche riproduzioni dell’originale, niente sponsor che fanno bella mostra di sé.

L’esempio classico restano i vagoni delle FFSS, oggetti dall’aspetto spesso triste ed insipido che prendono vita forgiati da una tavolozza di colori vividi e sgargianti raffiguranti simboli leggibili quasi esclusivamente dagli “addetti ai lavori” (e non mi riferisco ai capitreno). In questo caso è l’opera a viaggiare, ad andare dai suoi fruitori per mostrarsi nella sua totalità. Niente coda al museo, niente biglietto da pagare. E’ sufficiente aspettare al binario l’arrivo di una di queste “opere in movimento” o stare seduti al proprio posto in carrozza e guardare fuori dal finestrino. C’è una varietà infinita da osservare.

E che dire di Pao che, per primo, ebbe la brillante idea di far diventare pinguini i “panettoni” di Milano?

Sono rimasto molto divertito, infine, dal vedere come Takashi Murakami abbia colonizzato quindici stanze del palazzo di Versailles con le sue vistose creature un po’ manga, un po’ trash, un po’ pacchiane, un po’ Sailor Moon, un po’ pornosoft, un po’ giocattolo-che-tutti-i-bimbi-vorrebbero-in-cameretta (non necessariamente contrastanti quest’ultimi due attributi, mi rendo conto). L’emblema del lusso e dello sfarzo dell’Europa delle grandi casate reali del passato che incontra il mezzo d’espressione per eccellenza del Giappone moderno, se non è globalizzazione questa…

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Ormai ci siamo e bisogna postare a proposito, altrimenti si arriva ultimi, come al solito.

Fra quattro giorni è Natale.

No, ho contato bene, perché per me Il Natale è quel (breve) periodo compreso tra il tardo pomeriggio della vigilia e le prime ore del venticinque. Il resto non è Natale, il resto è qualcos’altro, è l’ennesima domenica dell’anno, è la panna che fa da contorno ad una torta, è lo stress da prestazione, è l’ansia da poco tempo.

Natale arriva inesorabile come sempre. Non chiede “permesso”, entra e basta; si fa largo tra gli invitati, spinge per essere in prima fila; lo riconosci subito tra i presenti: è quello che vuole parlare per forza, quello dei gesti improbabili per ottenere attenzione, quello che ti guarda dritto negli occhi e, senza muovere bocca, ti dice, con superba arroganza: “Anche se in un angolo recondito del tuo cervello hai potuto pensare – per un attimo – che avresti vissuto senza di me, che sarei andato dappertutto, tranne qui, che sarei stato una cometa che non sfiora mai la tua vita, io sono qui”.

A quel punto, ti ricordi che devi comprare dei regali per il parentado ed amici. Qualcosa già ce l’hai in mente, negli anni hai imparato la lezione e tieni le orecchie ben aperte per captare segnali che possano indicarti il sentiero dorato che conduce, se non al regalo perfetto, quantomeno a quello bello-a-vedersi. Allora, ti affanni nella corsa. Cerchi quel negozio dove eravate quando ha detto “Prima o poi dovrò comprarmi questo” e ti sforzi di ricordare cosa diavolo mai fosse quel “questo”. Se sei fortunato, ti torna in mente in tempi brevi; se sei doppiamente fortunato, riesci anche a trovare entrambi, negozio e regalo. Al contrario, all’apice della sfiga, devi farti venire un’idea, qualcosa che possa compensare la mancanza del regalo perfetto, se mai possibile, ma sì che è possibile e saranno proprio quei regali che avranno un quid in più, che brilleranno per la loro originalità. Almeno, hai bisogno d’illuderti che sia così.

Perché l’altra caratteristica dell’amico Natale è l’ipocrisia. Nessuno verrà a dirti che il regalo fa veramente schifo, cercherà di contenere una smorfia, nascondendola dietro ad un tiratissimo sorriso, bascicherà qualche parola, “Grazie del pensiero, non dovevi disturbarti” e quel “pensiero” sarà il tuo punto di forza, la tua garanzia, la tua coscienza pulita.

L’altra faccia dellla medaglia ipocrisia è quella che fa dire cose improbabili, del tipo “Non mi prendere niente, quest’anno bisogna contenere le spese”. Cazzo. Le persone che dicono cose del genere sono le più difficile da accontentare, non puoi limitarti a comprare qualcosa di cui aveva parlato quella volta, era un trabocchetto; ora si aspetta di trovarlo sotto l’albero, ha già preparato la frase da dire, mentre, scartandolo, si accorgerà di avere tra le mani proprio quella cosa. No, bisogna darsi da fare, girare per negozi nei quali non avresti mai messo piede in condizioni ottimali, sorprendere con qualcosa di assolutamente inaspettato e mettere in previsione almeno tre giorni per cercare solo quello.

Fino a qualche anno fa, sfidavo Natale. Mi ero messo in testa che non mi sarei fatto prendere dall’ansia consumistica e per dimostrarlo, prima di tutto a me stesso, compravo i regali in giorni prestabiliti: il 22 e il 23, a volte anche il 24 mattina; nell’arco di poche ore vedevo incartare i pacchetti e distruggerli (porta bene!) in pochi attimi. Ero anche bravino. Il poco tempo m’impediva di avere pretese e mi facevo andare bene (quasi) tutto.

Adesso è diverso. Inizio a fare una lista intorno ai primi del mese. Intorno al dieci, inizio a fare acquisti che nascondo nell’armadio, sotto le lenzuola che non uso mai. Il che non m’impedisce di arrivare con l’acqua alla gola al 24, anzi, forse lo stress è maggiore.

Tanto per la cronaca, ad oggi, mancano all’appello tre regali: per mia madre, per mio padre e per mio cognato.

Poi arriva la sera della vigilia, con i suoi riti preconfezionati. Dalle lamentele sul numero eccessivo di portate (“Ma quanti primi hai fatto?!” “Ma sei la lista della cena l’hai fatta tu!” “Io?? Io non ho messo tutte queste cose” “Adesso dai la colpa a me??”) alle discussioni sul canale da lasciare in tv – perché il nonno vuole vedere il telegiornale (“Anche a Natale? Un po’ di riposo”), la nipotina il cartone animato (che, chissà perché, è sempre lo stesso), l’altra nipotina il concerto, la nonna il film sulla passione – fino alla tediosa scelta (“Ma apriamo il pandoro o il panettone?” “Sai che non sopporto l’uvetta” “Ma, almeno, sa’ di qualcosa!”).

Poi Natale esce di scena, a differenza dell’arrivo, la partenza è piuttosto veloce. Ti senti liberato, per almeno altri undici mesi non dovrai fare bilanci esistenziali, cercare regali, sorbirti parenti che si ricordano di telefonare una volta all’anno, mangiare, mangiare e mangiare.

MICHELANGELO: La sacra famiglia (Tondo Doni) – 1503-04 – tempera su tavola – 91×80 cm – Galleria Uffizi, Firenze.

Ttag

Se è vero quanto riportato da questo articolo, il 55% dei Cileni sarebbe contrario ai funerali di Stato di Pinochet e il 70% al lutto nazionale; ovvero, la metà della popolazione vorrebbe che lo Stato si facesse carico dell’esequie ed un terzo vedrebbe con favore il cordoglio dell’intero Paese. Per ogni Bachelet o Allende che dice no, c’è almeno una persona che dice sì.

È qualcosa che probabilmente non arriverò mai a comprendere.

Secondo Wikipedia, nei 17 anni nei quali Pinochet rimase al potere ci sarebbero stati 2.095 morti e 1.102 non precisati “scomparsi” (disse la commissione Rettig nel 1971), fino a 80.000, secondo i diretti interessati.

Non sono del parere che la morte cancelli tutto, mai come questo caso è stato vero il contrario: se uno da vivo si è comportato da testa di cazzo, non significa che, una volta defunto, possa essere riabilitato, anzi, quello che rimane, i ricordi e il peso delle sue azioni sulle altre persone non possono essere cancellate dalla memoria; quelle 3.197 persone che sono state condannate perché ritenuti ostili, le loro famiglie, i loro amici meritano maggiore rispetto.

È proprio partendo da questi riflessioni che non riesco a capire quel 45%.

Forse, il fatto che Pinochet fosse un 91enne malato ha giocato un ruolo determinante, un misto di pietà e carità che fa dire che non sia pensabile prendersela con un vecchietto che ha già subito dalla vita una pesante rivalsa; forse, la speranza in un giudizio ultraterreno permette che venga almeno ridotto quello spirito di vendetta che s’addensa nei sopravissuti.

Ma l’arroganza che ha avuto fino agli ultimi giorni, quella come si giustifica? Come giustificare la richiesta dei funerali di Stato? Come giustificare la certezza di non potere essere condannato che permette di nascondersi dietro all’immunità parlamentare?

Non ha mai chiesto scusa. Non che me lo aspettassi, sia ben chiaro: per chiedere scusa è necessario accorgersi prima dell’iniquità dei propri gesti, è necessario capire di aver sbagliato. Di che cosa dovrebbe rimproverarsi un uomo che è stato al potere per diciassette anni, durante i quali il tasso di disoccupazione è passato dal 4.4% nel 1973 al 19.9% del 1976 fino al 30.4% del 1983? durante i quali l’economia tracollava ed aumentava il numero di morti infantili? Di cosa dovrà mai rimproverarsi quel pover’uomo?

Di nulla, d’altronde gode dell’appoggio del 45% dei Cileni da morto, figuriamoci da vivo.

Come quegli ultrasessantenni italiani che ricordano con piacere gli anni del Duce, perché “quando c’era lui, sì che il Paese era in ascesa: tutti dovevano rigar dritto, questa era la vera democrazia”.

Napoleone come Marte

 

ANTONIO CANOVA: Marte pacificatore – 1803-06 – marmo – h. cm 340 – Apsley House, Londra

 

Ttag

In Italia, oggi, il loro numero è stimato tra i centodieci e i centotrentamila, il 30-35% dei quali di sesso femminile.

In Europa Occidentale e Centrale sono compresi fra i quattrocentoottanta e i settecentosessantamila; in Nord America tra i cinquecentoquarantamila e il milione seicentomila; in Asia Orientale tra i cinquecentosessantamila e il milione ottocentomila; tra il Sud e il Sudest Asiatico sono tra i quattro milioni quattrocentomila e i dieci milioni seicentomila; in Africa Subsahariana vengono quantificati tra i ventitre milioni quattrocentomila e i ventotto milioni quattrocento mila.

Per un totale di circa trentanove milioni quattrocentomila nel mondo (dati 2004).

L’AIDS colpisce ogni giorno circa 11,000 persone, novantacinque su cento provengono dai Paesi poveri, millecinquecento hanno meno di quindici anni.

I primi casi di persone infette dal virus Hiv risalgono al 1981 nella zona subsahariana, dove si pensa abbia avuto origine – forse a causa di un morso o di contatti sessuali con scimmie infette – l’epidemia. Dal 1981 in poi, ci sono stati numerosi cambiamenti, ad iniziare da una maggiore consapevolezza da parte dell’opinione pubblica.

Ancora oggi, di AIDS si muore, anche se il cocktail di farmaci ha notevolmente allungato le aspettative di vita; l’AIDS è una malattia mortale dalla quale, allo stato attuale, non si guarisce e contro la quale non esistono vaccini.

Non guarite nemmeno se deflorate delle vergini.

Solo la prevenzione garantisce l’impossibilità di prendere il virus.

La prevenzione significa esigere l’uso del preservativo.

Significa che, se proprio sei tanto idiota da farti in vena, devi almeno evitare di scambiare le siringhe con i tuoi amichetti.

L’AIDS non è la malattia dei gay e dei tossici (non solo): il 40% dei nuovi contagi avviene attraverso rapporti eterosessuali, la metà attraverso quelli omo o bisessuali, il 35% tramite lo scambio di siringhe infette. Non è per nulla importante che tu sia una verginella alla prima esperienza o un tombeur de femmes: il virus colpisce chiunque. Punto e basta.

Quando ero monello io, i media ci bombardavano di informazioni e di pubblicità progresso sull’argomento (ricordate l’angoscioso spot fine anni ottanta del cerchiolino viola? O quello tra i banchi di scuola?). Anche oggi ci sono pubblicità di preservati e due (!) canali hanno adeguato la programmazione dello scorso primo dicembre al World AIDS Day, ma è sufficiente?

La mia impressione è che voglia passare il messaggio che se non se ne parla, il problema non esiste. Bush propone un’anacronistica astinenza per debellare il virus; i giovani americani sottovalutano i rischi del sesso occasionale; Santa Romana Chiesa ha messo in cantiere uno studio per regolamentare l’uso del profilattico all’interno delle coppie sposate, in ogni modo, il cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, tiene a precisare “…che nessuna risposta della Chiesa debba essere tale da favorire il libertinaggio sessuale”; la Lila protesta contro il Tg1 che non trasmette servizi sul W.A.D.; lo stesso sito del Ministero ammette: “il primo complice dell’AIDS è ancora la disinformazione”.

World AIDS Day

Fonti e link:

Ministero della Salute

Sieropositivo.it

Anlaids – Associazione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS

Lila – Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS

La foto è di Aquilant

 

Ttag:

Sappiamo ormai tutti quello che è successo domenica scorsa all’ex premier Silvio Berlusconi (le immagini del suo svenimento di fronte ai giovani azzurri di Montecatini hanno fatto il giro dei media nostrani e non); quello che mi chiedo è se sia corretto diffondere queste informazioni così personali.

La prima risposta che mi sono dato è sì, in casi come questo è giusto mettere da parte la privacy dell’uomo Silvio per dare in pasto agli Italiani tutti i particolari della vicenda, in fin dei conti, Berlusconi fino a qualche mese fa è stato il Presidente del Consiglio; possiede inoltre tre televisioni, un gruppo editoriale, una squadra di calcio ed uno squinterno di altre cose che adesso non mi vengono in mente, quindi, se la sua vita è così onnipresente nella nostra, perché noi non dovremmo essere a conoscenza dei dettagli più intimi della sua salute?

In secondo luogo, il malore è avvenuto in uno spazio pubblico, durante una manifestazione pubblica ripresa da più telecamere e mandate in onda praticamente in diretta dai telegiornali.

Negli anni, poi, siamo stati abituati a conoscere ogni particolare delle sue operazioni: dal malore del 1999 al lifting del 2004, all’operazione al menisco (della quale, personalmente, sono venuto a conoscenza solo ultimamente).

In altre parole, il fatto non poteva essere taciuto e non credo sarebbe ragionevole pensare diversamente.

Poi, però, mi è tornata in mente l’ultima settimana di vita di Giovanni Paolo II. Già allora ricordo di avere provato una sensazione di disgusto per il modo in cui venne trattato quell’uomo dai notiziari: telecamere fisse sulla finestra di San Pietro, in attesa che uscisse fuori il portavoce per annunciare quello che ormai ci aspettavamo tutti; un non-stop mediatico dal letto di morte all’inumazione del corpo.

Mentre mi chiedevo “Dove finisce il diritto alla riservatezza ed inizia il diritto di cronaca?”, mi sono dato questa risposta: non è stato violato nessun diritto di privacy perché le notizie sulla salute di Silvio Berlusconi non sono state diffuse.

Nel pomeriggio di domenica, l’ex presidente ha dichiarato – anzi, la dichiarazione è del suo medico personale Scapagnini – : “E’ stata una breve lipotimia”.

Questo e niente…

Quale medico trattiene in ospedale un paziente per una “breve lipotimia”? Perché fare in quattro giorni quegli accertamenti che sono riscontrabili con un day hospital?

Mi si potrebbe fare un’obbiezione populista secondo la quale Berlusconi non sia un cittadino come tutti gli altri, ma un vip, nel senso letterale del termine (“Very Important Person”), e un vip viene trattato come tale, passando, cioè, attraverso una corsia preferenziale. Onestamente credo che i casi siano due.

O Silvio Berlusconi ha messo in scena il suo svenimento – questo, per inciso, non è solo un segno della mia malafede (chi sviene: non cade a terra come una pera cotta? tiene gli occhi aperti? riesce a finire il discorso che sta tenendo? Per non fare illazioni a proposito del processo che l’avrebbe visto come imputato proprio lunedì), fatevi una piccola ricerca nella blogosfera – e, giocoforza, non ci sarebbe nessuna privacy violata.

O la salute di Silvio Berlusconi è seriamente compromessa e una “breve lipotimia” sarebbe un modo per sminuire l’irreparabile.

REMBRANDT HARMENSZOON VAN RIJN: La lezione di anatomia del dottor Tulp – 1632 – olio su tela – 169×216 cm – Mauritshuis, L’Aia.

Ttag: : tra ed

In tre sul motorino. Non si potrebbe, ma loro lo fanno. Raggiungere le scuole delle figlie minorenni a piedi occuperebbe troppo tempo, per non parlare delle mezz’ore che perderebbero se andassero in macchina; no, il motorino resta il mezzo migliore: permette di passare in mezzo agli automobilisti bloccati al semaforo, si guadagnano minuti preziosi e le ragazze si divertono anche.

Si, lo scooter è il mezzo ideale.

Loro, le figlie, sono abituate a farsi accompagnare tutte le mattina; prima tappa alle medie frequentate dalla maggiore delle due, ha dodici anni, chissà, forse si vergogna anche a farsi vedere dagli amichetti in compagnia del padre nei pressi della scuola. La minore, invece, ha quattro anni, va alla materna ed andare sullo scooter dev’essere divertente per lei che può vantarsi con i compagni d’asilo di quel suo padre così sportivo.

Tutte le mattina. Stesso rito. Stessi passaggi. Stessi ritmi.

Papà, però, non è proprio un eroe da manuale.

Papà si chiama Giuseppe, Giuseppe Sciotti, ed è un sorvegliato speciale: secondo la polizia è un agente del clan dei Mazzei, è stato anche indagato per estorsione.

La consuetudine di quei riti mattutini non è solo nota alle forze dell’ordine.

Dopo aver lasciato la più grande alle medie, padre e figlia sono riparti: destinazione asilo, ma il viaggio si è interrotto solo a pochi metri di distanza.

Due concorrenti di papà, anch’essi in scooter, anche se non potrebbero stare in due su di un motorino, proprio come padre e figlia; loro, i concorrenti, però, hanno i volti coperti da un casco.

Poi, improvvisamente, la caduta.

Domenica scorsa hanno mandato in onda Kill Bill – Volume I.

Nella scena iniziale Uma Thurman (alias Black Mamba) combatte fino alla morte con Vivica A. Fox (Copperhead), quest’ultima viene uccisa da una coltellata proprio di fronte alla figlia di quattro anni. E Black Mamba le dice: “Quando sarai più grande, se la cosa ti brucerà ancora e vorrai vendicarti, io ti aspetterò”.

Come dire che esiste un codice d’onore fra criminali, che le “creature” vengono rispettate in quanto tali e in quanto incapaci di difendersi non debbono essere sottoposte alla crudeltà degli adulti.

Una volta cresciute, però, sarà tutta un’altra storia.

Chissà che pensieri passano per la mente delle sorelle Sciotti, di questi tempi.

Salomé con la testa del Battista

CARAVAGGIO: Salomé con la testa del Battista – 1609 circa – Olio su tela – 116x140cm – Madrid, Palazzo Reale

 

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Non lo sopportavo, giuro.

Non lo sopportavo come non sopporto i cani. E c’è anche un motivo piuttosto valido per entrambe le mie intolleranza, si chiama “trauma infantile”.

Da piccolo, passavo molto tempo con la figlia della vicina, mia coetanea; abitava in una casa multifamiliare (come ci aveva spiegato il maestro), in una villetta divisa in tre appartamenti: al primo piano, vicino alla strada, viveva la mia amica con i suoi genitori; dalla parte diametralmente opposta, c’erano gli zii; infine, al secondo piano, la nonna. Gli zii erano proprietari di un enorme animale da caccia che loro chiamavano amorevolmente “cucciolo” ma che tutto aveva tranne l’aspetto di un esserino indifeso. Per me, bambino di sei anni, gracile e sottopeso, quella era una belva pronta ad addentare le giugulari degli ospiti. La belva, o chi per lui, si doveva divertire molto a giudicare dalla sua costante presenza al mio arrivo.

Tutto sommato, il mio sospetto nei confronti dell’amico a quattro zampe si è notevolmente ridotto negli ultimi vent’anni, anche se fa la sua ricomparsa in momenti inaspettati: durante una passeggiata al parco o per le vie del centro, tanto per fare alcuni esempi.

Simile, il mio rapporto con Mario Merola.

Il periodo storico è più o meno lo stesso.

Mio padre si era messo in testa che la televisione facesse perdere la concentrazione, di conseguenza, ascoltavamo più o meno a ciclo continuo la radio, anzi, il mangianastri. Papà, da buon meridionale, ha sempre avuto una collezione di tutto rispetto di cassette di musica partenopea, in particolare dei due rappresentanti più fortunati: Mario Merola e Nino D’Angelo.

A tradimento, magari sotto la doccia o mentre si apparecchiava (era sufficiente un attimo di distrazione perché accadesse l’inevitabile), faceva la sua apparizione la voce graffiante del primo o quella malinconica dell’altro e non c’era verso di metterli a tacere.

“Papà, devo fare i compiti” “Se li hai finiti un’ora fa”

“Papà, i vicini si lamentano” “A quest’ora posso ascoltare ‘O zappatore quanto mi pare, non c’è regolamento condominiale che tenga”

“Papà, ascolti sempre la stessa canzone” “Non è una canzone, è Poesia, P-O-E-S-I-A”

“Papà… Niente”

Ed è andata avanti così per anni, finché il mangianastri si è rotto e papà ha smesso di considerare la televisione il demonio travestito e poi è arrivato il Vespone nazionale.

Non lo sopportavo, giuro. Era la quintessenza dei luoghi comuni su Napoli, da manuale: baciamo le mani, il sangue di San Gennaro, l’onore, il rispetto…

Eppure, quando una decina di giorni fa si è diffusa la notizia del suo coma farmacologico, qualcosa in me si è fermato; quel qualcosa che è scomparso definitivamente tre giorni fa: una parte di me ancorata a quei ricordi (e a quella vita).

La stessa sensazione che provai l’estate scorsa quando vidi abbattere la casa della mia amica d’infanzia.

Ttag: Mario Merola

Alexander Sacharoff

ALEXEJ VON JAVLENSKIJ: Ritratto del ballerino Alexander Sacharoff – 1909 – Olio su cartone – 69.5×66.8 cm – Monaco, Stadtische Galerie im Lenbachhaus

Da quando mi sono messo a registrare Un giorno in pretura il sabato sera, un leggero senso di angoscia mi rimane addosso per tutta la settimana.

Il processo dell’ultimo sabato era quello a carico di Salvatore Giuliano, accusato di aver sparato ad Annalisa Durante, una ragazza napoletana di quattordici anni, la cui unica colpa è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Giuliano, infatti, all’epoca – il 27 marzo 2004 – ventunenne, nipote del boss di Forcella, Luigi, avrebbe dovuto essere la vittima sacrificale della rivalità tra clan: l’agguato che due uomini in scooter stavano tendendo era rivolto a lui, solo che…

Solo che Salvatore era solito girare armato per la sua Napoli; solo che Salvatore era in compagnia di amici quella sera che si stavano salutando sotto casa di uno di loro; solo che fra quegli amici c’era anche Annalisa; solo che Annalisa, a differenza degli altri, non ha avuto il tempo di fuggire ed è stata colpita da una pallottola con la quale il suo amico cercava di difendersi.

Sempre attenti all’attualità, quelli di Rai3.

Durante la scorsa puntata, c’è stata una carrellata di testimonianze di testimoni oculari della vicenda: gli amici di Annalisa e Salvatore, presenti quella maledetta serata, per lo più ragazzi tra i 14 e i 20.

Una ragazza di quindici anni mi ha colpito in modo particolare.

Accompagnata dalla mamma e mai ripresa in volto dalla telecamera, per ovvi motivi, l’amica di Annalisa faticava ad aprire bocca, in ogni senso; perché, non solo biascicava quelle quattro parole che ha detto, ma non ha aggiunto nulla, nulla che potesse in qualche modo aiutare l’identificazione dei malviventi in scooter, nulla che potesse aiutare anche solo a ricostruire l’accaduto.

Alla domanda: “Sai leggere?”, ha risposto di no. Alla domanda: “Mandi sms?”, ha risposto di sì. Quando il magistrato le fa notare che potrebbe essere incriminata per falsa testimonianza, non riesce a trattenere una risata, vuoi per la strafottenza dell’età, vuoi per la strafottenza del carattere.

Se una ragazzina di quindici anni sente il bisogno di mentire pur di non essere coinvolta in una vicenda di boss e di camorra, forse non dovremo scandalizzarci se Giorgio Bocca lascia quell’intervista da Fazio nella quale dichiara che Napoli non riuscirà mai ad uscire dallo stato di immobilità nella quale è finita e sarà sempre in mano alla mafia.

Magritte

RENé MAGRITTE: L’uso della parola I – 1928-29 – Olio su tela – 54.5×72.5 cm – New York, collezione privata.

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Piove con il sole è orgoglioso di presentare Button ed invita tutti ad aderire.

1WCxE …perché una signora merita di essere trattata come tale.

 

GUSTAVE COURBET: Le bagnanti – 1853 – 227 x 193 cm – Musée Fabre, Montpellier

 

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Quando ero piccolo – vale a dire negli anni Ottanta – la cronaca era talmente piena di casi di rapimento (da Faruk a Casella Superstar a De Megni) che nella mia mente di bambino aveva trovato spazio la convinzione che qualsiasi momento sarebbe stato buono per vedere irrompere in casa l’Anonima Sarda che, dopo aver legato i miei genitori alle sedie con scadente nastro adesivo, mi avrebbe portato, ancora in pigiama, in qualche anfratto sperduto nell’Aspromonte, dove mi avrebbero tagliato le orecchie se non fosse stato pagato un lauto riscatto. Read More »